Il caso Jeffrey Epstein viene liquidato troppo spesso solo come una orrorifica vicenda di cronaca nera, il delirio di onnipotenza di un predatore sessuale seriale e della sua cerchia di “mostri” eccellenti.
Tuttavia, anche se è difficile andare oltre lo shock, limitarsi alla dimensione criminale significa ignorare la natura politica di quello che si rivela essere uno dei più grandi dispositivi di controllo del nostro tempo, un nodo di connessione organico tra finanza, apparati di intelligence e istituzioni. Quella che emerge oltre il disgusto è la mappa del potere reale: un potere transnazionale e parassitario che utilizza il ricatto e la complicità come collanti per garantire la stabilità delle élite al di sopra della legge. Analizzare chi faceva parte della sua rete — e soprattutto chi ne era escluso — permette di comprendere come la democrazia liberale sia stata trasformata in una mera scenografia, dietro la quale si muove un blocco di potere giunto oggi alla sua fase terminale.
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Epstein nasce negli anni 50 in una famiglia della media borghesia newyorkese, non nasce nel jet-set ma lo conquista palmo a palmo. Frequenta l’università, ma senza laurearsi. Eppure finisce ad insegnare in una prestigiosa scuola elementare di Manhattan, dove conosce Alan “Ace” Greenberg, CEO di Bear Stearns e padre di un suo studente.
Greenberg lo assume nel 1976 come junior trader, nonostante Epstein non avesse una laurea. Da qui una brillante carriera che lo porta ad accumulare una fortuna incredibile e, nel 1981, a fondare la sua propria società finanziaria, la J. Epstein & Co, con la quale si occupa solo di clienti multimiliardari, e cioè con patrimonio di oltre un milione di euro. In questa fase consolida le sue relazioni con l’alta finanza statunitense.
Conosce Rockefeller, che gli presenta Henry Kissinger, grazie ai quali -a partire dagli anni 90- entra a far parte della Trilateral commission –di cui diventa membro molto attivo- e del Council of Foreign Relation. Ed è così che ottiene accesso ad un altro tipo di relazioni: non si tratta più di amministrare patrimoni privati di multimiliardari, ma di ragionare e prendere decisioni che riguardano l’economia globale nel suo complesso.
Nell’ultima intervista rilasciata prima del suo arresto nel 2019, Epstein raccontò a Steve Bannon un episodio relativo a quel periodo, che aveva segnato la genesi del suo pensiero: un colloquio con Rockefeller, il quale gli spiegò chiaramente la gerarchia del potere che aveva in mente: «Noi cerchiamo la stabilità, ma i governi non possono offrirla, perché restano in carica solo pochi anni. La vera stabilità va ricercata insieme a chi condivide i tuoi stessi interessi materiali».
Quella “stabilità” non era altro che un patto tra élite, dove la lealtà reciproca e la protezione degli interessi comuni contavano più di qualsiasi legge o confine nazionale.
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All’inizio degli anni ’90, Epstein conosce Ghislaine Maxwell, figlia prediletta di Robert Maxwell, il magnate dei media britannico le cui relazioni opache con lo Stato di Israele sono fatto notorio. Robert Maxwell non era solo un imprenditore; diverse fonti e inchieste giornalistiche — non ultima quella dell’ex agente del Mossad Ari Ben-Menashe — lo hanno indicato come un intermediario chiave e un asset operativo dell’intelligence israeliana. Si ritiene che Maxwell abbia – tra le altre cose- facilitato operazioni delicatissime, tra cui la vendita del software di sorveglianza “Promis” (opportunamente modificato con una backdoor) a numerosi governi stranieri, permettendo così al Mossad di spiarne i dati.
La prova del valore di Robert Maxwell per gli apparati di sicurezza israeliani risiede nel suo epilogo. Dopo la sua morte ( avvenuta in circostanze misteriose in mare nel 1991) fu sepolto con tutti gli onori sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme, il luogo di sepoltura più sacro della tradizione ebraica ( nonché parte del territorio palestinese occupato di Gerusalemme Est), riservato quasi esclusivamente a figure di eccezionale rilievo per la nazione. Al suo funerale erano presenti sei capi -attuali ed ex- dell’intelligence israeliana, insieme all’allora Primo Ministro Yitzhak Shamir e al Presidente Chaim Herzog. Fu proprio Herzog a pronunciare l’elogio funebre, dichiarando significativamente: “Ha fatto per Israele molto più di quanto si possa oggi dire”.
Ghislaine Maxwell è figlia di quel padre. Entrando nella vita di Epstein gli consegna quel bagaglio di storia, lignaggio e relazioni che lo proietta in una dimensione superiore. Ma non solo, Ghislaine diventa la sua complice più fedele in un orrore che, anno dopo anno, raggiunge livelli sempre più osceni.
