Il movimento di Genova aveva nelle sue corde sperimentazione e immaginazione. Ne abbiamo bisogno ancora oggi! -Tre domande a Lorenzo Guadagnucci



Lorenzo Guadagnucci giornalista, scrittore, attivista. Autore di “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova “ ed. Altreconomia collana “Le Talpe”, 2026

Alberto Deambrogio: Nella notte della Diaz hai vissuto il crollo violento dell’idea di Stato garante dei diritti; in che modo questo trauma personale si è trasformato, in un quarto di secolo, in energia civica e come spieghi oggi questo percorso ai giovani nati dopo il 2001?

Lorenzo Guadagnucci: Al G8 di Genova abbiamo assistito a una caduta verticale dello stato di diritto e delle garanzie costituzionali; sul piano personale è stato uno choc, un trauma psicopolitico, per dirla con gli psicologi sociali Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto, che alle conseguenze del G8 hanno dedicato ricerche finite in un libro, ‘Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico’ (Liguori 2011). Nel mio caso il trauma si è tradotto in attivismo. Ho cercato, da subito, di capire che cosa avesse reso possibile tanta violenza, perché si fosse arrivati alla sospensione delle garanzie costituzioni e alla pratica di massa della tortura – oggi possiamo dirlo, all’epoca usavamo altre espressioni verbali. Ho cercato, con altri, di trasformare lo choc e la sofferenza in azione civile: per me è stata una trasformazione profonda, che dura tuttora, e credo che sia nata proprio dal desiderio di capire, di dare una ragione a quanto accaduto. Ero mosso, inoltre, da un desiderio di giustizia, che per me coincideva solo in parte con la giustizia che si ottiene nei tribunali. La giustizia che cercavo era il riconoscimento da parte delle istituzioni democratico della gravità di quanto accaduto, e che si arrivasse, di conseguenza, al ripudio di quelle condotte. Sappiamo che questo non è avvenuto. Le istituzioni politiche non hanno mai davvero rinnegato gli abusi di polizia, non si sono mai davvero schierate dalla parte di noi cittadini vittime di violenza e torture. È una ferita – personale e pubblica – che resta aperta. Alla fine credo che i fatti del G8 – gli abusi di polizia non rinnegati – e i comportamenti tenuti dopo – lo sforzo sistematico di ostacolare l’azione della magistratura – siano un precedente che parla al presente, sono una sorta di biglietto da visita: le forze di polizia ci hanno fatto sapere di essere disposte a infrangere i vincoli costituzionali quando sia politicamente richiesto, in modo esplicito o implicito. Il movimento che fu attaccato a Genova faceva paura sul piano politico, perché offriva una proposta alternativa alla globalizzazione neoliberista e stava trovando un consenso crescente. Fu contrastato e criminalizzato dall’intero establishment politico istituzionale, con minime differenze fra centrodestra e centrosinistra. Credo che i giovani di oggi, quelli attivi nella ricerca di un cambiamento radicale della società, debbano guardare ai fatti di 25 anni fa per comprendere le radici di certe dinamiche del presente, anche nell’ambito della crescente limitazione della libertà di esercitare il dissenso. Siamo giunti al punto che il conflitto stesso – l’anima della democrazia, della lotta politica – è guardato con sospetto e represso. Ma questo avviene perché certe idee, certe forme di lotta, non sono mai realmente tramontate e si sono anzi aggiornate e quindi continuano a spaventare il potere. Il trauma del 2001, per molti di noi, si è tradotto in maggiore consapevolezza, e perciò non abbiamo mai smesso d’essere attivi nella società. Credo che oggi fra i nostri compiti ci sia quello di mettere a fuoco un’interpretazione precisa di quanto accaduto nel 2001: è stato un fatto storico e politico di grande portata, uno spartiacque nel bene e nel male, e deve entrare a far parte della memoria collettiva dei movimenti sociali. Il mondo politico e mediatico dominante ha operato su quelle vicende un processo di rimozione, tocca a noi agire nella direzione opposta, costruendo memoria. Non dobbiamo solo ricordare che il potere “democratico” è pronto a limitare i diritti costituzionali, qualora lo ritenga necessario; dobbiamo anche ricordare che nel 2001 prese la scena un movimento globale straordinariamente competente e propositivo. La storia ha dimostrato che quel movimento aveva ragione.

