Geopolitica e lotta di classe: crisi, anti-americanismo e possibile ripresa riformista dell’attività proletaria – Tre domande a Raffaele Sciortino


Raffaele Sciortino, ricercatore indipendente, autore di “Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia” (Asterios editore)

Alberto Deambrogio: La tua analisi cerca di superare la visione puramente statocentrica della geopolitica classica. Ma come può un concetto apparentemente conservatore come il ‘Perno Geografico’ di Mackinder diventare uno strumento utile per comprendere le moderne lotte di classe su scala globale se non anche in una prospettiva rivoluzionaria?

Raffaele Sciortino: Tenere insieme queste dimensioni può dare l’impressione di un cortocircuito, ma credo che il loro intreccio si stia facendo sempre più evidente. Quanto alla Geopolitica intesa come disciplina, e tralascio qui la genealogia “scabrosa” dello stesso termine, il suo campo è la potenza nello spazio, più precisamente il potere statale moderno nel suo rapporto con lo spazio antropico configurato dalla socializzazione capitalistica (quindi, storicamente determinato: altro che continuità tra la “trappola di Tucidide” e lo scontro Usa/Cina oggi). Lo spazio è una cristallizzazione del processo storico sottoposto a sua volta a mutamento, è ambiente eminentemente sociale e teatro di forze globali più che mera posta in gioco dello scontro tra potenze. Il che rimanda all’esistenza dello Stato quale formazione non a sé stante, ma all’interno di un sistema di stati, un sistema internazionale con il suo relativo “ordine” (o disordine). E rimanda, insieme, alla dinamica dell’accumulazione capitalistica che si fa Weltmarkt, mercato mondiale. Ma, almeno per i marxisti, accumulazione significa rapporti di classe, relazioni oggettive tra classi, non come cornice esterna, ma costitutivi dell’”economia” (appunto: politica) attraverso il rapporto fondamentale capitale-lavoro salariato. Quindi, i tre termini dell’equazione: capitale, classi, Stato, vanno sempre insieme e non semplicemente giustapposti uno a fianco dell’altro, ma come facce di un medesimo prisma, e vanno declinati al plurale a partire dai molti capitali e, ripeto, dal sistema di stati. Altra storia è, ovviamente, fare di questo approccio il punto di partenza di analisi e politiche determinate e significative.

Ora, un ipotetico Libro del Capitale sullo Stato, previsto nei piani dell’opera marxiana ma non realizzato, non si limiterebbe a inserire la variabile territoriale nello spazio economico-politico, bensì salirebbe al concreto dello spazio-tempo del modo di produzione capitalistico nel suo farsi globale non solo come antagonismo di classe genericamente inteso, ma come scontro tra rivoluzione controrivoluzione a scala mondiale (secondo un’intuizione di Karl Korsch e di Amadeo Bordiga). Sviluppando alcuni spunti dell’ultimo Marx e di Engels – dopo la sconfitta della Comune parigina e la conclusione dei processi di unificazione statale in occidente, e a fronte dei primi segnali di risveglio rivoluzionario dalla Russia all’Oriente – si può dire che Il modo di produzione capitalistico, concentrandosi e centralizzandosi, spinge la controrivoluzione da est (Russia zarista) verso ovest (Gran Bretagna e poi Stati Uniti) mentre la rivoluzione sociale (intesa come un processo “ininterrotto” da rivoluzione democratica nazionale a rivoluzione proletaria sociale: oggi un nodo problematico, è vero) fa il percorso opposto dall’Europa verso Oriente. Questa visione per campi geo-storici differenziati, alla scala di uno spazio mondializzato e sul filo del tempo del movimento di classe, base della strategia leniniana della Rivoluzione mondiale, è ancora oggi fondamentale per comprendere cosa si agita nel profondo delle dinamiche emergenti dello scontro inter-capitalistico e di classe, al di là e sotto le sue manifestazioni spesso di difficile intellegibilità.

