Tratto da Su La Testa n. 29/Aprile 2026
Per i non residenti nell’isola, parlare di Sardegna, induce la mente a fantasticare su mari cristallini, spiagge finissime e bianche, una cultura storica millenaria aspra e ruvida dell’entroterra e un senso di ritorno arcaico ab origine delle proprie radici. Ma anche non capacitarsi di come una Terra come questa non sia stata in grado di affermarsi economicamente e socialmente sul piano nazionale.
I dati allarmanti ci consegnano una regione in lento e continuo spopolamento. Non più solo storicamente nelle zone interne, bensì è un fenomeno avvolgente e verticale che coinvolge nella sostanza tutta l’Isola. Come Rifondazione Comunista abbiamo sempre stigmatizzato il fenomeno come una “ciambella con un foro interno”. Oggi il “foro” dello spopolamento, un cerchio immaginario, arriva a lambire e tangere la linea di battigia dell’Isola ad esclusione di due realtà: Olbia e Quartu Sant’Elena. Una popolazione vecchia con età media di 48,80 anni a cospetto di una media nazionale di 46,60, un tasso di natalità pari al 4,9 ‰ a cospetto di una media nazionale pari al 6,4 ‰. Le morti su base regionale superano drasticamente le nascite. Per immaginare la struttura geografica rapportata alla popolazione della Sardegna un termine di paragone è il seguente: l’estensione di una regione come la Lombardia con una popolazione oltre 6 volte inferiore della stessa. Per questo i comuni sardi con una popolazione inferiore alle 1000 unità rappresentano 1/3 dei comuni di tutta l’Isola. E i comuni con popolazione inferiore alle 5000 unità rappresentano quasi l’84% dei comuni di tutta l’Isola in cui risiede il 26% della popolazione. La combinazione dei fattori di denatalità, di morte, di immigrazione interna su una popolazione di quasi 1’600’000 unità fanno perdere all’anno oltre 12 mila unità che non riescono ad essere sopperite, ancor meno pareggiate dall’immigrazione estera in cui le comunità principali sono quelle rumene, senegalesi e marocchine.
I fattori che devono essere analizzati per affrontare compiutamente questa cristallizzazione negativa devono essere ricercati in fattori interni come nei servizi pubblici essenziali come sanità, trasporti e istruzione e in fattori parzialmente esterni all’Isola come le politiche attive sul lavoro e la transizione energetica.
Servizi pubblici essenziali: isolani e isolati
I trasporti
Banca d’Italia colloca la Sardegna sul piano degli indicatori infrastrutturali per ciò che concerne strade e ferrovie come il fanalino di coda della penisola. In particolar modo viene evidenziato il particolare svantaggio di accessibilità alle strade di veloce percorrenza così come l’accesso alle stazioni ferroviarie. Il tutto fa il paio con i tempi medi di percorrenza che risultano estremamente elevati rispetto alla media italiana dove la controtendenza riguarda esclusivamente il raggiungimento dei centri principali. Quindi di fatto creando una polarizzazione su Sassari e Cagliari. Il tutto non si limita esclusivamente a un elemento di mobilità turistica, bensì a una mobilità interna di residenti che limita e pone a repentaglio la “sopravvivenza” nei centri urbani di piccole e medio-grandi dimensioni. Nei fatti anche la mobilità verso la penisola soffre di tariffe mai sino in fondo calmierate in mano alla speculazione delle compagnie aeree e dei grandi armatori per ciò che concerne la via mare. Si aggiunga che i costi per i non residenti, che essi siano turisti, ma sino a qualche mese fa anche per i nati in Sardegna emigrati e residenti nella penisola o all’estero, raggiungevano delle cifre esorbitanti che nei fatti limitavano l’accesso all’Isola. Il tutto ha prodotto con ogni evidenza un turismo elitario a bassa soglia d’accesso, privilegiando mete consone a quel lignaggio, disincentivando la fruibilità turistica a larghi strati di popolazione e limitando quindi anche molti luoghi e mete turistiche in Sardegna. La tracotanza delle compagnie aeree e degli armatori unita alla mano di piuma della regione Sardegna genera laissez faire di stampo neo liberista in cui la regione Sardegna soccombe rispetto alle pretese dei primi. È significativo e non sorprende quindi, di come si sia avanti nella discussione politica regionale dell’attuale maggioranza rispetto alla proposta di privatizzazione degli aeroporti sardi.
Il lavoro
La stagionalità del turismo produce un contraccolpo reale sugli operatori del turismo, in particolar modo i lavoratori dipendenti, con contratti di lavoro precari e sottopagati. Sei mesi di occupazione e sei mesi di cassa integrazione sono il leitmotiv di un sistema occupazionale settoriale che non può reggere. La produzione seriale di precariato sottopagato del settore turistico e non solo, formalizza una popolazione incapace di prospettare e costruire futuro e quindi economie per la Sardegna. I risultati meno favorevoli si registrano nel Sud Sardegna per quanto riguarda il tasso di occupazione generale (57.2%) e per i due tassi giovanili (23.0% quello di occupazione e 48.0% quello di mancata partecipazione al lavoro). Le province di Nuoro e Sassari presentano invece quote di giornate retribuite inferiori al 70%. In dieci anni la popolazione in età lavorativa si è ridotta di 118 mila unità. Il dato è destinato a peggiorare: entro il 2035 se ne perderanno altre 122 mila, con un calo stimato di 76 mila occupati. Il profilo dell’Isola, nei dati ISTAT, nel confronto con l’Italia si caratterizza in negativo per tutti e sei gli indicatori presenti. I provvedimenti dell’attuale maggioranza regionale di governo sono stati quello della legalizzare, avallare e promuovere il “lavoro nero” sottoforma di tirocinio. La normativa sarda in materia di tirocini è ferma da diversi anni. Per di più senza alcun piano, con diversi bandi regionali, vengono dati soldi a pioggia alla classe imprenditoriale che incentiva le dimissioni “volontarie” del dipendente per poi riassumerlo sotto altra forma per così poi accedere a contributi regionali sostanziosi per singolo dipendente.
La sanità
La Sardegna si caratterizza rispetto all’Italia con livelli di benessere sanitario inferiori. L’unico indice che va in controtendenza è quello della mortalità infantile. Uno dei fattori caratterizzanti è il decesso per tumori nella popolazione tra 20 e 65 anni estremamente alto rispetto al resto della penisola (+1,2%). Ovvero 8,8 decessi per ogni 10mila residenti. Risulta alquanto singolare come la Sardegna, nonostante le innumerevoli battaglie di categoria fatte da sindacati, comitati e associazioni, sia una delle ancora poche regioni italiane senza il registro tumori. Registro essenziale per raccogliere, archiviare e analizzare in modo sistematico e continuativo i dati su tutti casi di tumore (incidenza) diagnosticati tra i residenti di un determinato territorio. Un dato particolarmente allarmante riguarda la rinuncia alle cure. Circa il 20% della popolazione residente rinuncia a curarsi, ovvero circa 320 mila persone. Per via delle liste d’attesa chilometriche e per l’impossibilità economica di abbattere i tempi rivolgendosi alle strutture private. C’è una carenza sistemica di personale sanitario soprattutto sulla medicina generale e si riflette questo dato con il fatto che circa 450 mila sardi residenti ne sono privi. Così come l’assenza di 50 pediatri nonchè la sistematica chiusura di reparti ospedalieri. Singolare e preoccupante che gli unici interventi, da parte di questa amministrazione regionale, sul piano sanitario abbiano riguardato quasi esclusivamente la nomina dei commissari delle ASL a cui è seguita una kermesse di dubbio gusto sui media per questioni economiche e sulle procedure di nomina che hanno visto i vecchi commissari impugnare le nomine dei nuovi. Non si registra attualmente un piano sanitario che programmi la sanità pubblica nell’Isola per i prossimi tre anni. La privatizzazione della sanità pubblica va avanti a passi lunghi e ben distesi con il placet dell’amministrazione regionale che va ad inaugurare le strutture private sanitarie in giro per la Sardegna.
L’istruzione
La grande piaga della dispersione scolastica in Sardegna non riesce ad attenuarsi. Nell’Isola quasi uno studente su cinque abbandona la scuola prima di ottenere un diploma o una qualifica professionale. L’ISTAT ci consegna un dato impietoso: 18% di dispersione scolastica tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Percentuale ben al di sopra della media nazionale del 12,7% e quasi il doppio dell’obiettivo europeo fissato al 9% entro il 2030. Se il confronto dovesse avvenire con altre regioni come Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia sarebbe drammatico in quanto si registrano nel nord-est tassi inferiori al 5%. In Sardegna, soprattutto nei territori dell’interno, il fenomeno appare radicato e in lenta ma continua crescita. Nel 2024 si rileva anche una più bassa quota di persone tra i 25 e i 64 anni con almeno il diploma pari al 56,8% a differenza di una media italiana pari al
66,7% e di persone tra i 25 e i 39 anni con la laurea o altro titolo terziario pari al 25,3% a differenza di una media italiana pari al 30,9%. La Sardegna si è rifiutata di applicare le misure di dimensionamento scolastico chieste dal ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara e in risposta il governo la commissaria. Il dimensionamento scolastico, quindi l’accorpamento o la soppressione di istituti scolastici per motivi organizzativi e di bilancio, presentato come una necessità tecnica per ottimizzare risorse, in realtà nasconde una visione riduttiva e aziendalistica della scuola pubblica. L’aziendalismo della scuola pubblica, come il numero minimo di alunni per mantenere un’autonomia, significa snaturare la missione educativa dell’istituzione scolastica. Le forbici del commissario hanno drasticamente ridotto classi a Iglesias, Orgosolo, Tertenia, Ilbono e Thiesi. Accorpare più Istituzioni scolastiche sotto un’unica dirigenza significa aumentare il carico amministrativo per il personale Ausiliario Tecnico Amministrativo, dirigenti scolastici e docenti, esponendoli alla disponibilità per eventuali supplenze in altri plessi, distanti spesso anche diversi chilometri l’uno dall’altro e riducendo tempo ed energie da dedicare alla didattica e alla progettazione educativa. Le scuole diventano “macro-istituti” ingestibili, dove il rapporto umano tra docenti, studenti e famiglie diventa sempre più debole o scompare totalmente, alimentando e soffiando sul fuoco dell’abbandono scolastico.
Transizione energetica
Il sabotaggio del gasdotto Nord Stream e Nord Stream 2 compiuto nel 2022 ha di fatto ridotto numerose risorse energetiche provenienti dall’est verso l’Europa. Producendo un indebolimento e un impoverimento della stessa Europa per realizzare il terreno fertile per avanzate speculative capitaliste. In Sardegna dapprima con le navi gasiere che dovevano approdare col gas americano a Porto Torres e a Portovesme, poi con la speculazione di multinazionali per installazioni di impianti di energia rinnovabile passando per un gasdotto col gas di proprietà israeliana. Su “il sole 24 ore” si sprecavano i complimenti del presidente di Confindustria Maurizio De Pascale nei confronti della Presidente Todde e della giunta regionale per il disegno di legge n° 36/1 del 19/09/2024 poi diventato legge e impugnato dal governo italiano, riguardante le aree idonee e non idonee all’installazione di impianti di energia rinnovabile. Ritenere che gli interessi di Confindustria raramente coincidono con quelli delle lavoratrici e dei lavoratori e dello stesso Stato non è affermare un abominio. La legge prevedeva 700 milioni di euro destinati alla transizione energetica nel quinquennio 2025-2030 che fanno parecchio gola alla speculazione privatistica. La transizione energetica o la si fa o non la si fa. Tertium non datur. Adoperarsi a favore è un obbligo civile e un dovere politico improcrastinabile della classe dirigente per lasciare un mondo migliore, ma soprattutto per salvaguardarlo. La comunità scientifica da decenni ormai è unanime nel ritenere che i cambiamenti climatici con fenomeni sempre più estremi, frequenti e devastanti in larga misura derivanti dall’uso di combustibili fossili rischiano di lasciarci un mondo completamente differente da come lo conosciamo. A partire dai mutamenti di flora, fauna e clima fino all’allarme più devastante che è quello dell’immigrazione climatica. L’UNHCR (alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati) stima che all’anno ci siano circa 20 milioni di persone obbligate a emigrare a causa del clima con conseguente destabilizzazione antropologica delle stesse comunità e una mutazione irreversibile della società mondiale con tutti i danni economici prodotti a corollario. Questo perché è indispensabile avere un approccio scientifico e non moralista al tema. La transizione energetica scollegata da una lettura storica del sistema di accumulo capitalista che non tiene in considerazione la “questione di classe”, sarebbe mero “giardinaggio”.
L’autonomia mancata
Pur essendo unitari, siamo però d’accordo per la concessione di un regime particolare di larga autonomia a determinate regioni, e cioè alla Sicilia, alla Sardegna e alle zone di lingue e nazionalità miste. Nelle grandi isole italiane mediterranee si sono creati infatti una situazione particolare economica e politica e un particolare clima psicologico che impongono quella soluzione. Qui deve quindi esser concessa l’autonomia più larga. A questo non facciamo nessuna obiezione in questo campo, anzi siamo all’avanguardia della lotta per la libertà dei popoli siciliano e sardo in un’Italia democratica. ( Palmiro Togliatti, intervento in Assemblea Costituente del 11 marzo 1947 )
L’ampia Autonomia consegnata allo Statuto Speciale del 1948 spazia su ambiti nevralgici della vita politica e sociale della Sardegna e per larghi tratti è stata ampiamente inapplicata. Sono presenti altresì degli importanti provvedimenti, realizzati principalmente da governi progressisti, in cui anche noi nei recenti anni e il Partito Comunista Italiano precedentemente, hanno contribuito a dare una svolta verso la modernità e il progresso e una spinta propulsiva sul piano dello sviluppo. Dalla riduzione delle disparità sociali e salariali, nonchè la difesa della “cosa pubblica”. Ed è importante annoverare il: piano straordinario del lavoro, il decreto salva coste, il Piano Paesaggistico Regionale, la pubblicizzazione del comparto dell’acqua. Con ogni evidenza quelle stesse condizioni politiche e sociali descritte da Togliatti nella Sardegna della rinascita e post-bellica non solo sono tutt’oggi drammaticamente valide sul piano storico-analitico ma l’avanzata egemonica del pensiero neoliberista in Sardegna, come nel resto della penisola, non poteva che produrre un quadro peggiorativo rispetto a un indebolimento dello stesso Stato e della Regione nelle sue funzioni di direzione economica e conseguentemente direzione politica. La lotta di classe in Sardegna è stata oggi vinta dal pensiero dominante capitalista e neoliberista. Elemento sussunto anche da questa odierna maggioranza di governo regionale. L’assunzione della maggior parte dei governi regionali che si sono succeduti, non solo non hanno mai applicato sul piano analiticoteorico il tema dell’autonomia, ma anche le azioni di governo regionale sono sempre state viziate da rapporti sovraordinati con i partiti italiani di estrazione neoliberista che rispecchiano le esigenze della borghesia assumendo acriticamente linee che mal si conciliavano con le criticità in essere poste dalla fase storico-politica anche in campo internazionale. Ad oggi il vero e sostanziale volano economico, vista anche la fallimentare vertenza entrate con lo stato italiano non può che essere sino in fondo l’applicazione dello Statuto Speciale della Sardegna nel suo articolo 4: “La Regione emana norme legislative sulle seguenti materie… produzione e distribuzione dell’energia elettrica”. Agenzia Sarda Pubblica dell’Energia, questa è la proposta, questo è il nodo reale per il cambio di paradigma di produzione di beni e servizi. Un cambio che da una situazione di difesa strenua del territorio può passare a una situazione di limpida e cristallina opportunità per le sarde e i sardi. L’Agenzia, in cui il pubblico detiene la proprietà dell’energia prodotta, avrebbe la possibilità non solo di creazione di nuovi posti di lavoro ma soprattutto di realizzare parecchi utili da reinvestire sullo stato sociale come politiche attive del lavoro, sanità, trasporti e scuola pubblica. Far passare, seduti sulla riva del fiume, questa opportunità sarebbe francamente deleterio, così come consegnarla ai privati. Nell’ambito della mappatura delle aree, di concerto con le comunità locali, nell’ambito della programmazione di quali e quante energie si debbano installare è imprescindibile trovare il giusto equilibrio. Non può esserci giustizia climatica senza giustizia sociale. Il combinato disposto di Piano Paesaggistico Regionale con l’Agenzia Sarda Pubblica dell’Energia è una delle soluzioni più credibili che possono sottrarre dalla speculazione il territorio da una parte e avviare un effetto volano di natura economica per il benessere delle sarde e dei sardi dall’altra e arrestare un progressivo processo di declino socio-economico.
In copertina: La Città Invisibile – photo Gianluca Vassallo:: Nicolò Galeazzi
