Crisi energetica e caro prezzi. L’unica soluzione è mettere fine alla guerra e al riarmo


I soldi sottratti dal governo alla spesa sociale per ridurre le accise sono quasi finiti e i prezzi continuano a salire sotto la spinta dell’aumento del costo del petrolio e della speculazione da profitti.
Rispetto ai prezzi in vigore prima del taglio delle accise di 24, 4 centesimi, denuncia il Codacons,  i prezzi del gasolio sono diminuiti in realtà di soli 6,6 centesimi e, secondo la stessa fonte, «a questo ritmo tra soli 4 giorni lo sconto sulle accise disposto dal governo sarà del tutto annullato dagli aumenti dei listini alla pompa, con i prezzi che, nonostante la minore tassazione, torneranno ai livelli pre-decreto»
Di fronte a quella che è stata definita dall’AIE (Agenzia internazionale per l’energia)  come “la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”,  i governi europei  e soprattutto quello italiano mostrano tutta la loro inettitudine sia nell’opporsi alla guerra che l’ha provocata sia nel porre rimedi strutturali al tema della dipendenza dalle energie fossili.
Al contrario la Ue dopo esser passata dalla dipendenza dal gas russo a quello made in Usa, che costa quattro volte di più, è sempre più impegnata nello smantellamento progressivo delle direttive pensate per  scoraggiare il fossile e incentivare un maggior ricorso alle rinnovabili e all’uso dell’elettricità.

Il governo italiano è quello più determinato nel proseguire in questa direzione  nonostante gli effetti nefasti sulla nostra economia della dipendenza dal petrolio per il trasporto e dal gas per la produzione e la determinazione dei prezzi dell’energia elettrica.
Le conseguenze di tutto ciò sono in primo luogo la ripresa dell’inflazione stimata dal Centro Studi di Confindustria in crescita rapida fino al 3% con effetti pesantissimi sul potere d’acquisto dei salari, appena usciti da una riduzione del valore reale di nove punti negli ultimi 5 anni, e sul potere d’acquisto delle famiglie diminuito dello 0’4% dal 2005.
Ma è tutta l’economia europea, già provata da guerra, sanzioni e tributi pagati al re d’oltreoceano,  ad essere colpita dalla crisi  prodotta dalla guerra criminale mossa all’Iran da Israele e dagli Usa. E per quanto riguarda l’Italia, sempre secondo Confindustria, il pil per il 2026 resterà di due punti sotto le previsioni con la stagnazione alle porte e i rischi recessione se la guerra continuerà.

Di fronte a questi scenari disastrosi non promette nulla di buono l’annuncio della Presidente della Banca Centrale Europea di essere pronta ad alzare i tassi per contrastare l’inflazione. Non a caso il ministro Giorgetti alza preventivamente gli scudi contro questa scelta dicendo giustamente che non servirebbe a fermare i prezzi dovuti all’aumento dei costi di petrolio e materie prime.

Ma ciò che spaventa il ministro leghista sono le tre conseguenze che metterebbero ancor più a dura prova la tenuta del governo: una riduzione del pil e quindi dei saldi di bilancio previsti per il 2026, l’addio alla fuoruscita dal deficit indispensabile per onorare l’impegno all’aumento delle spese militari promesso all’amico americano, l’impossibilità di varare una legge di bilancio a base di regalie a fini di consenso elettorale in previsione delle politiche del 27 e quindi i grossi rischi di tenuta del governo

Oggi più che mai è dunque sempre più chiaro che la guerra in connessione con le politiche neoliberiste è il principale fattore di distruzione delle economie europee e dell’impoverimento di vasti strati sociali che in questi anni ha portato con sé la fine della coesione sociale e nello stesso tempo la crescita delle destre.

Solo un grande movimento che coniughi la lotta in difesa dei diritti e delle condizioni di vita e di lavoro con un’opposizione durissima contro il riarmo e il sostegno a tutte le guerre, a partire da quella in Ucraina, può fermare la catastrofe economica, sociale e morale in cui è precipitata tutta l’Europa. È anche l’unica strada per riportare alla politica, in alternativa ai poli esistenti, quei milioni di cittadini/e, soprattutto giovani, che si sono mobilitati in modo straordinario contro il genocidio a Gaza e in difesa della Costituzione; Il resto è puro politicismo.