Il Campo Largo è una trappola. Perché i liberali sceglieranno ancora una volta la destra (e la guerra)

La paura dell’avanzata dell’estrema destra è legittima, ma allearsi con i liberali nel ‘Campo Largo’ non è antifascismo: è la resa di chi ha già perso la battaglia di classe.

Il ‘fronte repubblicano’ è un’illusione perché la destra di oggi non è un corpo estraneo, ma il compimento del progetto neoliberista. L’unica vera cura non si trova nei salotti istituzionali, ma nella ricostruzione del conflitto sociale dal basso.

C’è un riflesso condizionato che attraversa la sinistra italiana ed europea come un tic nervoso: ogni volta che l’estrema destra avanza, scatta l’appello al “fronte repubblicano”, al “Campo Largo”, all’alleanza con i liberali in nome di un antifascismo generico. È una reazione emotivamente legittima, ma politicamente disastrosa.

Per capire perché, bisogna partire da due constatazioni che molti si ostinano ad ignorare. La prima riguarda la natura dell’estrema destra di oggi. La seconda riguarda la natura dei liberali e il loro rapporto con la guerra e il neoliberismo.

Per orientarci:

Karl Polanyi, ne “La grande trasformazione” (1944), descrisse un meccanismo che oggi viviamo in diretta: quando il mercato viene lasciato libero di mercificare la vita (lavoro, natura, denaro), la società reagisce cercando protezione. È la “doppia mossa”: a ogni spinta deregolamentatrice corrisponde una contro-spinta per difendere il tessuto sociale.

Il punto è che questa domanda di protezione può essere intercettata da sinistra – con welfare, diritti e redistribuzione – o da destra – con nazionalismo, razzismo e caccia al capro espiatorio. Oggi viviamo un “momento Polanyi” in cui la sinistra neoliberale ha rinunciato a offrire una risposta di classe, lasciando il campo libero alle destre.

Ed è qui che diventa cruciale l’analisi di Vijay Prashad, che nel suo dossier “Dieci tesi sull’estrema destra di tipo speciale” spiega come il termine “fascismo” sia ormai insufficiente. L’estrema destra di tipo speciale non ha bisogno di camicie nere o di colpi di stato: opera attraverso le istituzioni della democrazia liberale, le usa come armi, le svuota dall’interno. Non è un corpo estraneo al sistema, è il sistema che si toglie la maschera. Completa lo svuotamento degli elementi democratici e di giustizia sociale già avviato da decenni e approfitta proprio di questo, con una presunta “sinistra” che non ha titoli per criticare questi processi dal momento che li ha innescati e portati avanti lei stessa.

Perché il paragone con il CNL non regge

Chi invoca il Campo Largo cita spesso il Comitato di Liberazione Nazionale come modello. È un’analogia storicamente infondata e politicamente fuorviante per tre ragioni.

Primo: nel 1943-45 il fascismo era in rotta. Aveva portato il paese alla guerra, alla distruzione e alla fame. I liberali che negli anni ’20 lo avevano sostenuto per paura del socialismo si trovarono di fronte a un regime che, dopo aver schiacciato il movimento operaio, aveva iniziato a erodere in parte lo spazio di manovra degli stessi capitalisti con il corporativismo e l’autarchia.

Secondo: oggi l’estrema destra non è in declino strutturale, ma è in ascesa in alcune fasce della popolazione e in altre non trova una forte avversione, al massimo l’indifferenza. Non ha causato guerre disastrose (almeno non ancora), gode del sostegno attivo di settori del capitale finanziario e tecnologico e dell’indifferenza di ampi strati delle élite liberali. Anzi, è stata spesso la “sinistra” ad iniziare o sostenere i conflitti, come quello in Ucraina.

Terzo, ed è il punto decisivo: i liberali di oggi non hanno alcun interesse a combattere l’estrema destra come fecero – tardivamente – quelli del 1943. Perché l’estrema destra di tipo speciale non minaccia i loro interessi di classe. Anzi, li difende (vedi il sostegno del giornale di Confindustria al governo, comprese le politiche antisociali e anti-ambientali).

Inoltre all’epoca si era in guerra, i fascisti erano alleati della potenza occupante e l’azione principale del CNL l’hanno svolta le Brigate Partigiane che combattevano contro l’invasore.

Anche Gramsci ci aiuta a comprendere.

Per capire perché l’alleanza con i liberali è una trappola, basta rileggere Gramsci.

Due concetti sono illuminanti: il trasformismo e la rivoluzione passiva.

Il trasformismo è la capacità del blocco dominante di assorbire e neutralizzare le istanze delle classi subalterne, cooptandone i gruppi dirigenti e svuotando di contenuto le loro rivendicazioni. Il Campo Largo è trasformismo puro: la sinistra viene chiamata a governare con i liberali, accetta di applicare le loro politiche (austerità, flessibilità, tagli) e in cambio ottiene qualche briciola simbolica sul terreno dei diritti civili se va bene. Il risultato è che la base sociale viene tradita e la rabbia popolare, invece di essere incanalata in una risposta di classe, viene dirottata verso la destra.

Potremmo anzi dire che dal trasformismo si è passati alla trasformazione definitiva, dato che è stata talmente profonda che la cosiddetta sinistra ha assunto in prima persona l’ideologia liberale.

La rivoluzione passiva è il meccanismo con cui le élite gestiscono le crisi senza veri cambiamenti: riforme dall’alto che assorbono la spinta dal basso. Il “fronte repubblicano” contro la destra è una rivoluzione passiva: si dice di combattere l’estremismo, ma si applicano le politiche che lo alimentano. L’egemonia neoliberista ha frammentato la coscienza di classe, trasformando i conflitti sociali in guerre culturali. L’estrema destra è perfettamente funzionale a questa egemonia: cattura la rabbia e la reindirizza verso il basso, mai verso l’alto.