Per questo attribuisco grande rilevanza e la paternità di fatto della Geopolitica (anche se non esiste ancora il termine) a Mackinder, che nel seminale Il pivot geografico della storia del 1904 propone il primo modello generale del rapporto tra spazio mondiale e politica internazionale. Mackinder non solo traccia lo spazio e il tempo della mondializzazione capitalistica, scandita dalle tensioni dialettiche terra/mare, potenze continentali/marittime, Asia/Occidente, sia in termini di elemento generale fondante la potenza, sia come rivalità di opposte mobilità e tecnologie di comunicazione e belliche, sia infine per la contrapposizione tra grandi spazi economici tendenzialmente autarchici (sistemi di “economia nazionale”) e flussi commerciali ante litteram globali (sistemi di “economia politica”). Ma oltre a ciò, dietro e attraverso lo scontro potenze marittime/potenze continentali (ieri Gran Bretagna contro Germania e Russia, oggi Stati Uniti/Cina e in subordine Russia) individua il vero rischio: la rivoluzione sociale. Infatti, anche la rivoluzione sociale si dà per grandi campi geografici e fasi storiche. Risultato impossibile il rovesciamento del capitalismo nei centri mitteleuropei all’indomani del ‘17, in particolare nella sconfitta Germania, la rivoluzione sociale riparte da Oriente, dalla Russia in direzione della Cina e del mondo extra-occidentale. Persa la possibilità di un contenuto anticapitalistico, essa guadagna in estensione geografica e profondità politica e sociale attraverso i processi di sistemazione nazionale, capitalistici sì ma a valenza antimperialista, più o meno accentuata. Il risultato epocale di questo lungo processo – che nel Novecento ha allontanato nello spazio e nel tempo lotta antimperialista da un lato e rivoluzione anticapitalista dall’altro – è oggi la riunificazione, pur diseguale, del mercato mondiale e la formazione di un proletariato esteso a quasi tutto il mondo in un intreccio di fattori nazionali e di classe che sarà, già mostra di essere il campo dello scontro futuro, dagli esiti incerti, per l’intera umanità. Insomma, oggi è da Oriente – o da quello che si definisce il Sud Globale – che ci viene, a noi proletari dell’Occidente imperialista, una “sfida riformista” (possiamo anche chiamarla multipolarista, se vuoi: il punto è che ciò pone la questione di come possa configurarsi oggi un riformismo in Occidente). Dietro tutto ciò traspare comunque il nodo delle sorti del capitalismo mondiale. La possibilità o impossibilità di raccogliere quella sfida positivamente deciderà della tendenza alla guerra (dalle guerre “regionali”, ma già sovradeterminate dallo scontro Usa/Cina come quella in corso in Medio Oriente, alla guerra mondiale).

A.D.: Nel tuo libro evidenzi come le categorie di Mackinder (come l’Heartland, cuore dell’Eurasia) abbiano una natura sia reale che ideologica. In che modo quella che chiami “invarianza strutturale” della geopolitica classica può essere usata oggi per leggere i conflitti attuali come quello tra Stati Uniti e Cina, l’aggressione all’Iran, ecc.?

R.S.: Sul primo punto: ho provato – in particolare dalla crisi del 2008 – a leggere la Geopolitica in parallelo alla critica dell’economia politica. Ovvero nei termini di categorie oggettivamente valide, ancorché naturalizzate dal pensiero borghese, per questo determinato sistema interstatale corrispondente al costituirsi reale di uno “spazio globale astratto”, al tempo stesso differenziato, corrispondente al passaggio del modo di produzione capitalistico allo stadio dell’imperialismo. Per come la intendo, la critica della Geopolitica si differenzia dunque sia dalla semplice critica di una ideologia imperialista – ovviamente è anche questo – o, come va di moda dire oggi nel gergo post-strutturalista e radical, dalla sua “decostruzione”, sia da una “Geopolitica critica” come è pensata da alcuni marxisti. In quest’ultimo caso, si tratterebbe di “aggiungere” la dimensione spaziale, presuntamente trascurata da Marx, vuoi in termini neo-luxemburgiani (il “nuovo imperialismo” per dispossession di Harvey, le critiche del modello estrattivista, ecc.) vuoi enucleando le catene globali del valore e le loro gerarchie. Ma qui il discorso si farebbe lungo.

I risultati principali di una rilettura della Geopolitica alla quale ho accennato sono due. Primo: è quella che si potrebbe definire la (relativa) “invarianza mackinderiana” all’opera nel sistema internazionale nell’epoca del pieno sviluppo del sistema capitalistico mondiale, ovvero dello stadio imperialista di leniniana memoria. Si tratta della relativa persistenza storica del “paradigma geopolitico” inteso come postura strategica della “potenza marittima” (nei fatti, anglo-sassone) di volta in volta egemone mondiale, a far data dalla seconda metà dell’Ottocento, nei confronti delle più importanti formazioni statuali “terrestri” collocate nella massa eurasiatica, percepite come fonte di minaccia “revisionista” per gli assetti di potenza esistenti. Emerso per l’intento di salvaguardia dell’Impero Britannico, questo schema ha poi fatto da base per la strategia statunitense del Contenimento durante l’intero arco della Guerra Fredda e serve, oggi, da inquadramento dello scontro che si è aperto con la Cina (e nuovamente con la Russia). Kissinger ha affermato chiaramente che nel XX secolo gli Stati Uniti hanno combattuto le due guerre mondiali contro avversari che avrebbero potuto unificare la massa euroasiatica. Così come è noto che la Nato deve adempiere al duplice compito di tenere la Russia “fuori” e la Germania “sotto” tenendole separate (oggi il discorso si estende fino al cosiddetto Indo-Pacifico in funzione anti-Cina). Tutto ciò è il corrispettivo dell’asimmetria economico-sociale tra formazioni imperialistiche e non imperialistiche (o che tenderebbero a diventarlo e per questo vanno “contenute”: grandi potenze continentali che cercano lo sbocco sugli oceani per sfuggire al controllo imperialista delle vie marittime). Sono linee di fondo che riemergono ciclicamente in tutta la loro pregnanza come linee di faglia sistemiche allorché le contraddizioni inter-capitalistiche e di classe si acuiscono a causa di criticità nell’accumulazione.