A mano a mano che Epstein scala le vette del successo i suoi appetiti si ingigantiscono, crescendo di pari passo al peso specifico delle persone di cui si circonda. Dagli anni ’90 fino al suo arresto nel 2019, Epstein è stato il baricentro di un potere atlantista indissolubilmente legato al dominio del dollaro. Lui e la sua rete erano, in ultima analisi, la rappresentazione carnale di un’orgia di dominio di cui gli Stati Uniti si stavano nutrendo. E forse non è affatto un caso che la sua fine sia coincisa con il declino di quel mondo unipolare: un era al tramonto non ha più bisogno di nascondere i suoi mostri.
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Quello del 2019 non fu affatto il suo primo incontro con la giustizia. Tutto iniziò nel 2005, quando la madre di una quattordicenne denunciò alla polizia di come la figlia avesse ricevuto 300 dollari da un uomo per un “massaggio”. Quell’uomo era Jeffrey Epstein. L’agente che indagò sul caso scoperchiò un vero e proprio sistema di adescamento piramidale: le ragazze venivano pagate sia per i massaggi, sia per reclutare le proprie amiche, il tutto coordinato da personale della villa dedicato e -sopra tutti- da Ghislaine Maxwell.
Nonostante la polizia di Palm Beach avesse costruito un impianto accusatorio solido per reati gravi, tra cui abusi su minori, la Procura Statale -per ragioni mai del tutto chiarite- decise di smantellarlo, offrendo a Epstein un accordo irrisorio: un solo capo d’accusa minore per favoreggiamento della prostituzione, 18 mesi di libertà vigilata e nessuna condanna effettiva.
Frustrata da questo ostruzionismo, la polizia si rivolse all’FBI. L’indagine federale che ne seguì per tratta di minori era blindata: testimonianze, prove schiaccianti e le famose agende di Epstein. Eppure, accadde l’inconcepibile: venne negoziato un Non-Prosecution Agreement (NPA). Un documento scandaloso che ha garantito a Epstein l’impunità per oltre un decennio.
Tecnicamente, l’NPA non è un patteggiamento; è una sospensione dell’incriminazione in cambio di condotte riparatorie. Ma in questo caso si trasformò in una strana, totale immunità che copriva non solo Epstein, ma chiunque avesse collaborato con lui agli abusi. L’accordo venne siglato in segreto, violando apertamente la legge statunitense che impone, in questi casi, di informare le vittime per permettere loro di opporsi. Fu -a tutti gli effetti- un atto politico calato dall’alto dentro il sistema giudiziario.
Il dettaglio più inquietante riguarda chi firmò quell’accordo: il procuratore federale Alexander Acosta, poi diventato Ministro del Lavoro sotto l’amministrazione Trump. Quando lo scandalo riesplose nel 2018, portandolo alle dimissioni, Acosta si giustificò con una rivelazione scioccante: «Mi fu detto che Epstein apparteneva all’intelligence e di lasciar perdere. Era una questione al di sopra del mio livello gerarchico».
Grazie a questo scudo, Epstein ha potuto risolvere la situazione pagando le vittime: offriva accordi risarcitori che però erano vincolati alla segretezza, mettendole a tacere e così garantendo alla sua rete di operare indisturbata per altri undici anni.
Fu solo grazie alla monumentale inchiesta giornalistica di Julie K. Brown per il Miami Herald, pubblicata nel 2018 con il titolo “Perversion of Justice”, che lo scandalo di quell’accordo venne a galla. La Brown riuscì a rintracciare decine di vittime che il sistema aveva cercato di cancellare, scatenando un’ondata di indignazione pubblica senza precedenti.
La pressione mediatica e popolare fu tale da costringere il Dipartimento di Giustizia a riesaminare l’intera pratica, che fino a quel momento era rimasta sepolta negli archivi. Nel 2019, un giudice federale stabilì finalmente che l’NPA del 2008 era nullo: i diritti delle vittime erano stati palesemente calpestati poiché non erano mai state informate della chiusura del caso, come invece previsto dal Crime Victims’ Rights Act.
Questa decisione invalidò lo scudo protettivo che aveva garantito a Epstein ulteriori undici anni di brutale attività, aprendo finalmente la strada al nuovo arresto federale nel luglio del 2019 — appena un mese prima di essere “suicidato” in cella in circostanze che ancora oggi alimentano pesanti interrogativi. Senza più Epstein a fare da parafulmine, il bersaglio della giustizia divenne la sua complice più stretta, Ghislaine Maxwell, arrestata nel 2020. Il suo processo, conclusosi a fine 2021, le ha portato a una condanna a 20 anni per cinque capi d’accusa, tra cui il traffico sessuale di minori.
