Ghiaccio amaro di Cortina: la pista da bob e il fallimento della memoria

Non è un errore di calcolo, né una svista tecnica. Il degrado delle strutture olimpiche che si profila all’orizzonte, con la pista da bob di Cortina a fare da vessillo dello spreco, è una cronaca annunciata, il sintomo di una patologia cronica che affligge il nostro sistema Paese.

Siamo di fronte a quella che la psicanalisi definirebbe una “coazione a ripetere”: un meccanismo perverso in cui la politica e l’affarismo, saldati in un abbraccio tossico, reiterano gli stessi errori del passato, ignorando deliberatamente le lezioni di Torino 2006 e di decine di altre “grandi opere” finite nel nulla.

La pista da bob di Cortina non è solo un’infrastruttura sportiva; è il simbolo di una logica accumulativa che non conosce il limite della decenza. Nonostante i moniti del Comitato Olimpico Internazionale, che suggeriva l’uso di impianti già esistenti all’estero, e le proteste della società civile, si è scelto di procedere con un cantiere dal costo esorbitante e dall’impatto ambientale devastante. Il motivo è sempre lo stesso: la necessità di alimentare un circuito di spesa pubblica che nutre pochi a scapito della collettività. È il trionfo del “cemento ora, rovina poi”.

Sappiamo già come andrà a finire perché l’abbiamo già visto. Abbiamo visto piste da bob trasformarsi in scheletri di cemento divorati dalla vegetazione, bacini di innevamento artificiale restare vuoti e palazzetti dello sport diventare cattedrali nel deserto. Eppure, la politica continua a presentare queste opere come “volano per lo sviluppo”.

Quale sviluppo possa esserci nel distruggere ettari di bosco e nel vincolare le future generazioni a costi di manutenzione insostenibili per uno sport praticato da pochissimi, non è dato sapere.

Il disprezzo per l’ambiente non è un effetto collaterale, ma una componente intrinseca di questo modello. La natura viene considerata come un mero spazio da colonizzare, una risorsa da spremere per estrarre profitto immediato. L’uso oculato e sociale delle risorse viene sacrificato sull’altare del prestigio effimero e dei flussi finanziari. Invece di investire in un’economia della cura, nel ripristino del territorio e in infrastrutture che servano davvero ai cittadini, si sceglie la via dello sfarzo predatorio.

Oggi questo scenario è davvero insopportabile. In un’epoca di crisi climatica ed economica, l’ostinazione nel perseguire progetti palesemente fallimentari non è più solo incompetenza: è una scelta politica precisa che dimostra un totale distacco dalla realtà e dai bisogni delle persone.

La pista di Cortina sarà il monumento a questa cecità, l’ennesimo simbolo di un’Italia che preferisce affondare nel ghiaccio amaro degli affari piuttosto che imparare dai propri errori. Ne vediamo già, purtroppo, le prime tragiche avvisaglie.