Il panorama della sanità italiana sta attraversando una delle sue crisi più profonde e drammatiche, ma quello che sconcerta maggiormente è la totale assenza di una visione alternativa da parte di chi, a parole, si candida a difendere lo stato sociale.
Le recenti decisioni politiche che arrivano dall’Emilia Romagna, dove si è scelto di iniettare massicce dosi di finanziamento pubblico direttamente nelle vene della sanità privata con il pretesto di abbattere le liste d’attesa, rappresentano un cedimento ulteriormente rivelatore e imperdonabile.
Siamo di fronte a un vero e proprio cortocircuito politico che merita una critica dura, puntuale e senza sconti.
Il Partito Democratico, che gestisce quella regione e che si propone come baricentro di un’alternativa progressista, sta di fatto applicando la solita ricetta aperturista al privato nel nome delle risposte alle persone.
È inaccettabile che, mentre il governo nazionale di centrodestra tiene il finanziamento della salute pubblica ben al di sotto del limite della decenza e dei parametri europei minimi, un’amministrazione di centrosinistra risponda capitolando alle logiche del mercato.
Finanziare il privato per curare i ritardi del pubblico è una resa incondizionata. Significa certificare il fallimento della programmazione pubblica e fare un regalo a chi sul diritto alla salute specula e produce profitto. Le liste d’attesa non si abbattono esternalizzando le prestazioni seppure alle strutture accreditate, ma assumendo medici, infermieri e personale sanitario, riaprendo i reparti e potenziando la medicina territoriale.
A questo scenario già preoccupante si aggiungono le dichiarazioni stridenti dei rappresentanti dell’AIOP, l’associazione della sanità privata, che non perdono occasione per attaccare realtà come il Piemonte, accusando la Regione di essere ancorata a scelte ideologiche. Una pantomima ultra interessata per avere dal centro destra subalpino ulteriore denaro pubblico verso le proprie strutture.
Si tratta di una narrazione mistificatoria che va respinta con fermezza.
In Piemonte il privato convenzionato gode già di spazi enormi, fin troppo larghi, che hanno progressivamente eroso la centralità del servizio sanitario regionale. Altro che ideologia: la realtà piemontese dimostra che la presenza del privato non ha risolto i problemi strutturali, ma ha creato un sistema i cui limiti sono sotto gli occhi di tutti. Certo i privati vorrebbero di più, sempre di più e la lotta tra strutture per spartirsi la torta è evidente.
Quello di cui il Piemonte e l’Italia intera hanno bisogno non è una dose aggiuntiva di privatizzazione, bensì una radicale riorganizzazione del sistema che sia capace di investire sul pubblico sul serio.
Investire sul pubblico significa, per fare solo qualche esempio, dare decenza alle strutture, bloccare la fuga del personale verso il privato e verso l’estero, e rimettere al centro la prevenzione.
In un contesto già così fortemente compromesso, l’introduzione dell’autonomia differenziata, di cui sul versante delle opposizioni non si ha contezza della pericolosità, rappresenterà il colpo di grazia definitivo al carattere universalistico del nostro sistema sanitario.
È pura illusione, se non aperta malafede, sostenere come fa il PD emiliano nel che il pubblico rimarrà saldamente al comando e manterrà il governo di tutto aprendo al privato. In primo luogo quando non si gestiscono più le cose si finisce per non conoscerle più.
In secondo luogo, quando le risorse saranno frammentate e le regioni concorreranno tra loro in base alla ricchezza prodotta, non ci sarà alcuna regia pubblica capace di reggere l’urto. Questo il risultato finale dell’autonomia differenziata, combinato con le scelte di esternalizzazione generalizzata. Sarà l’anarchia assistenziale. A comandare non saranno più lo Stato o le Regioni in nome della Costituzione, ma i grandi gruppi privati e i fondi assicurativi integrativi.
Saranno loro a decidere quali prestazioni erogare, dove investire e chi curare, trasformando definitivamente i pazienti in clienti e il diritto alla salute in una merce di lusso per pochi fortunati.
Dobbiamo opporci con tutte le nostre forze a questa deriva liberista, da qualunque parte politica essa provenga.