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Ma come abbiamo detto, il caso Epstein non è soltanto la cronaca splatter di un gruppo di mostri. Se si riesce a guardare abbastanza a lungo e da abbastanza lontano ciò che emerge oltre l’orrore è esattamente la struttura portante di un certo tipo di potere. Il potere invisibile e inscalfibile dei rapporti di produzione e di forza, un potere transnazionale, estrattivo e profondamente parassitario.
Epstein non era un semplice “facilitatore di vizi”, ma un vero e proprio agente di coesione della classe dominante. In un mondo dove il capitale non ha più confini, l’élite ha bisogno di luoghi extragiudiziali dove consolidare alleanze, scambiare informazioni e, soprattutto, garantirsi la fedeltà reciproca. E ciò che li tiene insieme non è il denaro o l’interesse immediato, o almeno non solo. Il collante più forte è la complicità. Quando condividi certi abomini, quando hai assistito, partecipato o taciuto, non sei più solo un collega o un alleato, sei un complice.
Diventi ricattabile, certo, ma soprattutto diventi corresponsabile, e la corresponsabilità crea un certo tipo di stabilità che nessuna fedeltà ideologica o interesse economico potrebbero garantire.
L’orrore diventa così uno strumento funzionale del potere: il ricatto è la garanzia di un patto di sangue che rende questa classe un blocco unico, immune alle alternanze elettorali, stabile come diceva Rockefeller.
La rappresentazione plastica di un capitalismo giunto alla sua fase terminale, dove l’accumulazione e l’esproprio sono così estremi da trasformarsi in pretesa di possesso totale sui corpi e sulla vita degli altri.
La rappresentazione relazionale di un sistema che considera tutto — persone, nazioni, risorse — come merce da consumare per il proprio godimento.
Analizzando l’elenco di chi ha incrociato Epstein — non solo i suoi compari, ma soprattutto coloro che per ruolo avrebbero dovuto essergli avversari — emerge una verità capace di spazzare via ogni mistificazione: la democrazia liberale a guida yankee è stata un’illusione e le sue Istituzioni sono state la scenografia di questa farsa.
Chi le guida, aldilà del colore politico o della bandiera che sventola in pubblico, appartiene alla stessa classe. Ed infatti dentro quella rete ci sono tutte le sfumature del liberismo occidentale: filantropi e falchi, miliardari e intellettuali, moderati e radicali. Pubblicamente, molti di loro fingono di detestarsi. Privatamente, nella villa di Palm Beach o sull’isola, si riconoscono come membri dello stesso club. Quando si sale abbastanza in alto ogni differenza evapora, le opinioni diventano irrilevanti di fronte a ciò che tiene insieme quel gruppo.
È questa la vera coesione della classe dominante, che pretende di non riconoscere per sé i confini che pure impone agli altri. In questo spazio grigio, al di sopra delle leggi e delle elezioni, la rete di Epstein rappresenta l’architrave di un potere che non risponde a nessuno, se non alla propria conservazione.
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Infine dobbiamo guardare anche ai vuoti, quelli che non c’erano. Perché non è vero che c’erano tutti. Nella rete di Epstein mancano i leader dei paesi socialisti latinoamericani – Cuba, Venezuela, Nicaragua – e mancano esponenti del Partito Comunista Cinese, o quelli iraniani. Non è un caso, e non è neppure solo una questione di gusti personali.
Epstein non collezionava “potenti” in astratto, era organico a un blocco geopolitico preciso: l’Occidente liberale, atlantista, finanziario. Il blocco che ha dominato il mondo tra il 1989 e il 2008, che ha creduto nella fine della storia e nell’universalità del dollaro. I nemici dichiarati di quel blocco non avevano bisogno di essere adescati perchè erano già esclusi dal cerchio magico.
Le assenze, insomma, confermano la regola. La rete Epstein non era globale. Era la rete di un mondo, non di tutto il mondo. E quel mondo, oggi, è in declino. E forse è proprio per questo che Epstein ha potuto essere arrestato -e poi suicidato- in una cella di Manhattan.
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La portata dell’intera vicenda, però, non può essere compresa fino in fondo senza nominare Israele, che sembra essere uno dei fili rossi che uniscono in maniera più o meno diretta tutti i protagonisti di questa storia. Da questa prospettiva, la rete di Epstein ha funzionato come un vero e proprio nodo di intelligence decentralizzato, che ha permesso di mappare i vertici del potere statunitense ed integrarli in una fitta trama di dipendenze e obbligazioni fondate sulla correità e il ricatto. È una questione di sicurezza nazionale: non basta influenzare il soggetto, essergli amico o alleato, bisogna possederlo per obbligarlo alla fedeltà.
Il pensiero finale va alle vittime, alle centinaia di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, che sono stati abusati, torturati e sacrificati sull’altare di questo sistema e all’appetito senza regole dei padroni del mondo. Sono loro il costo umano, reale e sanguinante, di questa strategia di ricerca della stabilità.