L’autunno della riscossa: la gioventù europea alza la testa contro la guerra e il capitale

Dalle piazze incandescenti e dai licei francesi fino alle prime occupazioni che stanno scuotendo l’Italia, passando per università e strade di Spagna, Germania, Romania e Inghilterra: l’Europa sta vivendo un risveglio politico che non si vedeva da tempo, forse mai in questi termini. Non è la solita sommossa scolastica, non è la ricorrente protesta d’autunno che torna puntuale ogni anno. Qui c’è qualcosa di diverso: un vero atto d’accusa generazionale contro lo stato di cose presente.

Guardando paese per paese, la rabbia sociale prende forme diverse ma tutte legate a urgenze materiali concrete. In Francia e in Italia si combatte contro le classi-pollaio, i decreti devastanti, il collasso ormai strutturale della scuola pubblica. In Spagna e nel Regno Unito scoppia la disperazione per una crisi abitativa che non si riesce più a sostenere, e per rette universitarie capaci di ipotecare l’intera esistenza di un giovane. In Germania e Romania la protesta va a toccare le fondamenta stesse di un’economia ferma, stretta tra tagli ai servizi e corruzione che non si riesce a sradicare.

Però il vero detonatore di questa marea che sta montando è politico, geopolitico. Ragazzi e ragazze chiedono a gran voce che finiscano, subito, le spese militari e questa folle corsa al riarmo. Vogliono che quelle risorse enormi -oggi bruciate in arsenali e piani di guerra- vengano spostate completamente su scuola, casa, aggiornamento salariale al costo della vita, welfare.

E questa mobilitazione mette a nudo, senza pietà, quanto i governi nazionali siano lontani dalla realtà che la gente vive ogni giorno. La politica di riarmo europea non è semplicemente un fallimento: è un atto criminale. Togliere pane, futuro, stabilità alle nuove generazioni per nutrire i tamburi di un conflitto globale racconta tutto sulla subalternità delle classi dirigenti rispetto agli interessi del complesso militare-industriale, in cui probabilmente hanno le mani in pasta. 

Davanti a tutto questo, chi vorrebbe impartire lezioni di buone maniere istituzionali farebbe meglio a stare zitto. Questi ragazzi non hanno solo il diritto di lottare per il loro futuro: devono farlo nel modo che ritengono giusto, con tutta la forza e la determinazione che la gravità della situazione impone. L’unica violenza sistemica che davvero subiscono è quella sottile, brutale, che vorrebbe portarli docilmente dritti in guerra. I bacchettoni, i perbenisti -i vari responsabili morali e politici di questa deriva- dovrebbero farsi da parte e smettere di interferire con la loro ipocrisia.

Quello che ci si augura, ora, è un salto di qualità storico: la saldatura tra la lotta del movimento studentesco e le vertenze del mondo del lavoro, delle fasce sociali più deboli. È il momento di costruire un’alternativa radicale, senza compromessi. Una lotta che, lo sappiamo bene, non sarà un pranzo di gala, ma un passaggio necessario da attraversare e da vivere fino in fondo, per sconfiggere il capitalismo e quel sistema guerrafondaio che tenta disperatamente di tenersi in piedi sulla pelle dei popoli.

Mai come oggi occorre una politica di classe che unisca le lotte e dia voce alle sacrosante rivendicazioni per un mondo migliore diverso e fuori dal capitalismo e le sue guerre, i compromessi con i “bacchettoni e i perbenisti” da campo largo non stanno dalla parte di queste ragazzi e questi ragazzi. 

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