Il Ministro dell’Economia si è presentato ieri in Parlamento per illustrare un Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) che, nei fatti, è una scatola completamente vuota. A parte il gravissimo scostamento di bilancio interamente ipotecato per le spese militari e l’energia, il documento certifica che la stagione delle promesse elettorali si è schiantata contro la realtà drammatica dei conti pubblici italiani. Con un deficit strutturale blindato al 2,8% e una spesa per interessi che divora 103,7 miliardi di euro, se si accettano i vincoli del patto di stabilità, i margini per le manovre espansive sono azzerati. Intanto la maggioranza litiga al suo interno, in un cinico gioco in cui ogni partito sembra interessato solo a strappare una bandierina per la propria presunta base elettorale.
La rissa sulle coperture: banche protette e genuflessioni a Bruxelles
La totale mancanza di risorse fresche ha scatenato un cortocircuito politico sulle coperture. Per finanziare i propri micro-obiettivi ed evitare di scontentare i poteri forti, i partiti della coalizione, non volendo tassare i superprofitti, stanno lavorando nuovamente all’ipotesi di chiedere “prestiti” o anticipi “volontari” alle banche. Niente tasse, per carità, sembra essere il mantra ideologico di fronte al rifiuto sistematico di tassare a un livello più giusto i grandi capitali e le rendite. In questa totale incertezza, non sapendo più dove sbattere la testa per trovare le risorse, si colloca la genuflessione del Governo davanti all’Unione Europea per implorare la flessibilità, nel tentativo disperato di stornare e cannibalizzare una parte dei fondi originariamente vincolati alla sicurezza energetica per destinarli a nuovi, e insufficienti, bonus per mitigare il prezzo dei carburanti. Tutto questo mentre si accettano come priorità indiscutibili i diktat dell’Ue sui conti che l’anno prossimo impediranno di spendere circa 35 miliardi di avanzo primario a legislazione vigente; si continua a riversare risorse verso le spese militari, che nel 2027 beneficeranno di ben 7,2 miliardi di euro sottratti ad altri utilizzi sociali.
Il bancomat silenzioso di lavoratori e pensionati: Fiscal Drag e blocco dei trattamenti
In questo scenario, c’è un enorme “segreto di Pulcinella” che tiene in piedi l’intera impalcatura del bilancio pubblico: il fiscal drag (o drenaggio fiscale). Si tratta di una vera e propria tassa occulta sulle tasche dei lavoratori dipendenti, che, secondo l’Istat hanno già subito una perdita del potere d’acquisto, del 9,4% a causa dell’inflazione non compensata. Il meccanismo è tanto semplice quanto perverso: quando i contratti collettivi vengono parzialmente rinnovati al rialzo, lo Stato mantiene immobili gli scaglioni delle aliquote IRPEF. Quel piccolo aumento nominale fa ridurre le detrazioni o addirittura scattare il lavoratore nella fascia fiscale superiore. Il risultato? Il potere d’acquisto reale diminuisce, ma lo Stato preleva più tasse.
“Questo fenomeno produrrà ben 35,4 miliardi di euro di entrate extra nei prossimi quattro anni, di cui oltre 3 miliardi solo nel 2027” [Il Sole 24 Ore]. Negli anni scorsi è accaduto esattamente lo stesso: il Governo ha potuto vendere la narrazione del “taglio del cuneo”, quando in realtà non faceva altro che restituire il gettito che l’inflazione aveva silenziosamente sottratto agli stessi lavoratori. Tutto questo avviene mentre l’esecutivo rifiuta l’introduzione di un salario minimo legale e l’indicizzazione automatica dei salari e delle aliquote fiscali all’inflazione – gli unici provvedimenti strutturali in grado di difendere davvero i salari e i redditi.
A fare le spese di questo saccheggio contabile sono anche i pensionati, usati come un vero e proprio fondo di riserva. I dati storici e le denunce dello Spi-CGIL sono impietosi: attraverso i continui blocchi e i meccanismi di “raffreddamento” della rivalutazione automatica, negli ultimi trent’anni ai pensionati sono stati sottratti quasi 100 miliardi di euro, di cui circa 10 miliardi tagliati solo dall’attuale esecutivo nel recente triennio. Una spoliazione continua che si è consumata anche grazie alla sponda della Corte costituzionale, che ha recentemente salvato la legittimità di questi tagli in nome delle esigenze di cassa dello Stato, ignorando l’effetto devastante che la riduzione del potere d’acquisto degli anziani ha sul welfare familiare complessivo, in cui i nonni rappresentano spesso l’unico vero ammortizzatore sociale rimasto per figli e nipoti.
Con una mano si ruba, con l’altra si fa l’elemosina (mentre il Paese frana)
Senza il drenaggio continuo sui salari e i tagli lineari ai trattamenti previdenziali, oltre al ripetuto contenimento della spesa sociale verrebbe svelata la totale insostenibilità dell’azione di governo. Per non sforare i patti europei, assunti come un dogma, la maggioranza, sta aprendo un nuovo fronte di scontro al suo interno sui tagli da effettuare per finanziare misure destinate a mantenere il consenso in vista delle prossime elezioni.. La coperta è corta e per questo assistiamo a continue baruffe tra esponenti di partiti al governo tra chi vuole alzare la flat tax a 100 mila euro per le partite IVA, chi preferisce estendere lo sgravio IRPEF ai redditi tra 50 e 60 mila euro, chi vuole allargare l’esenzione del bollo auto e chi, infine, pensa che renda di più elettoralmente una pioggia di detrazioni e bonus su anziani e “fragili”
La dinamica politica all’interno del governo è diventata caricaturale: con una mano si ruba attraverso il fisco, l’inflazione non indicizzata e i tagli strutturali, e con l’altra si finge di rispondere ai bisogni dei cittadini distribuendo elemosine mirate.
L’esempio più drammatico di questa politica è il collasso programmato della spesa sanitaria pubblica, emblema di uno smantellamento del welfare che va avanti da anni: il finanziamento della sanità rispetto al PIL continua a scendere sotto le soglie critiche, riducendo gli ospedali al collasso, allungando le liste d’attesa e costringendo i cittadini a pagarsi le cure di tasca propria o a rinunciarvi. Rinunciando a tassare i grandi patrimoni, accettando passivamente i dogmi dell’austerità europea e continuando ad aumentare la spesa per le armi, le conseguenze di lungo periodo saranno drammatiche: l’economia e le produzioni industriali nazionali vengono lasciate andare a rotoli, mentre il welfare pubblico, a partire da sanità e scuola, è cinicamente condotto verso un progressivo smantellamento.
Di fronte a queste scelte, che colpiranno ancora di più i ceti popolari e condannano il Paese ad un continuo declino, occorrerebbe un fortissimo rilancio delle lotte, sulla scorta dell’esempio francese, realizzabile solo attraverso l’unificazione di tutti i soggetti contrari a queste politiche. Va nella giusta direzione l’appello dei “lavoratori autoconvocati” che chiedono ai sindacati di desistere dalla scelta di convocare scioperi generali separati e incontrarsi per arrivare a proclamare uno sciopero generale unitari. Senza di questo che il sindacato sia grande o piccolo non si riuscirà a scalfire la linea liberista e antipopolare del Governo.