Elisabetta Grande giurista, Università del Piemonte Orientale
Alberto Deambrogio: Elisabetta Grande, negli ultimi cicli elettorali abbiamo visto come le decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti abbiano polarizzato e mobilitato l’elettorato ben oltre i tradizionali temi economici. In che modo l’attuale composizione della Corte e le sue recenti sentenze stanno ridefinendo i confini del dibattito politico in queste elezioni di midterm, e quanto pesa oggi la percezione dell’indipendenza del giudiziario sulle scelte degli elettori?
Elisabetta Grande: Mi pare che le decisioni della Corte suprema statunitense influenzino oggi le elezioni negli Stati Uniti in maniera differente rispetto al passato. Pronunce come Dobbs (Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization), che aveva eliminato a livello federale il diritto delle donne di interrompere la propria gravidanza, o come Bruen (New York State Rifle & Pistol Association v. Bruen), che aveva sancito il diritto di portare armi in pubblico per la propria difesa personale- entrambe del giugno 2022- avevano certamente determinato una forte polarizzazione degli elettori nel 2024. Così come potrebbero oggi influire nel medesimo modo la decisione relativa al diritto di portare un’arma all’interno di un luogo privato, ma aperto al pubblico, laddove non vi sia l’espresso divieto da parte del proprietario (Wolford v. Lopez) o la pronuncia che legittima i divieti per le atlete transgender di partecipare alle squadre sportive femminili (West Virginia v. B.P.J. and Little v. Hecox) –entrambe del giugno di quest’anno. Credo, tuttavia, non solo che il tema della così detta affordability -ossia della possibilità di farcela economicamente- resti più centrale di prima, in un momento in cui le sciagurate politiche di Trump sui dazi (non eliminati, come si sa, nonostante la presa di posizione contraria della Corte Suprema) e sulla guerra hanno alzato insopportabilmente i costi di vita della stragrande maggioranza degli americani che già prima sopravviveva a stento. Penso anche che le ultime decisioni della Corte Suprema influenzeranno certamente il voto, ma per due diversi ordini di ragioni, entrambi slegati da una polarizzazione dell’elettorato. Da un canto le pronunce di appoggio incondizionato alla violenta politica trumpiana nei confronti dei migranti – fatta di squadracce dell’ICE, che non risparmiano neppure i bambini, di profilazione razziale e di invii di persone in paesi terzi, dove i deportati non hanno nessun legame e vengono abbandonati nelle mani di autorità straniere che fanno di loro ciò che vogliono- stanno già contribuendo, non tanto a una maggior polarizzazione del voto, quanto piuttosto a un deciso spostamento verso i democratici di quel voto latino che nel 2024 aveva fatto la fortuna di Trump. Sotto un secondo profilo, la decisione della Corte Suprema che, in Lousiana v. Callais, ha affossato definitivamente il diritto di voto dei neri americani -consentendo agli Stati di ridisegnare le circoscrizioni per la Camera bassa in modo da cancellare i distretti a maggioranza nera- ridefinisce i contorni del dibattito politico condannando all’irrilevanza i temi cari a quella parte della popolazione.
Quest’ultima decisione è poi forse stata, fra le tante, la più ovviamente “politica”. Insolitamente anticipata alla fine di aprile, aveva addirittura cancellato i 32 giorni di vacatio di rito, al fine di consentire da subito la ridefinizione dei collegi del Sud a favore dei repubblicani, a suo tempo richiesta da Trump. La preoccupazione che l’indipendenza della Corte Suprema sia in crisi -e con essa il funzionamento di quei checks and balances, indispensabili a un corretto operare dello Stato di diritto- è dunque fortissima. Una vittoria dei democratici darebbe probabilmente il via a ripensamenti nella composizione o nella durata in carica dei suoi membri per modo da restituirle la credibilità persa. La strada si presenterebbe, tuttavia, impervia a causa delle maggioranze qualificate in Senato necessarie per tali riforme. E’ questo il limite di una scelta elettorale a favore del partito democratico fondata sul desiderio di una Corte che sia meno politicizzata.
