No alla schedatura su base etnica nelle scuole

Circolari, divieti, commissariamenti e tagli: la scure repressiva targata Valditara che sta colpendo la scuola mette a segno un altro colpo letale. La nota ministeriale fatta pervenire agli uffici scolastici regionali, con la quale si chiede alle scuole pubbliche e paritarie di compilare in tempi ristrettissimi un form di rilevazione dati sul numero di studenti palestinesi presenti, è di una gravità così inaudita, sia sul piano sostanziale che procedurale, da aver scosso anche i più indifferenti.

Non è stata fornita alcuna spiegazione sull’utilizzo previsto di questi dati, né è stata presentata una progettualità educativa o economica che possa giustificare una simile richiesta. È evidente come, in un clima di ostilità istituzionale verso il popolo palestinese e verso chiunque esprima solidarietà, questa iniziativa sia stata letta immediatamente come un tentativo di schedatura su base etnica: un atto discriminatorio aggravato dal fatto di colpire dei minorenni.

Forse la consapevolezza di averla fatta davvero grossa ha spinto il Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione a emanare un’ulteriore nota, in cui si giustifica la rilevazione: viene specificato che non è nominativa e che ha lo scopo di favorire il pieno inserimento degli studenti palestinesi, analogamente a quanto fatto per gli ucraini, definendo strumentale ogni accusa di voler censire o schedare gli alunni. Si tratta di una risposta che non può soddisfare, poiché non risponde al merito della contestazione, e il fatto che la richiesta non sia nominativa non ne muta la gravità.

I bambini e le bambine palestinesi non sono numeri; a Gaza è in corso uno “scolasticidio”, frutto di un genocidio che il Governo continua a negare, così come continua a non riconoscere la legittimità dello Stato di Palestina, salvo poi cercare tra i banchi di scuola i piccoli cittadini palestinesi e le loro famiglie. Ne è prova il fatto che la circolare non chieda di indicare il numero degli studenti NAI (neo-arrivati), ma di tutti i palestinesi in quanto tali. Nelle nostre scuole vi sono ragazzi di seconda e terza generazione, perfettamente integrati, che non necessitano di alcun piano personalizzato e tanto meno di essere etichettati e ghettizzati.

Inoltre, non è possibile fare alcuna analogia con l’emergenza ucraina: in quel caso, il rilevamento avvenne all’interno di un piano di accoglienza sostenuto da fondi e personale dedicati. Basta confrontare le due circolari per comprenderne le differenze. Ad oggi non si registra un flusso di profughi minori palestinesi tale da esigere interventi d’urgenza; sono invece molti i ragazzi di recente immigrazione provenienti da altri Paesi che avrebbero bisogno di supporto anche per l’apprendimento della lingua italiana e che, a causa della cronica mancanza di fondi, sono lasciati alla sola buona volontà dei docenti.

Quei pochi fondi che oggi arrivano alle scuole, e che saranno drasticamente ridotti dai tagli previsti dalla legge di bilancio, sono insufficienti e spesso vincolati a progetti calati dall’alto, estranei ai reali bisogni educativi dei ragazzi e delle ragazze. Evidentemente, però, le preoccupazioni di Valditara sono altre: la “caccia al palestinese” o il tentativo di zittire chi, parlando di Gaza, disturba la linea del Governo. Gli esempi non si contano più. Nuove ispezioni sono state annunciate al Liceo Marco Polo di Venezia, “reo” di aver programmato attività di approfondimento su Gaza deliberate dal collegio docenti. Ulteriori rilevazioni sono richieste dal MIM per monitorare le attività previste per il Giorno della Memoria: l’occhio vigile del Ministro scruterà ogni iniziativa in programma. Forse gliel’ha chiesto Gasparri.

                                                                                            

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