Sono tanti anni – 26 per la precisione – che assisto ininterrottamente alle rappresentazioni de “il Teatro Povero” di Monticchiello. Non un teatro qualsiasi. Il Teatro, alla sua 60 esima edizione, rappresenta un unicum nel panorama teatrale italiano. I testi che vengono messi in scena nel periodo estivo di ogni anno sono il frutto di una discussione che si svolge tra gli abitanti del piccolo borgo della Val d’Orcia. Tessuta la trama di un racconto sono gli stessi abitanti che la portano in scena nella piazza del paese. Gli abitanti sono i testimoni, gli artefici, i protagonisti di storie che raccontano i cambiamenti della società attraverso le vicende di una piccola comunità che affonda le radici nella mezzadria. Insomma, una forma originale di democrazia partecipata. Quest’anno il teatro mette in scena una delle storie più suggestive, toccanti che siano state raccontate in questi ultimi anni. Assolutamente da vedere.
Il protagonista principale intorno a cui ruota tutto lo spettacolo – titolo dello spettacolo “L’Occhio oltre” – è Carlino, nato nel giugno 1944, in un mondo segnato dalla guerra, dalla mezzadria, dalla povertà, da profonde ingiustizie sociali. Carlino è il nome di battaglia di un partigiano che ha dato la vita nella lotta contro il fascismo e la guerra. Carlino nasce con un forte rossore a un occhio, una anomalia che lo accompagna tutta la vita. Nello spettacolo questa anomalia assume il valore simbolico di chi non si limita a osservare il presente ma prova ad andare oltre, a immaginare e a battersi per costruire un “mondo nuovo”.
Dopo gli anni dell’infanzia passati in povertà, gli anni della scuola frequentata con profitto ma con grandi difficoltà, quella di Carlino è la storia di un bracciante comunista che si batte per la pace e la terra condivisa – in scena a un certo punto compare un grande striscione. “le donne di Monticchiello vogliono la terra e non la guerra “-, per la cooperazione tra lavoratori e lavoratrici, contro ogni forma di giustizia. È la storia di chi conosce ingiustamente il carcere. La vita scorre. C’è l’incontro con il Teatro Povero, c’è l’incontro con un amore rimasto sospeso nel tempo, infine arriva la vecchiaia. Il tratto di questa esistenza segnata da molte traversie è l’incessante ricerca di nuovi orizzonti, di un mondo nuovo da perseguire mettendosi insieme, organizzandosi. Lo sguardo è rivolto alla luna. Una esistenza vissuta in direzione contraria e ostinata nonostante le tante sconfitte, le tante amarezze, le tante difficoltà.
Alla fine dello spettacolo la vita di Carlino, ormai in età avanzata, si trova a confronto con il vissuto delle nuove generazioni, un gruppo di ragazze cui è stato instillato, al pari dei propri coetanei, il senso di impotenza e di individualismo. Non è scontato l’esito di questo confronto. Perché mai si dovrebbe sacrificare una vita intera a una utopia, per di più senza grandi risultati? La risposta, nella scena finale, è di una di queste ragazze che guardandosi intorno esclama. “Ora ho finalmente ho capito. Di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria!”. Un messaggio potente che nella realtà effettiva ha cominciato a farsi largo tra i giovani che sono scesi in piazza contro il genocidio, la guerra, il riarmo. Un messaggio potente contro chi ha incorporato la convinzione che contro le ingiustizie non ci sia più nulla da fare, che contro le sconfitte bisogna rassegnarsi, omologarsi, accettare quel che passa il convento. Sbagliatissimo. Alla guerra, al riarmo, alle ingiustizie non bisogna mai rassegnarsi. Mi è tornata in mente la celere frase di Antonio Gramsci nelle lettere dal carcere:” Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio”. Grazie al Teatro Povero di Monticchiello per avere riproposto questo concetto. Non arrendiamoci, non smettiamo mai di guardare alla luna. Lo spettacolo rimane in scena fino al 14 agosto.