Gli anniversari e le commemorazioni non servono se si limitano al ricordo o all’esibizione della retorica, più o meno aulica e altrettanto vuota, ma sono l’occasione per sollecitare la ricerca della verità, chiarire fino in fondo le ragioni per cui quei fatti sono avvenuti e, poi, indagare le ripercussioni che ancora oggi hanno sulla società.
La strage di via d’Amelio, avvenuta a Palermo 34 anni fa, rientra proprio tra i fatti che hanno cambiato la società e gli equilibri di potere del nostro Paese. Ricordarla oggi significa chiedere con forza la verità sul più grande depistaggio della storia repubblicana e indagare quegli interessi convergenti tra mafia e Stato, tra borghesia mafiosa e vertici degli apparati dello Stato, tra interessi nazionali e internazionali, che condizionano e determinano, anche adesso, la geografia del potere e la società siciliana e italiana.
Di certo, che le stragi del 1992 e del 1993 non siano state solo stragi mafiose è evidente dalle innumerevoli prove emerse in questi anni. Quello che invece intimorisce e ci indigna è che, a distanza di 34 anni, gran parte delle forze politiche e della struttura statale non voglia ricercare la verità su quei fatti e tenti di far accreditare, in tutti i modi, una versione di comodo. Anche se l’impunità è una costante delle stragi in Italia, le uniche volte in cui si è arrivati a scoprire le ragioni e ciò che è successo è stato solo grazie all’impegno e alla determinazione dei familiari delle vittime e di quella società civile organizzata che ha indagato, cercato, recuperato informazioni e testimonianze, riuscendo a fare riaprire inchieste e a far celebrare processi, senza fermarsi davanti all’ostracismo delle istituzioni. L’esempio più eclatante è l’ultima sentenza sulla strage alla stazione di Bologna.
Perciò, utilizziamo questo anniversario per riannodare convergenze, ritessere relazioni e accumulare forze tra tutti coloro che non si vogliono fermare alle versioni di comodo, ma vogliono capire chi fece sparire l’agenda rossa di Borsellino e quali verità su trattativa, mandanti esterni o apparati infedeli poteva contenere. Il depistaggio Scarantino, interamente avvenuto all’interno degli apparati statali, quali responsabilità contribuì a nascondere? Perché la strage di via d’Amelio fu accelerata dopo Capaci? Per impedire a Borsellino di scoprire i rapporti tra mafia, Stato e politica? E, salendo di livello, quale ruolo ebbero i servizi segreti, gli apparati deviati, la massoneria e gli ambienti politico-affaristici nella strategia stragista del 1992 e del 1993? Quanto la strage di via d’Amelio fu strumento per un’ampia destabilizzazione politica, si ricordi l’Uno Bianca, le sentenze di ’ndrangheta stragista e le rivendicazioni della Falange Armata, destinata a condizionare lo Stato e i nuovi equilibri di potere?
Insomma, ricordare la strage di via d’Amelio ci dovrebbe servire per rispondere a queste domande e per uscire finalmente da quel cono d’ombra che dai primi anni Novanta incombe sulla Repubblica. Ma se fino ad oggi non si è riusciti a riemergere dall’oscurità è perché quelle convergenze positive, quelle relazioni tra società civile organizzata, politica sana e forze che vogliono arrivare alla verità, non hanno messo in discussione quei poteri e quelle forze che ancora attanagliano la Repubblica.
Senza una rottura netta con il potere USA e con le basi in Italia che lo esercitano, senza uno spostamento dei rapporti di forza tra Capitale e Lavoro, senza una piena attuazione della Costituzione in grado di democratizzare gli apparati statali, senza una rivalorizzazione della scuola e della cultura critica, si continuerà a essere subalterni alle logiche del potere e di chi possiede gli strumenti non democratici per raccontarci solo versioni di comodo, a partire dalla strage di via d’Amelio.