L’Autonomia dei “Privilegi”: il tramonto del Patto Nazionale tra furbizie e casse vuote

Il recente attivismo del Ministro Roberto Calderoli, volto a blindare le preintese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria sulle cosiddette “materie non LEP”, somiglia sempre più a una fuga in avanti per salvare una riforma che sta implodendo sotto il peso delle proprie contraddizioni. Oggi il testo delle pre-intese arriva in Consiglio dei Ministri per sancire un ulteriore passo avanti da spendere nella comunicazione politica e nei rapporti tra partiti del centrodestra.

Mentre i governatori del Nord celebrano un traguardo “storico”, la realtà descritta dalla Corte Costituzionale e dalle stesse Regioni restituisce l’immagine di un Paese che rischia di frantumarsi su basi puramente egoistiche.

Il miraggio delle materie “non LEP”
La strategia di Calderoli è chiara: bypassare lo scoglio dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) — per i quali mancano le coperture finanziarie — accelerando il trasferimento di funzioni su Protezione Civile, previdenza integrativa, commercio estero e professioni. Tuttavia, questa distinzione è un artificio che viola lo spirito della sentenza della Consulta del dicembre 2024. La Corte ha infatti chiarito che non si possono devolvere intere materie, ma solo singole funzioni legate a specifiche territorialità. Trasferire “blocchi” di competenze significa sottrarre sovranità allo Stato e creare un mosaico di regole che innescherà competizione per ottenere professionisti e servizi con regole e risorse differenti, minando l’unità nazionale sul terreno dell’ eguaglianza sostanziale. Non una cosa da poco, dunque.

La resa dei conti: i soldi non ci sono
La contraddizione più stridente esplode però sul fronte dei LEP. Per mesi si è sostenuta la tesi di una riforma “a costo zero”, ma il castello di carte è crollato quando anche i presidenti di Regione di centrodestra hanno dovuto ammettere l’ovvio: senza un fondo perequativo statale e risorse aggiuntive, i diritti civili e sociali non possono essere garantiti in modo uniforme.

Il recente posizionamento unanime dei governatori ha messo a nudo l’inganno: pretendere di attuare l’autonomia a invarianza finanziaria significa cristallizzare le disuguaglianze esistenti, condannando il Sud (e le aree fragili del Nord) a servizi di serie B.

Un percorso ad ostacoli
Nonostante il “blitz” in Consiglio dei Ministri per licenziare le preintese, la strada resta in salita. La Consulta ha infatti restituito al Parlamento il potere di modificare le singole intese, eliminando l’obbligo di un voto “prendere o lasciare”.

Questo significa che ogni comma potrà essere emendato, allungando i tempi e aumentando l’incertezza istituzionale.

Siamo di fronte a una riforma che, invece di promuovere un avanzamento per diritti e prestazioni esigibili, sembra concepita come un “trofeo elettorale” da esporre prima dei prossimi appuntamenti alle urne. Ma la foga di incassare questo dividendo politico rischia di lasciare agli italiani un Paese più povero, più diviso e burocraticamente nel caos, dove i diritti fondamentali dipenderanno dal codice postale di residenza e non dalla cittadinanza repubblicana.

Tutti gli spazi per intervenire criticamente, per inceppare questa sciagurata avventura vanno utilizzati. Soprattutto ora che, con grandi contraddizioni, sono gli stessi protagonisti che l’ hanno voluta a rilevare la sua insostenibilità finanziaria.