Il profitto non si ferma, il pianeta sì: la grande ipocrisia delle banche italiane

Il quadro globale che emerge dall’ultimo rapporto Banking on Climate Chaos è drammatico. Nel silenzio delle istituzioni, i giganti della finanza mondiale continuano a pompare cifre astronomiche verso l’espansione dei combustibili fossili. Una follia scientifica ed economica, guidata solo dalla logica del profitto immediato.

In questa mappa internazionale della vergogna climatica, l’Italia non fa eccezione. I nostri principali istituti di credito, come analizzato nei dossier di Valori.it, si confermano saldamente tra i massimi finanziatori europei di carbone, petrolio e gas, alimentando trivelle e megaprogetti distruttivi in tutto il mondo.

Mentre le bollette asfissiano i bilanci familiari e gli eventi climatici estremi devastano i territori, il sistema bancario italiano registra utili storici mai visti e distribuisce dividendi miliardari. Questi mega-profitti non derivano da investimenti nella transizione ecologica o da una gestione del credito orientata al bene comune. Al contrario, sono il frutto di rendite di posizione favorite dalle dinamiche macroeconomiche e dalla costante complicità con l’industria estrattiva.

Siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di ricchezza che dai cittadini finisce nei bilanci dei colossi bancari, ottenuto scaricando sulla collettività i costi ambientali e sociali del collasso climatico.

In questo scenario, il dato politico più sconcertante è l’assoluta latitanza dell’alternativa politica. Una seria strategia di redistribuzione delle risorse, o una vera tassazione degli extra-profitti bancari, sono opzioni completamente scomparse dall’agenda politica del Paese. Su questo tema, non si vede un vero scarto d’intenti tra centro-destra e centro-sinistra. Una situazione imbarazzante.

Nessuna delle due coalizioni principali dimostra di avere il coraggio politico di scalfire i privilegi dei grandi mercati finanziari. Il governo tutela gli interessi degli istituti protetto da una retorica di stabilità economica, mentre l’opposizione riformista preferisce non disturbare i manovratori per accreditarsi presso i salotti finanziari che contano. Il mito dell’autoregolamentazione del mercato e delle politiche di facciata ESG è crollato.

Dietro le campagne pubblicitarie patinate di sostenibilità aziendale, si nasconde la cruda evidenza di flussi di cassa diretti a finanziare nuovi oleodotti. Le promesse di azzeramento delle emissioni si sono rivelate meri esercizi di greenwashing utili solo a ripulire la reputazione dei manager.

Se i finanziamenti alle fossili continuano ad aumentare, significa che il mercato finanziario sceglierà sempre la rendita rispetto alla sopravvivenza stessa della biosfera. La redistribuzione non è un’utopia, ma una misura di giustizia e sopravvivenza.

Tassare i profitti accumulati con l’economia fossile consentirebbe di finanziare le energie rinnovabili e mitigare i danni sul territorio. Fino a quando la politica italiana continuerà a considerare intoccabili i bilanci delle grandi banche, ogni discorso sulla transizione ecologica resterà soltanto una vuota e ipocrita retorica.

È tempo di spezzare questo legame tossico tra finanza fossile e potere politico, per rimettere al centro il futuro collettivo. Mentre invitiamo ancora a firmare la LIP sull’1% equo, per tassare una minoranza molto ricca in questo Paese, ricordiamo che il tema della redistribuzione delle risorse a favore delle persone, dei diritti e dell’ambiente è un tema che deve essere affrontato un modo serio se non si vuole essere paladini solo formali del dettato costituzionale.

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