Il caso del gioielliere di Gallo Grinzane Cavour (Cuneo) e lo slogan politico che vuole sostituire il diritto.
C’è uno slogan della destra – soprattutto della sua componente più radicale, quella salviniana e vannacciana, ma ripreso con frequenza anche dall’area politica della Meloni – che in queste ore rimbalza ovunque: «La difesa è sempre legittima».
Lo slogan viene utilizzato in riferimento al caso del gioielliere, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’omicidio di due rapinatori e il ferimento di un terzo. I tre avevano appena compiuto una rapina nella sua gioielleria.
Secondo quanto stabilito nei vari gradi di giudizio, gli omicidi e il ferimento non avvennero durante l’azione criminosa, né in una situazione di immediato pericolo per l’incolumità del gioielliere o di altre persone presenti, ma quando la rapina era ormai terminata e i rapinatori si stavano allontanando dalla gioielleria.
Lo slogan secondo cui la difesa è sempre legittima può essere condivisibile, purché, beninteso, si tratti effettivamente di difesa e non, come in questo caso, di una reazione posta in essere quando l’aggressione era ormai cessata.
La difesa della propria persona, della propria famiglia e dei propri beni di fronte a un’aggressione ingiusta è un principio che appartiene a qualsiasi ordinamento civile. Nel caso specifico, però, vi è un particolare tutt’altro che secondario: il gioielliere non si trovava più nella condizione di doversi difendere da un’aggressione in corso. L’azione criminosa si era conclusa e i rapinatori erano già in fuga.
La questione posta dai giudici, quindi, non riguardava il diritto alla difesa, ma il limite oltre il quale la reazione non può più essere considerata difensiva, trasformandosi invece in una risposta punitiva o di ritorsione.
È proprio per questo motivo che il richiamo allo slogan «la difesa è sempre legittima» risulta improprio e fuorviante. La legittima difesa prevista dall’articolo 52 del codice penale presuppone infatti determinati requisiti, tra cui l’attualità del pericolo e la necessità della reazione per respingere un’offesa ingiusta. Quando il pericolo è cessato, viene meno anche il presupposto giuridico della causa di giustificazione.
Non è ancora noto il testo integrale della sentenza della Corte di Cassazione; pertanto, per ricostruire le motivazioni dei giudici, occorre fare riferimento alle sentenze di primo e secondo grado, che risultano pienamente conformi. Da esse emerge che sono state riconosciute tutte le circostanze attenuanti ritenute applicabili, con una significativa riduzione della pena rispetto alla cornice edittale prevista per ipotesi più gravi.
La pena inflitta, infatti, è stata di 14 anni di reclusione, mentre un duplice omicidio volontario avrebbe potuto comportare conseguenze sanzionatorie ben più severe, fino all’ergastolo in presenza di specifiche aggravanti.
Il punto, dunque, non è negare il diritto alla difesa né ignorare il dramma umano vissuto da chi subisce una rapina. Il punto è un altro: in uno Stato di diritto anche il sentimento di paura, rabbia e indignazione deve confrontarsi con regole precise. La difesa è un diritto; la vendetta, invece, non può mai diventare giustizia
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Il potere di grazia del Presidente
La grazia, in caso di una condanna per omicidio è un provvedimento di straordinaria delicatezza. Essa non è un quarto grado di giudizio e non può trasformarsi in una sorta di revisione discrezionale delle sentenze definitive. La grazia rappresenta uno strumento eccezionale, previsto dall’ordinamento per considerare situazioni particolari di carattere umano, sociale o di eccezionale rilievo, senza però mettere in discussione il principio secondo cui ogni cittadino è sottoposto alla legge e ogni responsabilità penale deve essere accertata secondo le regole del processo.
Deve essere evitato il rischio che si affermi, anche solo indirettamente, il convincimento che chi reagisce a un reato grave possa comunque ricorrere alla forza letale anche quando il pericolo è cessato, confidando poi in una sostanziale eliminazione della pena. Uno Stato di diritto deve distinguere con chiarezza tra il diritto alla difesa, che è un principio fondamentale, e una forma di giustizia privata nella quale il cittadino si sostituisce all’autorità pubblica decidendo autonomamente chi debba essere punito e in quale misura.
La vera forza dello Stato di diritto sta nella capacità di essere insieme fermo e giusto: fermo nel riaffermare che nessuno può farsi giustizia da sé, giusto nel valutare ogni caso nella sua complessità. La grazia, proprio perché rappresenta un gesto straordinario di clemenza, deve essere utilizzata con grande prudenza, affinché non venga percepita come una cancellazione automatica delle conseguenze di un atto gravissimo, ma resti ciò che deve essere: un’eccezione motivata, compatibile con i principi fondamentali della convivenza civile.
Ci penserà il Presidente Mattarella, a stabilire se, come e quando, concedere la grazia al gioielliere. Certo non lo farà subito perché la delicatezza del potere di grazia non consente di cedere allo strepitus fori né a mandare impliciti messaggi di impunità alle condotte da far west che nel nostro ordinamento per fortuna non sono ammesse. Probabilmente lo farà più avanti, forse attraverso una commutazione della pena idonea, comunque, ad avvicinare la soglia della liberazione anticipata od altri benefici di legge tenendo anche conto dell’età del condannato.
Intanto il gioielliere si penta sinceramente della sua illecita condotta, perché di ciò ad oggi, per quanto è dato sapere, non si ha notizia. Egli comprenda che anche in una situazione di esasperazione non sono ammesse esecuzioni capitali di persone quand’anche si tratti di malfattori. Il sincero pentimento potrebbe oggettivamente favorire il provvedimento di grazia.
I rapinatori, dal canto loro, non avranno più la possibilità di pentirsi né di intraprendere un percorso di responsabilizzazione perché…… sono morti: la morte ha reso definitiva una sanzione ben più severa di qualsiasi pena detentiva che lo Stato avrebbe potuto infliggere loro.
E la destra vannacciana, salviniana e meloniana? Basta sollecitarla a non speculare sulle disgrazie altrui e sulla ignoranza diffusa dei princìpi basilari del diritto. La smetta di essere demagogica e adulatrice del popolo. Per una volta sia responsabile.
Resta solo il più moderato Tajani, ma lì, si sa, il diritto vale “fino ad un certo punto”.