La crisi profonda che sta colpendo l’agricoltura italiana trova nel settore risicolo una delle sue espressioni più drammatiche e paradigmatiche. Non si tratta di una semplice congiuntura sfavorevole, ma del risultato sistemico di un modello economico che ha deciso di sacrificare la sovranità alimentare e la dignità del lavoro della terra sull’altare del libero mercato globale.
Guardando i dati macroeconomici dell’ultimo anno, balza agli occhi una contraddizione intollerabile: mentre i costi vivi legati alla produzione del risone sono schizzati verso l’alto a causa dei rincari energetici e dei fertilizzanti, i prezzi corrisposti ai produttori sui mercati nazionali hanno subito un crollo verticale che sfiora il 40-50%. Un paradosso economico che sta spingendo centinaia di aziende agricole, specialmente nei distretti storici compresi tra il Piemonte e la Lombardia, verso il fallimento finanziario e la cessazione delle attività.
Il cuore del problema risiede nei meccanismi perversi della grande speculazione finanziaria e commerciale. Da un lato assistiamo alle massicce e incontrollate importazioni di riso dai Paesi extra-UE, in particolare dal Sud-Est asiatico, che entrano nei confini europei godendo di regimi tariffari agevolati o a dazio zero.
Questo riso estero viene coltivato senza dover rispettare le rigide normative ambientali, sociali e sanitarie imposte ai nostri coltivatori, dando vita a una concorrenza sleale istituzionalizzata che azzera la competitività delle produzioni locali.
Dall’altro lato, la Grande Distribuzione Organizzata e le grandi industrie di trasformazione impongono prezzi d’acquisto al ribasso, che non coprono nemmeno i costi minimi di raccolta.
Chi lavora la terra si ritrova così schiacciato in una morsa: un lavoratore non più remunerato, privato del diritto al giusto reddito e trasformato nell’anello debole di una filiera concentrata nelle mani di pochi oligopoli industriali.A questo scenario economico devastante si sommano gli effetti drammatici del collasso climatico.
La prolungata siccità, che non è una maledizione dal cielo, ma il risultato delle poliche capitaliste, che investe il Nord Italia e le ondate di calore anomale stanno riducendo drasticamente la disponibilità d’acqua necessaria per la tradizionale coltivazione in sommersione. Le risaie restano asciutte, la produttività dei suoli cala e la qualità del raccolto viene compromessa.
Di fronte a questa emergenza ambientale, la risposta della politica si rivela del tutto parziale ed evasiva. I tavoli istituzionali e i bonus straordinari una tantum proposti dai ministeri non sono altro che palliativi assistenziali, utili a gestire il consenso nell’immediato ma totalmente incapaci di incidere sulle cause strutturali della crisi.
Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici giace inerte nei cassetti della burocrazia, mentre le infrastrutture idriche territoriali continuano a soffrire di una cronica mancanza di manutenzione e investimenti pubblici.
Per salvare il comparto risicolo e garantire il futuro della terra non servono regalie, ma una radicale inversione di rotta politica ed economica. È urgente introdurre il principio di reciprocità nelle regole del commercio internazionale: nessun prodotto agricolo estero deve poter accedere al mercato europeo se non rispetta i medesimi standard etici, ecologici e lavorativi della nostra produzione interna.
Al contempo, lo Stato deve intervenire con forza nella regolazione dei mercati per proibire le pratiche commerciali sleali, fissando prezzi minimi garantiti che tutelino il reddito dei contadini e impediscano le vendite sottocosto. Bisogna sottrarre il cibo dalle logiche della speculazione finanziaria e rimettere al centro la sovranità alimentare e la pianificazione pubblica.
Solo ridando valore al lavoro agricolo, proteggendo i territori dallo sfruttamento e governando la transizione ecologica con giustizia sociale potremo impedire la scomparsa definitiva delle nostre risaie e la desertificazione produttiva delle nostre campagne.