Ciò sta con il secondo elemento: saper vedere le dinamiche della lotta tra classi dentro e alla base degli scontri interstatali e delle tensioni geopolitiche, fino a recuperare il nesso guerra-rivoluzione, come dicevo prima. Intendo non soltanto saper leggere una grande guerra – fatta di tanti conflitti anche localizzati che la preparano – come risultato dei contrasti inter-capitalistici e di classe, ma anche come approfondimento delle contraddizioni sistemiche del capitalismo e potenziale innesco di processi rivoluzionari. Ne consegue che è fondamentale saper individuare all’interno dei contrasti tra potenze a diverso grado capitalistiche quale o quali le possibili dinamiche più favorevoli a quell’innesco senza alcun “indifferentismo” o timore di esser tacciati di “filo-qualcosa”. È evidente, ad esempio, che l’esito della guerra in Ucraina – se verrà confermato il fallimento dell’obiettivo occidentale della “sconfitta strategica” della Russia – non sarà indifferente per gli equilibri sociali e i possibili sviluppi della lotta di classe in Occidente tra riarmo, possibile perdita di consenso delle élites anti-russe, fine dell’energia a basso costo per l’Europa, tariffe trumpiane, eccetera. (Per i fessi questo sarebbe filo-putinismo…). Così come sarà fondamentale il decorso dello scontro in corso tra Washington e Pechino con le fondamentali dislocazioni sociali che vi stanno alla base o seguiranno. L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: nell’imperialismo maturo ogni seria crisi economico-sociale assume inevitabilmente forma geopolitica e ciò permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) del riemergere della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota. E la condizione necessaria fondamentale, credo lo si sia compreso, è l’indebolimento dell’anello forte della catena imperialista mondiale.

A.D.: Se la strategia mackinderiana è alla base non solo del contenimento statunitense durante la Guerra Fredda, ma anche del nuovo contenimento anti-cinese, quale contro-geopolitica dovrebbero adottare oggi i movimenti sociali per non restare schiacciati nel caos del passaggio verso un possibile mondo multipolare?

R.S.: Inutile farla facile. Siamo oggi di fronte all’evidente crisi della Pax Americana, una crisi ordinativa che sta scuotendo il “super-imperialismo” statunitense e ha prodotto tra le altre cose la reazione trumpista all’interno degli Stati Uniti (sulla quale sono già intervenuto: https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/30464-raffaele-sciortino-trump-2-0-una-svolta-epocale.html). Non credo sia corretto caratterizzare la fase geopolitica che si è aperta di unipolarismo contestato in termini di scontato declino irreversibile statunitense – così come, sul versante economico, la fase discendente della globalizzazione non è ad oggi ancora vera e propria de-globalizzazione. Comunque sia, la riconfigurazione complessiva del dominio imperialista dagli anni Settanta con gli Stati Uniti che via via sono diventati perno indispensabile dell’intero sistema sia per gli alleati che per i rivali (si pensi al ruolo internazionale del dollaro) rende difficile se non impossibile un cambio di egemonia che riavvii il sistema stesso. Al tempo stesso la loro “rendita di posizione” diventa vieppiù pesante e non solo per i nemici. Questo fattore, più che un vago declino, sta portando all’acuirsi delle tensioni internazionali con l’aprirsi possibile di una crisi generale. Vedo difficile che si arrivi a un sistema multipolare stabile come sostituto della Pax Americana, anche se gli sforzi per conseguirlo sono positivi nel senso che mettono in difficoltà il perno dell’imperialismo occidentale. La cosa importante è che tutto ciò non può non rimettere in discussione anche gli equilibri sociali e più in generale i rapporti di classe a scala mondiale. Non a caso abbiamo sotto gli occhi una crisi sociale e politica all’interno degli stessi Stati Uniti, forse senza paragoni con il passato anche se parlare di guerra civile è senz’altro eccessivo.

