Oltre la narrazione mainstream, i dubbi sul casolare di Roma e il ritorno della “Pista Anarchica”

Nelle ultime ore, le reti unificate dell’informazione e gli organi inquirenti hanno servito all’opinione pubblica una verità preconfezionata: due anarchici sono rimasti uccisi nell’esplosione di un casolare a Roma, nel Parco degli Acquedotti, vittime del loro stesso ordigno. Una dinamica che non lascia spazio a dubbi, almeno secondo la stampa generalista. Eppure, analizzando i fatti con il necessario rigore metodologico, emergono lacune e precipitose certezze che non possono essere ignorate. Noi non abbiamo gli elementi materiali per confermare o smentire quanto accaduto in quel rudere, ma abbiamo il dovere storico e intellettuale di sollevare interrogativi precisi.

La tempestività del verdetto Il primo elemento di forte sospetto risiede nelle tempistiche. È scientificamente e investigativamente anomalo che, a pochissimi minuti dal ritrovamento dei cadaveri, le prime pagine dei giornali e le edizioni straordinarie dei telegiornali avessero già inchiostrato il movente, l’obiettivo e l’appartenenza politica delle vittime. L’etichetta dell'”attentato anarchico” è stata spiattellata con una sicurezza immediata, scavalcando i fisiologici tempi di un’indagine tecnica, forense ed esplosivistica seria. Questa fretta nel chiudere il cerchio narrativo rappresenta un vulnus logico evidente.

La storia delle stragi: una matrice ben diversa Chi ha padronanza della storia contemporanea del nostro Paese sa bene che occorre muoversi con estrema cautela quando si parla di esplosivi e terrorismo. Storicamente, le bombe che hanno insanguinato l’Italia e ucciso cittadini inermi non portano la firma dell’anarchia. Appartengono, al contrario, a una matrice inequivocabilmente neofascista, quasi sempre nutrita dall’asservimento del potere politico, orchestrata da settori deviati dei servizi di sicurezza e profondamente inserita in un più ampio scacchiere di implicazioni internazionali e atlantiche. Dimenticare questo retaggio significa ignorare le dinamiche del potere degli anni più bui della Repubblica e anche quello odierno.

Il feticcio del depistaggio e la repressione del dissenso Nutriamo dubbi profondi perché il copione a cui stiamo assistendo non è inedito. Ammesso e non concesso che i due siano realmente saltati in aria in quel casolare, la storia ci insegna che la cosiddetta “pista anarchica” si è rivelata innumerevoli volte un falso storico e giudiziario. È stata la cortina fumogena perfetta, utilizzata sistematicamente per depistare le indagini vere e per coprire i reali mandanti. Non solo: agitare lo spauracchio della minaccia eversiva anarchica è l’espediente classico per preparare il terreno a stagioni di dura repressione, silenziando il dissenso contro le manovre governative proprio nei momenti di maggiore difficoltà e fragilità sociale del Paese.

Il dovere del dubbio Davanti a un evento di questa portata, la certezza incrollabile e istantanea dei media non è sinonimo di verità. Le conclusioni precipitate degli ambienti inquirenti, amplificate senza alcun filtro critico dal circuito mainstream, destano sospetti legittimi e fondati. In assenza di prove terze e inconfutabili, l’analisi rigorosa ci impone di non allinearci passivamente. Il dubbio, radicato nella conoscenza storica e nell’osservazione dei fatti, resta l’unico scudo contro le verità di Stato servite a reti unificate, che spesso hanno coperto i veri carnefici.