di Fatima Mahfud, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia
L’articolo propone un parallelismo tra Palestina e Sahara Occidentale per sottolineare come entrambe le questioni siano segnate dall’occupazione, dall’esilio, dalle violazioni dei diritti umani e dal mancato esercizio del diritto all’autodeterminazione. È un accostamento comprensibile sul piano comunicativo, ma che rischia di generare più confusione che comprensione. Quando si usano parallelismi, infatti, si crea spesso una sovrapposizione di realtà storiche e politiche diverse che non aiuta la chiarezza.
La questione palestinese occupa un posto del tutto particolare nella coscienza politica, culturale e morale dell’Occidente. Su di essa si intrecciano la memoria della Shoah e delle persecuzioni subite dal popolo ebraico, i sensi di colpa europei del Novecento, il dramma vissuto dal popolo palestinese, il significato universale dei luoghi santi delle tre grandi religioni monoteistiche, il ruolo geopolitico di Israele e la complessa pluralità di forze politiche, culturali e ideologiche presenti nella società palestinese. È una questione che mobilita emozioni, appartenenze, sensibilità religiose e visioni del mondo spesso molto diverse tra loro. In molti paesi occidentali resta, ancora oggi, un tema carico di implicazioni morali e simboliche che vanno ben oltre il conflitto stesso.
Il Sahara Occidentale appartiene invece a una categoria storica e giuridica differente. Non è al centro di grandi narrazioni religiose globali, né di particolari sensi di colpa collettivi. È, in termini di diritto internazionale, uno degli ultimi casi di decolonizzazione incompiuta rimasti all’ordine del giorno delle Nazioni Unite. Esiste un territorio con confini internazionalmente riconosciuti, esiste un popolo identificato come titolare del diritto all’autodeterminazione, esiste una Repubblica, la Repubblica Araba Saharawi Democratica, membro dell’Unione Africana, esiste un esercito e soprattutto esiste un piano di pace approvato dalle Nazioni Unite che prevede una consultazione di autodeterminazione mai realizzata.
Anche le modalità attraverso cui le due cause hanno cercato di perseguire i propri obiettivi presentano caratteristiche differenti. Pur avendo entrambe conosciuto fasi di conflitto e di negoziazione politica, la questione saharawi si è progressivamente concentrata, soprattutto sul piano diplomatico e giuridico internazionale, attorno all’attuazione di un processo di decolonizzazione definito dalle Nazioni Unite e alla realizzazione di un referendum di autodeterminazione. Questo elemento conferisce alla controversia saharawi una specificità che merita di essere compresa nei suoi propri termini.
Anche il quadro della rappresentanza politica è profondamente diverso. Mentre la realtà palestinese è caratterizzata da una pluralità di partiti, movimenti e orientamenti, il popolo saharawi si riconosce storicamente nel Fronte Polisario, riconosciuto dalle Nazioni Unite come rappresentante del popolo saharawi e interlocutore del processo di pace. Non si tratta quindi di una disputa sull’identificazione dell’interlocutore politico, bensì di una controversia sul mancato completamento di un processo di decolonizzazione riconosciuto a livello internazionale.
Questa peculiarità si riflette anche nella struttura della leadership. Nel caso saharawi, la costruzione nazionale e il movimento di liberazione si sono sviluppati in modo fortemente unitario attorno al Fronte Polisario, che continua a rappresentare il principale riferimento politico, istituzionale e diplomatico del popolo saharawi. La realtà palestinese, al contrario, si è evoluta attraverso una pluralità di leadership, organizzazioni e sensibilità politiche che riflettono la complessità della sua storia e del suo contesto regionale.
Vi è poi un ulteriore elemento che raramente viene evidenziato. Attorno alla questione saharawi non esiste quell’intreccio di responsabilità storiche, morali e simboliche che caratterizza il dibattito sulla Palestina. Anzi, negli ultimi anni alcune democrazie occidentali che hanno costruito una parte significativa della propria identità politica sul rispetto del diritto internazionale e sul principio di autodeterminazione dei popoli hanno progressivamente abbandonato il sostegno alla soluzione referendaria prevista dalle Nazioni Unite, preferendo sostenere le proposte di autonomia avanzate dal Marocco. Una scelta politica che può essere discussa, ma che segna una distanza evidente rispetto al quadro giuridico sul quale la comunità internazionale aveva costruito il processo di pace.
Tutto questo non diminuisce di una sola virgola la nostra solidarietà verso il popolo palestinese, un popolo fratello che continua a pagare un prezzo altissimo per la propria libertà, la propria dignità e il proprio diritto a vivere in pace. Proprio perché rispettiamo la storia e la sofferenza del popolo palestinese, crediamo che essa non debba essere utilizzata come metro di misura per altre realtà.
La solidarietà tra popoli non richiede di sovrapporre le loro storie. Richiede piuttosto di comprenderle nella loro specificità. La Palestina è la Palestina. Il Sahara Occidentale è il Sahara Occidentale. Entrambi hanno diritto alla libertà e all’autodeterminazione, ma attraverso percorsi storici, politici e giuridici differenti.
Forse il modo migliore per sostenere entrambe le cause non è cercare analogie ad effetto, ma avere il coraggio di chiamare ciascuna di esse con il proprio nome e di difenderne i diritti per ciò che realmente sono. Il popolo palestinese non ha bisogno della causa saharawi per legittimare le proprie rivendicazioni. E il popolo saharawi non ha bisogno di essere definito come “l’altra Palestina” per vedere riconosciuta la propria.