A.D.: Il movimento di Genova contestava una globalizzazione che oggi ha cambiato pelle, tra algoritmi, crisi climatiche e guerre frammentate; quali strumenti storici di quel “movimento dei movimenti” sono ancora utili oggi e cosa invece è diventato obsoleto?

L.G.: Credo che siano attualissimi almeno due elementi. Il primo è la dimensione globale: le sfide del nostro tempo hanno respiro planetario e su quel piano devono essere affrontate. Occorre pensare in grande, poi agire localmente, ma sempre in connessione con tutte le realtà, tutti i movimenti, con i quali si è in sintonia. Il secondo elemento è la competenza: il movimento dei movimenti produceva conoscenza e non a caso la sua forma tipica di presenza politica avveniva attraverso i forum, oltre che con i cortei e le altre forme di manifestazione. Era una conoscenza, sia chiaro, poco o punto accademica: nasceva dall’esperienza sul campo, dalle lotte, dalle forme di autorganizzazione, e si affiancava, questo sì, alle analisi e alle proposte di alcuni intellettuali importanti, “organici” nel senso gramsciano al movimento. Anche oggi – quanto e più di allora – è necessario comprendere i processi economici, sociali e politici in atto, metterli a nudo, renderli comprensibili, e intanto proporre nuove visioni, nuovi progetti, nuove forme – anche parziali – di organizzazione economica e sociale. Quel movimento aveva nelle sue corde anche la sperimentazione: qualcosa di cui abbiamo bisogno anche oggi, al pari dell’immaginazione, una pratica che si tenta sempre di inibire. Immaginare e sperimentare: ecco il binomio per oggi e domani. Non so dire che cosa possa essere qualificato come obsoleto: forse la fiducia che lo stato di diritto possa costituire per le forze dell’ordine e i poteri costituiti un limite invalicabile.

A.D.: Per anni si è parlato di Genova attraverso i termini “macelleria messicana”, “scuse” e “tortura”; venticinque anni dopo, quali sono le parole nuove necessarie per fare memoria comune senza restare intrappolati nel passato?

L.G.: Ci sono molte parole di cui possiamo fare tesoro, a cominciare dallo slogan coniato da quel movimento: ‘Un altro mondo è possibile’. Parole rivoluzionarie in un mondo mediatico e politico claustrofobico, che bolla come ingenue, irrealistiche, impraticabili, inattuali tutte le visioni, tutte le proposte che contestano il modello esistente ed escono dal canone ideologico consolidato. Penso poi alla nozione di beni comuni, che è la chiave di volta che potrebbe sorreggere un modello economico-sociale alternativo all’economia di mercato neoliberista. È l’idea che non tutto possa essere ridotto a merci, che esistono, appunto, beni comuni – l’acqua, l’aria, il suolo, il paesaggio, le infrastrutture, la salute, la dignità di qualunque vita – del tutto indisponibili al possesso da parte di qualcuno. E ancora la parola movimento, nelle sue diverse accezioni: il movimento sociale del quale stiamo parlando, una non-struttura in grado di unire persone e organizzazioni appartenenti a tradizioni e culture diverse; e il movimento come diritto umano di spostarsi nel mondo, un diritto la cui negazione sta trasformando le democrazie occidentali in post democrazie con apartheid (da questo punto di vista, il corteo delle persone migranti, il 19 luglio 2001 a Genova, fu profetico, e purtroppo inascoltato). E poi la nozione di rete, come forma di organizzazione e di redistribuzione orizzontale del potere: la gerarchia, l’autoritarismo sono stati in passato la tomba delle rivoluzioni. E la nonviolenza: un metodo e un modo d’essere nel quale si riconobbe quasi tutto il movimento, sempre più attuale in tempi come i nostri, segnati da logiche di dominio e di guerra.

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