La forza delle piazze studentesche indica la rotta per una vera alternativa

Le strade delle nostre città ieri si sono riempite di una bellissima, determinata e calda marea umana. Erano gli studenti e le studentesse, scesi in piazza per gridare un doppio, chiarissimo no: no alla guerra e all’economia delle armi, e no allo smantellamento sistematico della scuola pubblica, privata di risorse vitali, priva di reali investimenti strutturali e ormai ridotta a un pallido simulacro di se stessa. Una mobilitazione di massa che non ha avuto solo l’obiettivo sacrosanto di protestare contro il presente, ma che porta in dote una lucidità politica e sociale straordinaria. Chi è sceso in piazza ieri ha dimostrato, dati e condizione materiale alla mano, di avere perfettamente compreso qual è l’unica direzione su cui lavorare per costruire un’alternativa reale e radicale allo stato di cose presente.Il nodo indissolubile che lega il rifiuto netto del conflitto globale e la denuncia quotidiana della propria condizione materiale è stringente e inequivocabile. Gli studenti lo hanno gridato a gran voce: è del tutto inaccettabile che mentre si spendono miliardi per gli armamenti e si avallano acriticamente folli logiche di guerra, la scuola italiana continui a non funzionare. Gli istituti cadono letteralmente a pezzi, le aule sono cronicamente sovraffollate, il personale non basta mai e si assiste a una totale assenza di prospettive finanziarie adeguate per il futuro. Le priorità di chi governa sono drammaticamente capovolte, e le piazze di ieri hanno rimesso al centro la vera urgenza del Paese: investire sul sapere, sulla sicurezza delle aule, sui diritti sociali e sulla pace, rifiutando ogni logica distruttiva.Mentre i giovani dimostrano sui territori questa straordinaria maturità politica, l’ opposizione parlamentare continua a offrire uno spettacolo a dir poco deprimente. Il cosiddetto campo largo balbetta, incastrato com’è in un dibattito autoreferenziale, fragile e sterile, che non riesce neanche a dire un no riconoscibile alle armi per la guerra in Ucraina. Lo spettacolo indecoroso sulla leadership che non c’è prosegue senza sosta, tra personalismi esasperati e veti incrociati. Emblematico è il caso della sindaca di Genova che oggi rilancia in grande stile le mene sulla leadership. La distanza siderale tra la concretezza materiale delle rivendicazioni studentesche e il vuoto pneumatico delle discussioni di spogliatoio tra i leader dell’alleanza di centrosinistra misura tutta l’inadeguatezza di una politica incapace di intercettare il malessere sociale reale.Chi ha davvero a cuore la costruzione di una vera alternativa a questo modello economico e politico non può più rimanere a guardare da lontano, né può pensare di delegare il cambiamento a vertici di partito burocratici, immobili e staccati dalla realtà. È tempo di ascoltare con attenzione, umiltà e rispetto le piazze degli studenti. In quei cortei c’è un patrimonio immenso di intelligenza collettiva, di passioni genuine e di radicalità sociale che chiede cittadinanza e che indica con precisione una via d’uscita alla crisi strutturale che stiamo vivendo. Il compito delle forze di opposizione reale, dei movimenti territoriali, del sindacalismo conflittuale e di tutte le esperienze civiche è quello di lavorare da subito a un’unificazione, a un collegamento strutturale di tutte quelle forze vitali che vanno nella stessa direzione.La spinta che arriva dalle nuove generazioni ci dice che un’opposizione frontale e intransigente alle politiche di austerità, al militarismo dilagante e al declino progressivo dei servizi pubblici essenziali è non solo necessaria, ma ampiamente voluta e praticabile. Non servono formule alchemiche da laboratorio di palazzo o accordi di potere dell’ultimo minuto. Serve riconnettersi con i bisogni materiali, dando voce e sponda a chi non si rassegna alla guerra e alla distruzione sistematica dello stato sociale. Mettiamoci in ascolto profondo della piazza di ieri, uniamo le lotte sparse e costruiamo insieme l’alternativa.

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