A.D.: Le elezioni di midterm non decidono solo la maggioranza al Congresso, ma rinnovano anche numerosi governatori e assemblee statali. Osservando il panorama americano attuale, assistiamo a una frammentazione sempre più netta tra Stati che viaggiano a velocità opposte sui diritti civili e sociali. Questo ‘federalismo competitivo’ rischia di spaccare definitivamente il Paese o rappresenta ancora una valvola di sfogo per la democrazia americana?
E.G.: E’ una frammentazione tra Stati che spacca -come tu dici- il paese sui temi più sensibili. Pensa al diritto di abortire: negato in Stati del Sud anche in caso di incesto, stupro o malformazione del feto e ammesso invece fino a fine gestazione in Stati del Nord, come il New Jersey. Si tratta però di un “federalismo competitivo” sempre più accentuato anche per via del gerrymandering, che oggi può perfino essere apertamente razziale in forza della decisione della Corte Suprema cui ho accennato prima. In questo senso si presenta assai poco democratico. Se il partito di maggioranza ridisegna a suo vantaggio le circoscrizioni elettorali per modo da mantenere il controllo del parlamento, le politiche legislative di quest’ultimo potranno essere sempre più estreme, poiché l’opposizione è silenziata ab origine. Interessante in questo senso ciò che sta accadendo a livello di governatori, la cui elezione – prevista a novembre per 36 di loro, che a l momento si dividono paritariamente per partito – avviene sulla base di un unico collegio coincidente con l’intero Stato. Ciò cui si assiste è un probabile spostamento di voti dal partito repubblicano a quello democratico in vari Stati “rossi”, a dimostrazione di un possibile ricambio e avvicinamento politico fra Stati laddove le regole elettorali siano più democratiche.
A.D.: Nelle ultime campagne elettorali, la fiducia nelle regole del gioco democratico – dal sistema di voto all’accettazione dei risultati – è stata apertamente messa in discussione da diverse frange politiche. Dal tuo punto di vista di comparatista, quali sono i segnali più preoccupanti di stress istituzionale che intravedi in questa tornata elettorale e quali anticorpi possiede ancora la Costituzione statunitense per reggere a una pressione così forte?
E.G.: La messa in discussione dei risultati elettorali, a causa di brogli o interferenze illecite, non è nuova negli States. Si pensi al caso Bush v. Gore del 2000, in cui 537 voti -la cui validità era stata contestata di fronte alla Corte Suprema per via di un sistema errato di punzonatura delle schede- avevano determinato la vittoria di George W. Bush, attribuendogli i 25 grandi elettori della Florida il cui governatore era il fratello Jed. L’infame accordo, che nel 1877 aveva condotto al ritiro delle truppe federali dagli Stati del Sud e al loro abbandono nelle mani dei suprematisti bianchi, aveva d’altronde trovato origine proprio in una controversia sulla liceità dei voti presidenziali.
Oggi la situazione è incandescente, perché proprio sulla sfiducia da parte degli elettori nella correttezza del sistema elettorale -alimentata in tutti i modi da un Trump consapevole di una possibile sconfitta tanto alla Camera quanto al Senato- si fonda la carta vincente dell’amministrazione in carica. Più si fomenta la sfiducia degli elettori, più al momento della sconfitta si potrà urlare ai brogli. In quest’ottica vanno letti i tentativi, ora bloccati, di incaricare il servizio postale statunitense di controllare tutte le schede elettorali inviate per posta o di ottenere da 30 Stati e dal distretto di Columbia i rispettivi registri elettorali; oppure l’indagine sollecitata dal segretario per la Sicurezza interna, Mullin, per verificare se una macchina per il voto comunemente utilizzata sia affidabile; o ancora la minaccia di inviare agenti armati ai seggi, e via elencando. Si tratta di una strategia volta a convincere gli elettori della necessità di proteggere l’integrità del loro voto -che oggi sarebbe in pericolo- per modo che al momento opportuno appaiano giustificate le accuse di brogli e le proteste che ne discendessero e magari il conseguente utilizzo da parte di Trump dei poteri militari che l’Insurrection Act gli attribuisce. A tutto ciò non vedo ad oggi possibilità di risposta in una Costituzione ormai esautorata.