La Legge di Bilancio, che il governo si appresta a varare, svela definitivamente la paralisi strategica e la natura puramente propagandistica della politica economica del governo. Nel tentativo continuato di assecondare i vincoli del nuovo Patto di Stabilità europeo, rifiutando di tassare in modo strutturale i grandi patrimoni e gli extraprofitti, l’esecutivo ha varato una manovra da 23,5 miliardi che certifica la paralisi cui ci hanno portato le politiche neoliberiste e l’impoverimento sistematico del Paese. Un declino testimoniato dai dati sull’erosione dei redditi prodotta da un’inflazione senza argini: a fronte del netto rifiuto di introdurre il salario minimo, le retribuzioni reali in Italia sono crollate del 9,4% rispetto al 2021, lasciando lavoratori e pensionati schiacciati dall’aumento del costo della vita; l’inflazione ha prodotto, nel solo 2026, un aumento della spesa media delle famiglie superiore a 1300 euro mentre gli interventi palliativi del governo ne hanno coperto una parte risibile.
In questo scenario di assoluta penuria, le promesse elettorali si sciolgono come neve al sole, ridicolizzate dalla realtà dei numeri. L’estensione del taglio del cuneo fiscale fino a 60 mila euro si è tradotta in una micro-rimodulazione delle aliquote Irpef dai contorni incerti, mentre il miraggio della flat tax a 100 mila euro per le partite IVA è stato accantonato per mancanza di fondi. L’ennesima promessa del leader leghista sulla flessibilità dell’età pensionabile si infrange contro la realtà di finestre d’uscita sempre più strette e penalizzanti e l’allungamento inesorabile dell’età pensionabile.
Il cuore finanziario della legge di bilancio si regge infatti su un gioco di prestigio: l’uso della clausola europea per difesa ed energia, un espediente di extra-deficit nominale da 14,4 miliardi di euro (13,5 miliardi sui saldi reali). Questa deroga viene utilizzata per finanziare le spese militari, erogando al comparto della Difesa soldi freschi per 4,55 miliardi (più altri tre circa in sostituzione di spese già previste), mentre le Infrastrutture assorbono 3,1 miliardi. Anche lo sbandierato pacchetto sociale è legato a un’incognita: il prelievo da 5,0 miliardi per Famiglia e spesa sociale si poggia sul contributo temporaneo chiesto a banche e assicurazioni, che non è una tassa sui profitti ma una sorta di prestito liquido tutto da verificare. I margini interni rimanenti vengono sprecati per foraggiare la micro-frammentazione: 3,3 miliardi vanno a un sistema di imprese oramai sussidiato stabilmente dallo stato.
Mentre si finanziano le spese militari, il prezzo reale della manovra viene pagato dallo Stato sociale. Le risorse residue descrivono infatti un quadro di assoluta insufficienza: solo 2,15 miliardi per misure fiscali con l’addio alla promessa rimodulazione dell’Irpef e uno stanziamento di 2,39 miliardi per la Sanità che coprono meno della metà dei 6,8 miliardi richiesti dalle Regioni per coprire le inefficienze più gravi. A questo si somma il proseguimento dei tagli orizzontali e dei sacrifici imposti ai Ministeri per recuperare coperture, che si tradurranno nell’ennesima sforbiciata ai danni della scuola pubblica, del welfare e dei bilanci dei Comuni.
Questa ritirata dello Stato arriva dopo anni di austerità e inefficienze che hanno già fortemente penalizzato il tessuto sociale ed economico. La popolazione si ritrova svuotata di difese di fronte all’inflazione legata ai rincari energetici e delle materie prime causati dalle guerre. Il risultato è una povertà assoluta che ormai colpisce oltre 5,7 milioni di persone (quasi il 10% della popolazione), con la piaga dei lavoratori poveri in costante ascesa. Come certificato dal Rapporto della Fondazione GIMBE, le famiglie sono ormai costrette a pagare una spesa privata out-of-pocket che ha raggiunto ben 42,4 miliardi di euro complessivi per potersi curare. Chi non se lo può permettere capitola: sono ormai 5,8 milioni i cittadini che rinunciano interamente alle cure a causa di barriere economiche o liste d’attesa infinite. Schiacciate anche da una povertà energetica che colpisce il 9,4% dei nuclei familiari, le famiglie subiscono una contrazione drastica dei consumi. Il Paese è così imprigionato in una spirale di stagflazione e declino demografico, dove l’arretramento storico sull’istruzione relega l’Italia a maglia nera d’Europa, con una spesa pubblica per la scuola ferma ad appena il 4% del PIL rispetto a una media UE del 4,7% e a picchi superiori al 5,3% in Francia.
Di fronte a tutto questo l’unica cosa da fare subito sarebbe uno sciopero generale e generalizzato che unisca tutti i sindacati, di base e confederali, e tutti i movimenti che da anni, ma in modo frammentato, lottano contro le politiche neoliberiste, in difesa dei salari, del welfare, dell’ambiente, dei diritti e dell’uguaglianza di genere.