Alessandro Portelli, storico
Roberto Cabrino: L’amministrazione statunitense ha spesso giustificato le sue azioni, incluse sanzioni e sostegno a figure dell’opposizione, come interventi a favore della democrazia. Oggi con il Venezuela è caduta anche questa maschera ideologica. Alessandro Portelli, tu che hai analizzato a fondo le tensioni e le divisioni interne agli USA (come nel tuo libro “Il ginocchio sul collo”), intravedi un nuovo cortocircuito tra le azioni direttamente muscolari di queste ore e le crescenti fragilità del tessuto democratico interno, evidenziate anche dal fenomeno del trumpismo?
Alessandro Portelli: Il trumpismo è il punto di arrivo di una crisi della democrazia negli Stati Uniti, che è in corso da molto tempo. Una crisi della democrazia che si esprime nella sfiducia e nella distanza di gran parte della popolazione dalle istituzioni, come ha dimostrato il tentato colpo di stato del 6 gennaio di qualche anno fa. In questi giorni, come ha scritto molto bene Luca Celada sul Manifesto, i rapimenti di massa, le deportazioni extra legem, effettuati dal servizio immigrazione agli ordini di Trump in violazione di qualunque norma costituzionale, indicano che parlare di democrazia in questo momento anche negli Stati Uniti è forse fuori luogo. Quanto alla possibilità di opposizione, di resistenza, alcuni elementi dell’ordine giudiziario stanno cercando di porre un limite. Alcune delle elezioni che sono avvenute in questi ultimi tempi, a parte quella clamorosa del sindaco di New York, indicano che il consenso è in qualche modo incrinato. Al tempo stesso il potere concreto, materiale, di ricatto che è esercitato dal governo, penso a quello fortissimo nei confronti delle università per esempio, suggerisce che non si tratta più di consenso, ma letteralmente di forza e di dominio extra legale. Nel caso del Venezuela l’idea di riportare la democrazia non è stata nemmeno menzionata. D’altra parte sappiamo benissimo come gli Stati Uniti siano intervenuti sistematicamente a sostegno di ogni genere di dittatori in America centrale e meridionale. Una delle poche cose che non si possono contestare a Trump è che dice abbastanza attentamente quello che pensa; difatti ha detto: ci siamo ripresi il petrolio e adesso tocca alla Groenlandia.
R.C.: L’approccio aggressivo degli USA verso il Venezuela, che ha visto un qualche coinvolgimento di attori come Russia e Cina a sostegno di Maduro, suggerirebbe un’accelerazione verso un ordine multipolare, che però non è affatto certo. Come si inserisce, nella tua analisi, questa “partita” sudamericana nel più ampio scacchiere globale e nel declino relativo dell’egemonia americana in questo secolo?
A.P.: Diciamo intanto che a proposito di ordine multipolare mi pare molto interessante il fatto che non solo la Cina, che magari potrebbe dire voi vi prendete il Venezuela mentre noi ci riprendiamo Taiwan determinando una situazione catastrofica, ma anche, per dire, un gruppo di paesi latino-americani dalla Colombia al Brasile abbiano dato segnali politici significativi. In qualche modo quella che tu chiami crisi dell’egemonia degli Stati Uniti manifesta il fatto che, a questo punto, anche i governi latino americani siano costretti a prendere le distanze. D’altra parte non dimentichiamo che il concetto di egemonia comprendeva due elementi in Gramsci: la capacità di trasformare le proprie idee in senso comune e il dominio fisico. Questa dimensione Trump non ha nessuna intenzione di esercitarla, non ha nessuna intenzione di convincere, ma semplicemente quella di esercitare il dominio con la forza. In questo senso, direi, che se c’è una crisi del consenso all’interno del mondo americano, questa si esprime in forma di accentuazione della violenza, del dominio.
R.C.: Professor Portelli, tu hai spesso raccontato l’America come un campo di battaglia di narrazioni contrastanti. Di fronte a una postura di aggressione esterna verso il Venezuela, come si riconfigurano oggi quelle ‘voci dal basso’ e quelle opposizioni interne che storicamente hanno contestato l’imperialismo? Esiste ancora negli Stati Uniti una capacità della società civile e dei movimenti radicali di scindere il concetto di ‘sicurezza nazionale’ dal desiderio di egemonia, o la polarizzazione estrema ha finito per assorbire anche il dissenso internazionale dentro una pura logica di schieramento domestico?
A.P.: Diciamo questo: ci sono state già alcune manifestazioni di protesta contro l’invasione del Venezuela, la presa di posizione molto rigida del Sindaco di New York, altre voci significative come quella di Ocasio Cortez, ma anche all’interno stesso dell’universo M.A.G.A. (Make America Great Again). In qualche modo questa operazione di puro dominio non cerca necessariamente il consenso, così come è la prassi, nella politica interna. La capacità di ricatto del potere, quello presidenziale, esecutivo in questo momento è tale da spaventare anche, per esempio, tutto il campo politico del Partito Democratico, della sua dirigenza e rappresentanza parlamentare. E’ un momento di particolare difficoltà, molto molto pericoloso. Potrebbe ancora funzionare questa proiezione verso l’esterno di una onnipotenza americana come copertura del fatto che la gente sta sempre peggio negli Stati Uniti e la qualità della vita è drammaticamente peggiorata. Non è di questo che si occupa in questo momento il potere esecutivo. Il suo legame, infatti, è con quella élite di iper miliardari che controlla sostanzialmente l’economia e ne tiene finanziariamente le redini. Uscirne sarà un processo abbastanza lungo, difficile e contraddittorio
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