Le “opposizioni” su riarmo e esercito europeo: un passo in avanti e due indietro

La mozione unitaria delle opposizioni sul riarmo e sullo scenario internazionale ha sollevato diversi  commenti entusiastici nei circuiti del dibattito politico nostrano. Se da un lato è innegabile un parziale avanzamento del testo – ascrivibile con ogni probabilità alle pressioni e alle posizioni del Movimento 5 Stelle, che hanno imposto una parziale frenata rispetto alle derive più oltranziste – dall’altro l’analisi rigorosa del documento rivela una dinamica ben più preoccupante: a ogni passo in avanti ne corrispondono due indietro.

Il fulcro di questa regressione risiede nell’esplicita affermazione dell’indispensabilità di una spesa comune europea per la costituzione di un esercito europeo. Sebbene i sostenitori di questa linea argomentino che l’accentramento della difesa ridurrebbe i costi dei singoli Stati membri salvaguardando le politiche sociali, la realtà materiale e politica smentisce radicalmente tale assunto. L’idea stessa di una forza militare continentale unificata poggia su fondamenta teoriche fragili ed è densa di contraddizioni macroscopiche, radicalmente inconciliabili con lo stato reale delle cose.

1. Il deficit istituzionale: un esercito senza Stato

La prima e più evidente contraddizione è di natura squisitamente politico-istituzionale. Un esercito, per definizione e funzione storica, è il braccio armato di una sovranità statale. Nel contesto attuale, l’esercito europeo dovrebbe rispondere a uno “Stato europeo” che, di fatto, non esiste.

La creazione di una forza armata comune presuppone tre requisiti strutturali oggi totalmente fuori portata:

  • Unicità del comando: Una catena gerarchica militare non può operare in un vuoto decisionale o sotto il veto incrociato di ventisette capitali.
  • Unicità della politica estera: Un comando unico esige una linea politica condivisa e monolitica in materia internazionale e di difesa, scenario utopistico se si considerano gli interessi geopolitici divergenti e spesso conflittuali dei singoli membri (si pensi al tradizionale asse franco-tedesco o alle posture dei paesi baltici e polacchi).
  • Un modello fiscale unico: Un esercito permanente richiede un bilancio centralizzato e un fisco comune che destini una quota fissa al comparto militare, superando la sovranità finanziaria dei singoli Stati.

In assenza di queste precondizioni, evocare un esercito comune significa progettare una sovrastruttura priva di legittimità democratica e di controllo politico reale, nonchè per sua natura, strutturalmente contrapposta allo stato sociale dei singoli Paesi.

2. La riproduzione del blocco e il neocolonialismo occidentale

La seconda contraddizione si consuma sul piano geopolitico globale. Lungi dal configurarsi come uno strumento di peacekeeping o di deterrenza neutrale, la nascita di una difesa comune europea rischierebbe di tradursi nella replica in scala ridotta del modello NATO.

Le pulsioni belliciste che negli ultimi tempi hanno infestato la Commissione Europea indicano chiaramente che l’orientamento di questa potenziale forza armata sarebbe tutt’altro che difensivo. Sullo scacchiere internazionale, un simile blocco verrebbe inevitabilmente percepito come un’azione ostile e un segnale di aperta contrapposizione verso competitor globali del calibro di Russia e Cina. Questo scenario è alimentato dall’idea prevaricante, tuttora diffusa e prevalente tra i governi europei, di una logica di suprematismo occidentale di stampo neocoloniale, che pretende di imporre i propri assetti strategici ed economici globale attraverso la leva militare.

3. L’economia di guerra e lo smantellamento del welfare

Il terzo elemento di criticità attiene all’economia politica. La costruzione ex novo di un esercito integrato, con l’armonizzazione dei sistemi d’arma, delle tecnologie di comunicazione e delle infrastrutture logistiche, richiede investimenti di portata colossale.

L’idea che la spesa comune generi un risparmio automatico per le casse nazionali è un errore di prospettiva. Di fatto, l’istituzione di questi fondi si traduce nello spostamento massiccio di risorse pubbliche verso un’economia di guerra. Quando la priorità strategica diventa il riarmo permanente, la spesa sociale cessa di essere una priorità: la volontà di preservare il welfare dei cittadini europei viene inevitabilmente annichilita e prevaricata dalle esigenze del complesso militare-industriale continentale.

L’urgenza di un’alternativa reale

In ultima analisi, la mozione delle opposizioni non rappresenta un argine alla deriva militarista, bensì un sofisticato aggiramento dell’ostacolo. Presentando l’esercito europeo come una soluzione “progressista” e razionale, si finisce per sdoganare e accelerare il dispiegarsi della guerra e dei suoi strumenti strutturali, rinunciando a una vera opposizione.

L’alternativa a questa deriva esiste, ha radici nella diplomazia multilaterale e nel rifiuto della logica dei blocchi contrapposti, e la sua adozione è oggi più che mai urgente per sottrarre l’Europa a un destino di subalternità bellica.

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