Avvicinandosi le elezioni amministrative milanesi previste per il 2027, possiamo registrare una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che, secondo diverse analisi (p.es. Barbacetto), il modello Milano è entrato in profonda crisi [1]; quella cattiva è che non si vedono alternative realistiche all’orizzonte.
Le classi dirigenti cittadine (economiche, politiche, culturali) non sembrano infatti disporre di un “piano B”, non sembrano in grado di concepire un modello di sviluppo diverso da quello che Milano ha conosciuto in questo ultimo decennio, sotto la guida di Giuseppe Sala. Sentiremo, beninteso, nella imminente campagna delle primarie che animerà il “campo largo”, un po’ di fittizia contrapposizione tra esponenti della più totale continuità e alfieri del ripensamento sociale del centrosinistra milanese (da alcune settimane assistiamo, per esempio, alle schermaglie tra il sindaco e un Pierfrancesco Majorino (PD) che, al termine di un lungo sonno, scopre lo strapotere della «lobby del cemento» [2]). Ma non preoccupatevi: sono fuochi pirotecnici destinati a tenere viva l’attenzione che verranno rapidamente messi da parte per tornare al business as usual.
Il tipo di sviluppo seguito dalla metropoli lombarda, in linea con quanto accade in tutte le «città globali» d’Europa (da Milano ad Amburgo, da Berlino a Barcellona, da Londra a Lione…), ha avuto qui una sua forza particolare: basti pensare che nell’ultimo decennio più del 50% degli investimenti immobiliari effettuati in Italia si sono localizzati in Milano! Esso consiste, se dovessimo dirlo in formula, nella capacità di captare i flussi (di persone e di capitale, soprattutto) del sistema economico globale, cercando di trarne il massimo vantaggio. Su questo terreno, naturalmente, si sviluppa la concorrenza a chi è più «attrattivo», a chi riesce ad attrarre e a trattenere più capitale immobiliare, garantendo ad esso le migliori condizioni di redditività. E così, nelle città globali abbiamo ovunque visto precipitarsi i fondi finanziari interessati a realizzare grandi piani di sviluppo immobiliare, con effetti di uniformazione del paesaggio (gli immancabili grattacieli, la moltiplicazione dei “non-luoghi”, insieme al proliferare dei quartieri periferici “gentrificati” ecc.); abbiamo visto crescere i valori delle aree e insieme la polarizzazione sociale; la fuga degli abitanti tradizionali (non più solo ceti popolari ma anche crescenti porzioni di “ceto medio”) e l’ingresso di nuovi ceti della “classe affluente globale”, giunti a popolare vecchi quartieri popolari “rigenerati” e resi sistematicamente più costosi; ma anche il crescere di un “ceto servile” (costituito in larga parte di immigrati) funzionale allo stile di vita urbano, e che è stato correttamente definito «infrastruttura para-schiavistica» [3].
Di questo fenomeno Milano è stata, come si diceva, uno degli esempi più rilevanti in Europa e il campione nel nostro paese (guardato con invidia da Roma, Napoli, Firenze ecc., che si stanno muovendo rapidamente nella stessa direzione). Non stupisce che in questi ultimi quindici anni Milano, saldamente in mano ad amministrazioni di centro-sinistra che di questi processi sono state facilitatrici e trombettiere, abbia perso 400.000 cittadini, costretti ad abbandonare una città insostenibile; che abbia visto crescere in modo impressionante la disparità sociale tra il centro e le aree periferiche e che abbia conosciuto un vero e proprio “saccheggio” da parte dei fondi immobiliari, di cui i palazzi sorti come d’incanto nei cortili e le torri di trenta piani spacciate per «ristrutturazione» (e dunque realizzate con semplice SCIA, senza piani attuativi e conseguenti oneri urbanistici) sono solo la punta dell’iceberg. Difficoltà crescente per settori sempre più ampi della popolazione (attenuata solo dalla proprietà immobiliare, per chi ne ha una…), da un lato, e soddisfazione sia materiale che simbolica per una nuova popolazione che è venuta a concentrarsi nella Milano place to be: non solo super-ricchi, ma anche popolazione variamente benestante e nuove (o vecchie) “classi creative” (peccato che la vitalità culturale di Milano, che è stata una realtà per decenni nel secondo Novecento, sia oggi solo oggetto di una fastidiosa “narrazione” stereotipata e trasmessa a reti unificate) [4].
