La scelta dei grandi gruppi finanziari dell’imperialismo di mantenere il potere attraverso la guerra contro i paesi emergenti sta quotidianamente precipitando il mondo verso la catastrofe. Tutti i paesi riarmano, tutti i confini sono in fibrillazione. Il vaso di pandora del militarismo e del fascismo rischia di travolgere democrazia e civiltà.
Storicamente è stato il movimento operaio a fermarli. Nella Prima guerra mondiale con la Rivoluzione d’Ottobre, nella seconda con il ruolo dell’Unione Sovietica, della Cina e delle Resistenze popolari.
Oggi con il rischio della catastrofe nucleare è decisivo fermarli prima.
Le grandi manifestazioni che in questi 20 anni hanno fatto crescere la coscienza e il movimento pacifista, quelle in solidarietà al popolo palestinese e contro il genocidio, il movimento europeo Stop Rearm hanno svolto un ruolo importante che va sviluppato. Ma non è sufficiente.
Bisogna ripartire dalle giornate di settembre e ottobre dell’anno scorso, dal movimento “Blocchiamo tutto” che seppe coniugare l’indignazione per il genocidio, la solidarietà con la Flottilla, gli scioperi dei portuali contro l’invio delle armi unificando rabbia sociale e condizioni sempre peggiori della popolazione facendo convergere le migliaia di iniziative territoriali cresciute nei diciotto mesi precedenti in iniziative prima cittadine poi nazionali.
Ripartire perché ci siamo fermati nonostante che tutti i motivi di quel possente movimento si sono se possibile aggravati. Come fare?
Bisogna porsi innanzi tutto l’obiettivo di sottrarre le risorse al riarmo e il modo migliore per farlo è aumentare salario, pensioni e servizi sociali. La patrimoniale è giusta e va rivendicata anche per mostrare il livello di diseguaglianza raggiunto e l’avidità di ricchezza e potere delle classi dominanti, nonché la pusillanimità di parte della cosiddetta sinistra. ma quei soldi possono essere spesi per produrre treni o carri armati e sappiamo già come verranno utilizzati. Non a caso cento miliardari inglesi, cioè uno dei paesi più guerrafondai chiedono di essere tassati di più perché sanno che quei soldi gli rientreranno con le spese militari.
Quindi poiché la guerra sta già producendo inflazione e le scelte delle banche centrali la utilizzano per togliere potere e diritti alla classe lavoratrice ci vuole una stagione di rivendicazioni di aumenti salariali che recuperi quanto è stato tolto in questi anni e la legge sul salario minimo a 12 euro netti l’ora.
Le pensioni, che sono falcidiate da almeno venti anni in ogni finanziaria, vanno tutelate attraverso la piena rivalutazione per quelle fino a 4.000 euro nette.
La qualità del lavoro sia nei servizi pubblici che in quelli privati è garanzia di servizi e prodotti efficienti, quindi, va ridotto l’orario e i ritmi aumentati spaventosamente negli ultimi decenni con un aumento corrispondente degli infortuni e degli omicidi.
La crisi industriale va contrastata attraverso la produzione di beni essenziali e di apparecchiature utili socialmente.
Sanità scuola e trasporti pubblici vanno finanziati adeguatamente così come il risparmio energetico e le energie rinnovabili.
Queste vertenze, che prefigurano un mondo diverso e migliore, possono essere unificate da una generazione che rischia di essere mandata in guerra e che per ora emigra all’estero, evitando che si ripeta il gioco delle divisioni tra giovani e anziani, dipendenti pubblici e privati, sud contro nord, migranti e nativi.
La strategia negli ultimi 30 anni delle classi dominanti, dopo l’abolizione della scala mobile e con la complicità delle principali organizzazioni sindacali, di togliere un pezzo alla volta i diritti, oggi non è per loro sufficiente. Con la guerra e l’economia di guerra devono togliere tutto a tutti e subito. Per questo si preparano alla repressione, ma se la lotta è unitaria e unificante e le piazze sono piene possiamo batterli
Molte vertenze in corso dai rider alla logistica, dai ferrovieri agli insegnanti, dagli operai ai medici e infermieri, dagli inquilini agli studenti possono già da subito essere federate in una vertenza generale, fino allo sciopero generale che davvero blocca tutto.
Ma non solo per un giorno o una settimana.
In ogni comune, in ogni provincia vanno costruiti presidi di movimento che garantiscano continuità quotidiana alle mobilitazioni.
Fino a ottenere risultati reali e il blocco dell’invio delle armi all’Ucraina e a Israele.
Il dibattito politico deve tornare a essere su questi temi. Così si può far tornare alla lotta, alla partecipazione democratica e al voto le classi popolari, soprattutto i giovani.
Così si batte il fascismo. Come ci hanno insegnato i partigiani: sul campo.