Ci sono viaggi che rivelano la vera natura di un progetto politico non per quello che concretamente costruiscono, ma per l’illusione ottica che cercano disperatamente di alimentare. L’ultima trasferta oltreoceano del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ne è la plastica dimostrazione. Vedere il primo cittadino muoversi tra i grattacieli di Manhattan, oscillando tra i salotti della finanza globale e i palchi progressisti, offre l’esatta misura della distanza siderale che separa la narrazione ufficiale dalla realtà quotidiana dei nostri quartieri.
A New York, Lo Russo ha cercato il colpo d’immagine, incassando la passerella glamour con il neoeletto sindaco democratico e socialista Zohran Mamdani. Una stretta di mano ad effetto, condita da retorica su inclusione e diritti, utile a rifarsi una sbiadita verginità di sinistra.
Ma i sorrisi da copertina non possono nascondere la reale sostanza delle cose. Quella camminata newyorkese non fa e non farà di lui un sindaco vicino ai settori popolari o attento ai bisogni dei più fragili. La propaganda si infrange contro i fatti, e la quotidianità torinese racconta tutta un’altra storia.
La vera bussola di questa amministrazione non si trova affatto nelle suggestioni del sindaco della Grande Mela, ma nelle solidissime relazioni con la fondazione Bloomberg. È qui che risiede la sostanza politica ed economica della giunta Lo Russo: nell’abbraccio con quel modello neoliberista che vede la città non come una comunità di cittadini da proteggere, ma come puro terreno di conquista per capitali privati e grandi investitori. La consulenza degli urbanisti di Bloomberg sul nuovo Piano Regolatore generale di Torino parla chiaro.
Sotto la rigenerazione urbana si cela la scelta strategica, deliberata ormai da molto tempo, di piegare lo sviluppo del territorio agli interessi della speculazione immobiliare. Torino viene ridisegnata a misura di profitto, mentre i servizi per le fasce sociali più deboli vengono svuotati.Mentre si consuma il teatrino d’oltreoceano, la difesa dei beni comuni sotto la Mole viene derubricata a fastidioso retaggio ideologico.
L’esempio più lampante è la vicenda SMAT. La gestione dell’acqua pubblica, che dovrebbe essere sottratta alle logiche del mercato in ossequio alla volontà popolare, subisce i colpi di una visione aziendalista che antepone i dividendi finanziari alla tutela della risorsa e all’accessibilità delle tariffe per le famiglie in difficoltà. È la stessa logica mercantile che guida le scelte ambientali di un’amministrazione che si professa verde nei convegni internazionali, ma che nei quartieri taglia alberi, cementifica e ignora la drammatica emergenza dell’inquinamento atmosferico.
Le periferie torinesi, da Barriera di Milano alle Vallette, non traggono alcun beneficio dalle spillette scambiate a New York. Per i residenti che affrontano la crisi abitativa, il carovita e lo smantellamento dei servizi socio-sanitari sul territorio, le ambizioni cosmopolite del sindaco appaiono come una provocazione.
La scelta di Lo Russo è compiuta da anni ed è strutturale: governare per le élite, usando il progressismo come un vestito della festa da sfoggiare solo nelle grandi occasioni. Ma la vernice glamour di Mamdani è troppo sottile per coprire le pesanti fondamenta dell’agenda Bloomberg. Torino merita una guida che guardi ai suoi bisogni reali, non allo specchio di Manhattan.