Un piccolo imbroglio statistico per costruire un “falso mito”: quello di una Sicilia leader dello sviluppo economico

Da un po’ di mesi a questa parte sentiamo ripetere, soprattutto dalle autorità regionali e poi dai molti gazzettieri che ne ripetono il mantra, che la Sicilia sarebbe miracolosamente diventata il volano economico dell’Italia, con un impressionante aumento del PIL negli ultimi anni. Chi, come tutti i normali abitanti dell’isola, ne percorre le vie e ne conosce le principali criticità, anche molto gravi, può elencarle facilmente: disoccupazione o sottoccupazione diffusa, lavoro povero e precario e conseguente spopolamento generale e soprattutto delle aree interne causa emigrazione di massa dei giovani, sanità e scuola allo sbando, servizi territoriali quasi inesistenti, inefficienza della Pubblica amministrazione, territorio devastato dalla speculazione (oggi anche da disastri innescati dal cambiamento climatico) e via recitando. Se il PIL regionale cresce tanto, si può pensare, non sarà la solita storiella del pollo da suddividere fra chi ne mangia uno e chi niente? Ossia, non è che profitti e rendite crescono a dismisura, redditi da lavoro o occupazione sono invece in picchiata?

Credo che questo ragionamento risponda a realtà, ma c’è dell’altro: si tratta di un «falso mito», come scrive esplicitamente un quotidiano isolano certo non dell’estrema sinistra ma collegato, sembrerebbe, a interessi reali di aziende e istituzioni, e perciò piuttosto attento a leggere la realtà un po’ più in profondo: il «Quotidiano di Sicilia» del 22 gennaio 2026, in un articolo a firma di Gioacchino D’Amico, così titola infatti: Pil, crolla il falso mito di una Sicilia “trainante”. La fine di un Pnrr speso male frena lo sviluppo. E procede andando giù duro. Il falso mito risulta non essere altro che un mediocre imbroglio, consistente nel confondere la quota reale d’incremento con una percentuale, peraltro già oggi in picchiata. Diamo volentieri la parola ad alcuni passi dell’articolo, intervenendo solo per i raccordi necessari e per qualche breve commento:

Stavolta il mito di una Sicilia locomotiva d’Italia non reggerà neppure appoggiandosi a un uso scaltro delle percentuali. Non secondo le stime sul Pil del 2026 elaborate dalla Cgia di Mestre. e previsioni collocano la crescita economica dell’Isola al terzultimo posto tra le regioni italiane, con un pallido incremento dello 0,28% rispetto all’anno scorso. Una frenata improvvisa, forse troppo, viste le vertiginose percentuali del passato: nel 2023 il 2,1%, nel 2024 l’1,8%, fonte Istat.

Antonio Tajani, in visita in Sicilia, è tornato sul solito mantra: “Qui – ha detto il leader di Forza Italia – il Pil è cresciuto di più in percentuale rispetto al resto del Paese”. Le parole dell’inquilino della Farnesina, d’altronde, sono state più accurate di quelle spesso pronunciate a Palazzo d’Orleans. Dietro di esse si cela comunque una verità: il Pil isolano non ha avuto pari, sì, ma “in percentuale”. Lo sviluppo economico dalla Sicilia, in concreto, non è mai stato il migliore d’Italia. Si è sempre trattato, appunto, di un inganno statistico, “percentuale”, sapientemente cavalcato per parlare di un’economia siciliana trainante. La crescita del Pil calcolata in miliardi di euro – non in percentuali – in questi anni ha sempre visto la Sicilia restare dietro alle solite “giganti” italiane: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e via dicendo.

Ancora più grave nella sostanza, continua l’articolo, è il fatto che assistiamo, con la fine del PNRR, a una «crescita non strutturale»: «Insomma, le risorse erogate dall’UE sono state impiegate per finanziare misure che, lì per lì, hanno smosso l’economia, ma non in modo così incisivo da rendere la crescita un fattore stabile, duraturo e soprattutto indipendente dagli aiuti di Bruxelles».

Ed è forse ancor più interessante e deprimente (anche se non certo sorprendente), quel che segue:

Più che la fine del Pnrr in sé, occorre considerare il modo in cui questi fondi sono stati spesi. Un dato rilevante segnala che la maggior parte dei finanziamenti non è stata impiegata per realizzare opere pubbliche, ma per altre finalità, come servizi o contributi alle attività produttive. Misure che hanno portato a risultati estemporanei, mentre, nel frattempo, venivano tralasciati quegli interventi infrastrutturali che avrebbero generato condizioni di sviluppo economico forse più lente, ma anche più durature.

A far perdere l’appetito ai nostri governanti (se avessero una mente e uno stomaco) dovrebbe essere quel che con più precisione leggiamo nel seguito:

La Corte dei Conti […] ha evidenziato proprio la lentezza dei lavori pubblici del Pnrr (opere e impiantistica) rispetto ad altri ambiti di spesa. Benché gli interventi infrastrutturali, hanno affermato dalla magistratura contabile, siano “quelli destinati a produrre effetti a lungo termine nel tessuto economico del paese”, a livello nazionale lo stato di avanzamento delle opere pubbliche è al 30,1%, contro la realizzazione di servizi (37,8%), la concessione di contributi (40,8%), e l’acquisto di beni (44,9%).

Siamo insomma alle solite: priorità data ai servizi, ai contributi (mance e mancette?), acquisto di beni (ancora mance e mancette? Con dentro forse qualche bustarella, per chi vuole pensare male?). La frase che segue è il più desolante segnale del prevedibile fallimento sociale del PNRR: prevedibile, perché tutto incentrato su un sistema premiale, e in fondo clientelare, del tutto svincolato da qualunque programmazione strategica e territoriale fondata realmente su priorità di pubblico interesse, in particolare per la Sicilia e – crediamo – per il Mezzogiorno tutto.

Ma è stata anche una scelta che “ha indebolito le finalità di perequazione infrastrutturale territoriale”, soprattutto in ambiti fondamentali per la riduzione dei divari di cittadinanza […]

L’aver però messo in secondo piano le opere pubbliche, potrebbe portare a un bilancio finale sull’economia i cui risultati sono quelli di un Pnrr che ha funzionato col freno a mano tirato. E la parabola di una regione come la Sicilia, il trend della cui crescita potrebbe perdere 2 punti percentuali in appena un paio di anni, sembra raccontarlo con chiarezza.

Non possiamo, purtroppo, che essere d’accordo!