Mentre i palcoscenici di Barcellona si chiudono e i fari del Congresso della Sinistra Europea si spengono, resta nell’aria odore di ipocrisia per una politica che stenta a fare i conti con la propria realtà.
Da un lato il summit progressista, guidato da figure come Elly Schlein, dall’altro il tentativo di Maurizio Acerbo di tessere le lodi di un “fronte antifascista” largo, anzi larghissimo. Ma dietro la retorica dell’unità contro le destre, cosa si configura materialmente? La verità è che siamo di fronte a una sinistra che non ha il coraggio di rompere con i principi liberisti e, peggio ancora, con l’economia di guerra.
Partiamo dalla segretaria del PD. Schlein ha parlato entusiasta a Barcellona di una nuova stagione sociale, ma cosa fa concretamente, cosa fanno in realtà i progressisti europei, per sfiduciare la guerrafondaia e austeritaria Von der Leyen? La risposta è: nulla.
Al contrario, si continua a navigare nel solco di un atlantismo acritico, che si spera di recuperare pienamente dopo la parentesi Trump. Una idea totalmente sbagliata, che non vede la profonda crisi USA al di là di questo o quel presidente.
Quando cesseranno di votare per l’invio di armi? Quando abbandoneranno l’idea di un esercito europeo? Cosa dicono di una finanza continentale pronta a sacrificare il welfare sull’altare della difesa?
Schlein cita i giovani che hanno votato “no” ai referendum. Ma cosa sa di questi, del loro impegno nelle piazze contro la guerra e il genocidio palestinese? Pensa che siamo tutti alla sua corte solo perché lei gli dedica dieci secondi in un discorso? Quella generazione chiede una rottura sistemica, non un maquillage sotto l’ ombrello progressista.
Come si può parlare di miglioramento delle condizioni sociali se si resta contrari alla patrimoniale e si propone un salario minimo che, nei fatti, rischia di essere pagato dai lavoratori stessi?
La giustizia sociale non si fa con le slide, ma toccando gli interessi delle élites che alimentano quella destra, più o meno estrema, che a parole si vorrebbe combattere.
Qui si inserisce la parabola di Maurizio Acerbo. A latere del congresso di European Left, dove si è discusso di guerra globale e di welfare, il segretario del PRC ha riproposto il campo larghissimo, inclusivo di chi, tra l’altro, ha votato per l’invio di armi a più riprese e non pentito.
Un paradosso logico e politico. Acerbo propone un fronte antifascista che, per esistere, deve necessariamente ignorare le scelte di chi ha spianato la strada ai fascistoidi di tutte le risme. L’avvento della destra e dell’autoritarismo, il suo possibile rilancio non è un fulmine a ciel sereno, ma il prodotto diretto delle politiche di austerità, di guerra e di riarmo. Un mix esplosivo giocato sulla testa delle classi popolari, che senza alternative si gettano verso destra,o, disperate nel non voto rancoroso e atomizzante.
Di che stiamo parlando, dunque? Di una sinistra che non fa i conti con le condizioni materiali. Finché il “fronte antifascista” rimarrà incapace di denunciare l’invio di armi e rompere la gabbia liberista riarmista di fondo, sarà solo il prodromo per la riedizione di illusioni già patite.
Non si può essere per la pace e per l’esercito comune con dotazione nucleare e individuazione immediata del nemico ad est; non si può essere per i poveri e contro la vera redistribuzione della ricchezza. Fino a quando queste contraddizioni rimarranno, gli auspici di Barcellona resteranno relegati all’ ennesimo appello ai desideri di riscossa. Per non vedere frustrati questi ultimi la sterzata deve essere reale e costruita socialmente e politicamente su una alternativa in grado di reggere la sfida della credibilità.