Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Stefano Grondona – Cosegretario regionale di Rifondazione Comunista Emilia Romagna
In vista della prossima tornata elettorale nazionale il dibattito politico sembra schiacciato tra due poli che, pur fingendo di scontrarsi, condividono l’ossatura delle scelte economiche e internazionali. Da una parte una destra aggressiva, dall’altra un Partito Democratico che si presenta come “baluardo” ma che ha tradito, punto su punto, ogni istanza popolare. In questo scenario ritengo che la scelta di Rifondazione Comunista debba essere chiara: costruire l’alternatività ad entrambi.
Non è una scelta di testimonianza, ma di politica. Perché se la sinistra rinuncia alla propria autonomia e alla propria identità per inseguire il cosiddetto “voto utile”, smette di fare politica e si limita a sostenere un sistema che negli ultimi decenni ha prodotto precarietà, disuguaglianze e impoverimento sociale.
Il problema non è solo la destra. Il problema è anche ciò che è stato fatto quando ha governato il centrosinistra.
Quando il Partito Democratico è stato al governo ha portato avanti politiche che hanno colpito direttamente il mondo del lavoro e lo stato sociale: l’abolizione dell’articolo 18 con il Jobs Act, la riforma Fornero sulle pensioni, i tagli alla sanità pubblica che hanno favorito l’espansione della sanità privata ed il profitto privato sulla salute delle persone.
Sono state scelte precise, che hanno segnato un arretramento storico dei diritti sociali.
A questo si aggiunge un fatto gravissimo sul piano culturale e politico: il voto nel Parlamento europeo che ha equiparato comunismo e nazismo, una riscrittura della storia che colpisce la memoria dell’antifascismo e delle lotte operaie del Novecento.
Nemmeno sul piano internazionale il PD rappresenta un’alternativa. Nel conflitto tra Russia e Ucraina ha sostenuto l’invio di armi, accettando la logica dell’escalation militare invece di lavorare per una soluzione diplomatica e negoziale. Anche su questo terreno si è collocato dentro una logica di guerra.
Di fronte a questo quadro, Rifondazione Comunista ha oggi due missioni fondamentali.
La prima è tenere viva l’istanza comunista in questo paese: l’idea che il lavoro venga prima del profitto, che la sanità e la scuola siano diritti universali, che i beni comuni non siano merci, che la pace sia una scelta politica e non uno slogan.
La seconda è costruire una forza autonoma della sinistra, capace di esprimere le proprie idee, di presentare un programma realmente alternativo e di parlare con chiarezza a chi non si riconosce più nelle politiche neoliberiste.
Dentro Rifondazione c’è chi sostiene che bisognerebbe allearsi con il PD (ed anche con i suoi alleati tra cui Italia Viva, Azione …), per sconfiggere la destra, in nome dell’antifascismo, anche senza un programma condiviso.
Questa posizione è sbagliata.
Noi siamo profondamente antifascisti e condividiamo e comprendiamo bene l’allarme che suscita l’attuale governo di estrema destra. Ma l’antifascismo si fa praticando la giustizia sociale, difendendo la Costituzione nei fatti e offrendo un’alternativa reale alle classi popolari che la destra sta cinicamente seducendo.
Inoltre l’esperienza elettorale recente premia la scelta dell’autonomia e dell’alternativa .
Alle elezioni regionali in Toscana, dove Rifondazione e altre forze della sinistra si sono presentate in alternativa al PD, la lista ha superato il 5% dei voti sfiorando l’ingresso in Consiglio regionale con oltre settantamila voti. È un risultato significativo per una forza autonoma della sinistra.
Al contrario, dove la sinistra radicale è stata inglobata dentro coalizioni guidate dal PD, come nelle elezioni regionali in Veneto e nelle Marche, i risultati sono stati molto più deboli e spesso inferiori rispetto alle esperienze autonome.
Ma la questione non riguarda solo gli equilibri tra partiti. Riguarda tantissime persone che oggi non votano più.
L’astensione cresce perché una parte consistente della società non si sente rappresentata. Lavoratori precari, giovani, pensionati, persone che vedono peggiorare le proprie condizioni di vita. Pensare di recuperarli con l’ennesima alleanza elettorale senza identità è un’illusione.
Se vogliamo parlare a chi non vota più, dobbiamo offrire una proposta chiara, coerente e radicalmente alternativa.
La conferma arriva dal referendum sulla riforma della giustizia. Molti elettori di sinistra non si sentono rappresentati dal centrosinistra e per questo non vanno più a votare per i partiti del campo largo. Ma per questo non sono meno antifascisti e sanno benissimo come schierarsi quando in gioco ci sono i valori fondamentali della nostra Costituzione. A queste persone non solo è necessario ma è un dovere offrire una proposta politica di alternativa, antifascista e radicale nella quale possano finalmente riconoscersi.
Per questo ritengo che Rifondazione Comunista debba presentarsi alle prossime elezioni nazionali con una proposta radicale di alternativa. Non per isolarsi, ma per costruire una sinistra che torni a rappresentare davvero il lavoro, i diritti sociali, la pace e l’uguaglianza.
Il nostro scopo non è sopravvivere, ma vincere una battaglia di civiltà. Senza compromessi al ribasso.
Non il voto utile.
La politica.
Non la subalternità.
L’alternativa.