Come ricordavo sopra, i gruppi dirigenti milanesi non sono in grado di pensare alcuna alternativa strutturale alla situazione ora descritta: troppa è l’identificazione, anche ideologica, con quel modello di sviluppo; troppo fitta la rete degli interessi (“porte girevoli” incluse!). A farlo, nella direzione della cura del territorio e della realizzazione del bene comune, dovrebbero essere le forze dell’opposizione di classe ma anche i tanti gruppi autoconvocati di “cittadinanza attiva”, tutti coloro che hanno tenuto viva in questi lunghi anni la critica e la lotta sui terreni cruciali dell’urbanistica (dando avvio, fra l’altro, alle inchieste giudiziarie in corso), del diritto all’abitare, del trasporto pubblico, della qualità dell’ambiente (non dimentichiamo che Milano è una delle città più inquinate d’Europa!) [5].
Per questo, servirebbe costruire una lista indipendente e fuori dal perimetro del “campo largo”, al fine di eleggere almeno un consigliere comunale. Uno schieramento politico unitario sociale e ambientalista, radicale ma non estremista, capace anzi di parlare costruttivamente col vivace mondo cattolico e con tanti settori di borghesia onesta e amante della città, che guardi con attenzione a ciò che in altre città e nazioni europee sta accadendo proprio in questi mesi: da Berlino, in cui alle elezioni di settembre il partito più votato (Die Linke, al 25%!) ha presentato un programma che comprende tetto agli affitti e esproprio dei fondi immobiliari, alla città austriaca di Graz, dove è stata di recente eletta per la seconda volta una sindaca del Partito comunista che si occupa efficacemente di edilizia residenziale pubblica [6]; dalla Gran Bretagna, dove gli «ecopopulisti» del Green Party propongono una tassa ai super-ricchi per finanziare la creazione di 150.000 alloggi popolari, alla Spagna, dove il governo Sanchez si è appena dimesso per non aver avuto la fiducia su due importantissime misure in favore del diritto alla casa [7]. Una nuova questione delle abitazioni e il contrasto alla finanziarizzazione dello spazio urbano, che lo rende strutturalmente “inabitabile”, sono dunque al centro del dibattito pubblico sulla città in Europa, configurando, al di là delle diverse etichette e condizioni locali, un’agenda che potremmo definire di sinistra sociale e popolare. Dovremmo farla nostra anche alle prossime elezioni amministrative a Milano.
NOTE
[1] Cfr. Gianni Barbacetto, Contro Milano. Ascesa e caduta di un modello di città, Roma, PaperFirst, 2025, p. 30.
[2] https://www.milanotoday.it/politica/sala-majorino-lobby-mattone-cemento.html ; https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/majorino-elezioni-comunali-twpmnch9
[3] Cfr. Luca Ricolfi, La società signorile di massa, Milano, La nave di Teseo, 2019.
[4] A tale proposito si può vedere il notevole saggio di Lucia Tozzi, L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane, Napoli, Cronopio, 2023.
[5] Un convegno per richiamare l’attenzione su alcuni macro-temi della politica cittadina (“Un’altra Milano è possibile. Urbanistica, casa, trasporti: idee e proposte per cambiare”, promosso da Ideeinformazione e CostituzioneBeniComuni) si è tenuto a Milano il 14 settembre scorso e si può riascoltare qui: https://soundcloud.com/user-646805082/cbc_de_amicis?si=68758d042382410b9a2f0237e05ec69d&utm_source=clipboard&utm_medium=text&utm_campaign=social_sharing
[6] https://www.ideeinformazione.org/2026/07/06/lezioni-austriache/
[7] I decreti, proposti con insolita prontezza dal governo spagnolo su pressione di un imponente movimento di massa emerso nelle scorse settimane nelle città spagnole, prevedevano tra l’altro una moratoria degli sfratti fino al 2030 per i soggetti più disagiati.