Più nel merito della tua domanda, la categoria di “movimenti sociali” non credo sia la più adeguata a dar conto dei sommovimenti in atto, essa stessa essendo il prodotto di una fase se non di un ciclo differente. Credo necessario tornare a tematizzare direttamente i rapporti di classe in quanto tali nel quadro che ho confusamente delineato in questo nostro colloquio. Ma il termine “contro-geopolitica” è assai interessante. Diciamo che sotto questo aspetto sono in corso diversi processi intrecciati che si riferiscono ai risvolti interni delle dinamiche geopolitiche e sono bene o male, più direttamente o meno, all’insegna di un emergente “anti-americanismo”. Da un lato, nei paesi non occidentali lo vediamo chiaramente, trasversale a classi lavoratrici e classi medie, e questo anti-americanismo va a intaccare (con eccezioni: vedi l’Argentina di Milei) le precedenti propensioni filo-occidentali di ampi settori sociali e giovanili. Il terreno è qui ovviamente interclassista, ma è importante comprendere che è un terreno di contraddizioni reali da cui non si può prescindere nella prospettiva di una ricomposizione di classe proletaria internazionale. In Europa, intanto, si approfondisce la divaricazione tra èlites e settori borghesi “globalisti” (accesamente anti-russi e obtorto collo subordinati all’amministrazione Trump in attesa di un ritorno ai fasti dell’atlantismo) e settori sociali di classe media impoverita e proletaria sempre più insofferenti verso le ricadute della globalizzazione e sempre più preoccupati per le mosse economiche di Washington (compresi settori di piccolo capitale). È un quadro ancora confuso, ma in tendenziale rottura con la stasi degli ultimi decenni. Significativo che la guerra in Ucraina non solo ha riportato il tema e la paura della guerra tra popolazione europee assuefatte a decenni di pace imperialista, ma sta producendo una divaricazione interna alla stessa Germania, fin qui bastione della stabilità europea, sia in settori borghesi sia nella popolazione più ampia. E sta producendo una divaricazione tra gli stessi stati europei, pur accomunati al momento dall’esigenza di non perdere l’ombrello militare statunitense. Anche in Europa, dunque, il tema dell’antiamericanismo – e il sentimento anti-israeliano che ne è un aspetto – inizia a porsi, il che incide anche sugli atteggiamenti ambivalenti nei ceti popolari verso l’Unione Europea come prospettiva di un’Europa unita e forte, da un lato, che però dall’altro non si vede.

Per finire, richiamo due elementi di cui abbiamo parlato, se non ricordo male, anche nella nostra chiacchierata precedente: la forma geopolitica che tende ad assumere ogni seria crisi economico-sociale, e la confusa, disperata anche, ricerca di una via neo-riformista da parte di settori di proletariato cui la sinistra non è più in grado di rispondere. Allora, limitandomi ai paesi europei, direi che i terreni di potenziale ricomposizione sono due: la lotta contro la tendenza alla guerra, e la reindustrializzazione. Il primo diviene sempre più evidente come nodo da sciogliere in un futuro non più così lontano: il bivio che si apre – ovviamente semplifico – sarà quello tra l’assunzione da parte delle classi lavoratrici dell’onere della difesa dell’”Occidente democratico” contro le “autocrazie”, da un lato, e il raccogliere positivamente la sfida “riformista” proveniente da Cina e Sud del mondo per un riequilibrio delle ricchezze, il che non sarà possibile senza un ribaltamento degli assetti di classe tra proletari e borghesi. Il secondo, che si potrebbe concretizzare in una richiesta di ritorno a una politica industriale, inizia ad apparire a settori sempre più vasti di proletari e di classi medie come la condizione necessaria per un recupero dei salari diretti e indiretti, in assenza della quale l’ulteriore spirale al ribasso delle condizioni generali di vita è inevitabile. Questo secondo terreno contiene in sé potenzialità di ricomposizione di classe, ma anche il pericolo di accorpamento del proletariato su politiche statali che si presentano come difensive ma potrebbero poi acuire sia i rapporti internazionali sia il rapporto tra proletari indigeni e immigrati. Molto dipenderà da come i due terreni, quello “esterno” e quello interno, si combineranno in futuro nell’azione proletaria, se questa riuscirà a riprendersi rompendo la passività oggi dominante. In estrema sintesi, l’anti-americanismo potrebbe configurarsi come la faccia geopolitica di una ripresa riformista dell’attività proletaria. Dipenderà poi dalla profondità della crisi sistemica se tutto ciò segnerà il passaggio a ben altri scenari.

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