di Marco Sommariva* – Tratto da Osservatorio Repressione
Da Napolitano a Mattarella, da Meloni a La Russa: quindici anni di dichiarazioni identiche mentre nei cantieri, nei campi e nella logistica si continua a morire. Tra profitto, invisibilità e indifferenza, le vittime restano numeri finché non diventano nostri figli.
Lo scorso 19 dicembre, il presidente del Senato Ignazio La Russa durante gli auguri al Quirinale ha dichiarato che ci sono ancora “troppe vittime sui posti lavoro”, che “molto è stato fatto”, ma “è necessario fare molto di più”; ha anche parlato di “emergenza” e di un “bollettino di guerra” che richiede lo “sforzo di tutte le istituzioni”.
Lo scorso 12 ottobre, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della 75ª Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro ha inviato un messaggio al Presidente dell’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro in cui, fra le altre cose, dice: “In Italia, ogni giorno, si continua a perdere la vita sul luogo di lavoro: il numero di decessi e infortuni resta tragicamente alto, anche in raffronto con quello che accade nel resto dell’Unione Europea. Ciascuna vittima è un volto a cui occorre dare voce. Dietro ognuna ci sono persone, famiglie, storie interrotte che non devono essere dimenticate. A esse va il nostro pensiero che deve ispirare l’impegno collettivo, affinché dal dolore nasca una nuova consapevolezza: la volontà comune di costruire luoghi di lavoro più sicuri, dove la vita e la dignità di ogni lavoratore siano sempre al primo posto. La sicurezza sul lavoro è un diritto inalienabile, un investimento sul valore dell’essere umano, sul significato profondo del lavoro e sulla qualità della vita”.
Il 3 luglio scorso, la ministra del Lavoro Marina Calderone, intervenendo alla presentazione della Relazione annuale dell’Inail, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Mattarella, ha sottolineato che il dato sugli infortuni sul lavoro nel 2024, anche se sostanzialmente stabile rispetto al 2023, è “moralmente inaccettabile”. E su questo ha insistito anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha sottolineato come la sicurezza del lavoro sia “una delle priorità di questo Governo” e non debba mai essere considerata un costo da tagliare, ma invece “un diritto di ogni lavoratore”.
Il 13 ottobre di due anni fa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della 74ª Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, in un messaggio inviato all’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, si è espresso così: “Nella Giornata odierna l’Italia rivolge il pensiero alle persone che hanno perso la vita o subito infortuni e malattie a causa del proprio lavoro. Oggi è un giorno di riflessione, ricordo e di rinnovato impegno. La sicurezza sul lavoro è una priorità permanente per la Repubblica”. E ha aggiunto: “Ogni vita persa, ogni vita compromessa chiama un impegno corale per prevenire ulteriori perdite della salute e della dignità di chi lavora. La sicurezza sul lavoro, oltre che una prescrizione costituzionale, è anzitutto una questione di dignità umana”.
Il 1° maggio di due anni fa, in occasione della Festa dei Lavoratori, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha scritto sui social: “[…] desidero esprimere la mia […] affettuosa vicinanza ai familiari delle tante, troppe vittime sul lavoro. La sicurezza è un tema di cruciale importanza, per il quale tutti dobbiamo sentire la necessità di fare il massimo affinché venga sempre garantita l’opportuna prevenzione. Mai ci abitueremo al dolore per simili tragedie: le morti sul lavoro sono inaccettabili”.
Non voglio annoiarvi oltre, se non aggiungendo un’ultima dichiarazione dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano datata 25 novembre 2011, giorno in cui si contarono, come spesso è accaduto anche in seguito, tre vittime sul lavoro: “[…] non si tratta di tragiche fatalità […] nessun cedimento è ammissibile”.
La dichiarazione del 2011 è per avere una vaga idea di quanti anni sono che ascoltiamo sempre le stesse cose.
Pare che, specialmente nei settori legati all’edilizia, all’agricoltura e alla logistica, il rispetto delle norme venga ancora visto come un ostacolo produttivo, che siano le aree di lavoro dove si riscontrano numerosi lavoratori in nero, privi di formazione o senza dispositivi di protezione, luoghi in cui le ispezioni – quando avvengono, e quando gli ispezionati non son stati avvisati prima – sono spesso tardive o insufficienti, e le responsabilità è difficile identificarle tra appalti e subappalti. Troppo spesso la sicurezza arriva dopo l’incidente, la tragedia, la morte, l’inchiesta, e troppo spesso non si dice che a causare il morto è stata la fame di denaro, la ricerca illimitata di profitto – motore principale e caratteristica strutturale del sistema economico capitalistico –, sia nel risparmiare assumendo in nero sia non svolgendo corsi di formazione sia non spendendo denaro in dispositivi di sicurezza.
Fa rabbrividire il tipo di attenzione mediatica: le morti sul lavoro aprono i telegiornali se il numero dei morti è alto e i lavoratori sono caduti nello stesso episodio – tre morti in un cantiere fanno notizia, un morto in tre cantieri diversi no – mentre i giornali spendono brevi trafiletti o, com’è accaduto oggi su un famoso quotidiano italiano, lo sbattono in prima pagina per alcune ore dopodiché lo tolgono. Ma sì!, in fondo era soltanto un operaio senegalese di ventidue anni morto in un incidente sul lavoro avvenuto dentro un capannone a Selvazzano Dentro, nel padovano.
Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo sarebbe rimasto incastrato in un macchinario e sarebbe morto all’istante a causa delle lesioni riportate. Nell’incidente è rimasto anche ferito un altro operaio, che aveva cercato di salvare il ventiduenne. Un morto e un ferito. Poca roba davvero. Meglio lasciare spazio a sei articoli di sport, tra cui uno che ragiona su cosa occorra a Sinner per tornare numero uno al mondo e un altro sui tanti bomber senza gol che rattristano la classifica dei marcatori del campionato italiano di calcio di serie A.
Credo che queste morti sul lavoro non abbiano lo spazio che meritano perché non si riesce a sentirle nostre, e allora mi domando… sono l’unico ad avere un figlio dell’età di questo ragazzo che, oggi, nella provincia di Padova, è morto sul lavoro?
*scrittore e collaboratore dell’Osservatorio Repressione sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni