Il governo presenta come un successo la flessibilità di bilancio ottenuta dalla Commissione europea sul caro energia. Ma, a guardare bene le condizioni dell’intesa, il trionfo sbandierato assomiglia più a una vittoria di cartone buona per una conferenza stampa, smentita dalla lettura delle clausole.
L’accordo consente infatti di stanziare fino a 14 miliardi in tre anni, ma solo a una condizione molto precisa: che quelle risorse vengano destinate agli investimenti nelle energie rinnovabili, nell’efficienza energetica e nelle misure di transizione. Insomma, non un salvadanaio da aprire a piacimento, ma un binario piuttosto stretto e politicamente molto significativo.
Ed è un binario che va in una direzione opposta rispetto a quella sostenuta in questi anni dall’esecutivo, che insieme a Confindustria ha spinto in più sedi per misure favorevoli alle fonti fossili. Per questo parlare di “successo” richiede una certa fantasia narrativa: Bruxelles concede margini, sì, ma per fare esattamente ciò che Roma ha evitato o rallentato fino a oggi.
C’è poi un altro elemento che ridimensiona parecchio l’enfasi governativa: le risorse disponibili si collocano dentro un quadro europeo molto più rigido, intrecciato alle nuove priorità di bilancio e agli equilibri imposti dal rientro dei conti pubblici. In altre parole, non si tratta di denaro libero da vincoli, pronto per qualsiasi uso propagandistico del momento. E, soprattutto, la loro effettiva attivazione dipenderà anche dal percorso con cui l’Italia uscirà dalla procedura per deficit eccessivo, riportando il disavanzo sotto il 3%. Tradotto dal burocratese: i soldi vengono evocati subito, ma forse, e sottolineiamo forse, si vedranno davvero più avanti.
Salta quindi l’idea, coltivata nel centrodestra, di usare queste risorse per nuovi bonus distribuiti a pioggia, utili forse a fare titolo per qualche giorno ma assai meno a correggere gli squilibri strutturali del sistema energetico. Allo stesso modo subisce una solenne bocciatura la proposta, cara a parte del mondo industriale, di svuotare o depotenziare i meccanismi ETS per alleggerire il costo delle emissioni. Anche qui la sostanza è semplice: l’Ue non intende premiare il rinvio della transizione, ma il suo contrario.
Niente tagli generalizzati delle accise, dunque, e niente misure indiscriminate pensate per inseguire l’emergenza senza affrontarne le cause. Al massimo potranno essere previsti aiuti mirati e temporanei per le fasce più vulnerabili. L’impostazione europea è chiara: ridurre la dipendenza dai carburanti fossili, non continuare a sovvenzionarne il consumo. Resta invece aperto il nodo più politico, quello che da anni viene accuratamente aggirato: mentre i cittadini pagano gli aumenti legati alla guerra, alla volatilità dei mercati e alla speculazione, non si vedono né una seria tassazione degli extraprofitti né veri tetti ai prezzi dell’energia, né a livello italiano né a livello europeo.
La strada indicata dall’esecutivo europeo è, del resto, piuttosto esplicita: sviluppo delle fonti pulite, elettrificazione, risparmio energetico, modernizzazione delle reti. Tutti terreni sui quali l’Italia accumula ritardi pesanti. E qui l’ironia si fa quasi automatica: si esulta per una cornice europea che raccomanda esattamente ciò che in patria non si è voluto fare. Nemmeno le risorse del PNRR sono state sfruttate con la necessaria decisione per accelerare davvero sulle rinnovabili, a differenza di quanto fatto da altri Paesi, come la Spagna, che oggi beneficiano di una maggiore disponibilità di energia pulita e, di conseguenza, di prezzi più competitivi.
La proclamazione del “successo” su tutti i media serve allora anche a un altro scopo, meno dichiarato ma piuttosto trasparente: continuare a spostare l’attenzione dalla fotografia ben poco rassicurante dell’economia italiana contenuta nel rapporto Paese pubblicato in occasione del semestre europeo. È una tecnica comunicativa collaudata con l’enfasi posta da un anno sull’aumento dell’occupazione nascondendo che è andata di pari passo con la perdita di posti di lavoro di buona qualità ehm e la diffusione di occupazioni scarsamente remunerate e con meno diritti
Il rapporto, infatti, conferma criticità profonde e tutt’altro che marginali. L’Italia resta ai vertici europei per debito pubblico e continua a mostrare una crescita debole, mentre i salari reali rimangono compressi e la precarietà continua a colpire in particolare giovani, donne e lavoratori più fragili; Il tasso di occupazione è il più basso d’Europa e con divari tra nord sud enormi mentre resta grandissima la differenza. Ehi tra occupazione maschile e femminile. L’accesso all’abitazione resta difficile per ampie fasce della popolazione, e la situazione del sistema sanitario viene descritta come seria, con un peggioramento dell’accesso alle cure dovuto anche alle liste d’attesa, alla carenza di personale medico e infermieristico e alla lentezza nel rendere davvero operativa la sanità territoriale. A questo si aggiungono livelli di povertà ed esclusione sociale indicati come molto elevati. In un simile quadro, festeggiare come se tutto andasse per il meglio appare meno come ottimismo e più come una forma particolarmente ostinata di negazione.
Anche sul fisco il quadro richiamato dal rapporto è eloquente: il sistema continua a gravare soprattutto sui lavoratori dipendenti, mentre resta debole la tassazione dei grandi patrimoni e delle successioni e continua l’erosione della base imponibile. È il segno di uno squilibrio antico, che si trascina da anni e che nessuna retorica del successo riesce a cancellare. Per questo il punto non è soltanto smontare uno slogan, ma affermare la necessita di un cambio di rotta che solo la ripresa delle lotte potrà avviare.