La sconfitta sociale e l’illusione elettorale (ovvero: perché la paura non basta)

Come detto è comprensibile, di fronte all’avanzata dell’estrema destra, sentire l’urgenza di fermare l’onda nera. La paura del fascismo è un sentimento legittimo di chi ha a cuore la convivenza civile e le conquiste democratiche. Ma la paura può anche giocare brutti scherzi.

A chi oggi, per autentica sensibilità di sinistra, si avvicina al Campo Largo spinto dal timore del peggio, va detto chiaramente: la destra che temete non è un incidente della storia, e chi oggi vi chiede di sostenerlo non è la cura, ma parte della malattia. La perdita di radicamento sociale e di classe di questo centro-sinistra non è “capitata”, non è frutto di una fatale congiuntura storica o della “pancia” degli italiani. È il risultato esatto, calcolato e consapevole, di una precisa linea politica. Per potersi sedere al tavolo delle oligarchie finanziarie europee e USA, questa classe dirigente ha scelto volontariamente di recidere il proprio cordone ombelicale con le classi popolari, mettendosi al loro servizio e abbandonando i luoghi del conflitto materiale.

Ora, dopo aver clamorosamente perso sul piano sociale, il centro-sinistra tenta la fuga in avanti provando a vincere su quello puramente elettorale e di palazzo. È un’inversione grottesca dei fattori della politica: propone di poter costruire peso politico senza una base sociale, senza il radicamento nei luoghi di vita e di lavoro, senza i corpi intermedi. Una visione della politica come la somma aritmetica di élite che si spartiscono le candidature e le poltrone nei salotti. Un guscio vuoto, un accordo di vertice destinato a franare non appena la realtà busserà alla porta.

Si cerca il consenso a colpi di comunicati e alleanze istituzionali, ma senza la forza materiale delle classi subalterne, ogni battaglia contro l’estrema destra è destinata a essere solo una sterile recita morale. Affidarsi a chi ha svenduto il lavoro, i salari e i diritti per inseguire i mercati non è un atto di coraggio antifascista, ma la resa di chi ha già perso la battaglia di classe. L’unico modo per fermare davvero la destra non è cercare scuse istituzionali o allearsi con chi è complice della situazione attuale, ma tornare a organizzare il conflitto sociale dal basso.

Guerra e neoliberismo: due facce della stessa medaglia

Per comprendere appieno la trappola del Campo Largo, bisogna guardare a come la macchina da guerra si intrecci con le politiche neoliberali. Nello scenario geopolitico attuale, l’Europa e l’Italia hanno intrapreso una scelta di campo precisa: distruggere il welfare per riarmarsi.

Non è una coincidenza, è una precisa scelta di classe. Le risorse che dovrebbero garantire la sanità pubblica, la scuola e i diritti dei lavoratori vengono oggi dirottate verso l’industria bellica. Le due cose assieme non possono stare: o si finanziano i diritti sociali conquistati in decenni di lotte, o si finanziano le bombe. E le bombe, in questo contesto, non fanno male solo quando esplodono: fanno male già quando vengono prodotte, perché ogni euro speso in armamenti è un euro sottratto alla cura delle persone e alla riconversione ecologica delle nostre industrie.

L’Unione Europea, trascinata in un conflitto che ne ha aggravato la mancanza di autonomia (in particolare energetica) e deindustrializzato i suoi paesi cardine (vedi il caso della Germania), sta funzionando come un “bancomat” per un impero americano in declino, che sacrifica l’Europa per salvaguardare i propri privilegi, in primis finanziari e tecnologici. In questo quadro, i liberali e le classi dominanti europee non difendono la “democrazia”: difendono un ordine mondiale in crisi (quello dell’impero USA), usando la guerra come strumento per trasferire ricchezza dal basso verso l’alto.

L’estrema destra di tipo speciale, in questo contesto, non è affatto un ostacolo a questa macchina da guerra. Al contrario, ne fornisce la copertura ideologica perfetta, usando la distrazione di massa del “capro espiatorio” (minoranze, migranti, etc) come causa della deprivazione materiale, invece che indicare i veri responsabili nelle oligarchie finanziarie e nel comparto militare-industriale.

I liberali sceglieranno la destra. Sempre.

C’è poi una considerazione strategica da tenere a mente. In una fase di crisi profonda del capitalismo occidentale – che sia causata dallo scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale, dalla crisi del riarmo, da una guerra su larga scala o da una recessione globale – i liberali non esiteranno a scegliere l’estrema destra.

Non è una questione di “natura morale”. È logica di classe. Quando il sistema è minacciato nelle sue fondamenta, la priorità delle élite non è preservare la democrazia liberale, ma preservare il capitale. E se l’estrema destra si presenta come la forza più efficace per reprimere il dissenso, dividere la classe lavoratrice e garantire la continuità del sistema (e della spesa militare), i liberali la sosterranno. Apertamente o tacitamente.

Michał Kalecki lo aveva scritto chiaro già nel 1943: sotto il capitalismo, la piena occupazione e il welfare porterebbero a uno spostamento nell’equilibrio delle forze sociali che renderebbe insostenibile la posizione dei capitalisti. Il capitale preferisce la disoccupazione, l’austerità e l’autoritarismo alla democrazia sostanziale. In una crisi profonda, questa preferenza diventa una scelta di campo netta.

L’alternativa è necessaria, ma non è il Campo Largo.

La sinistra socialista e comunista ha di fronte una scelta netta. Se continua a inseguire i liberali nel loro gioco, accettando di governare con le loro politiche e di parlare il loro linguaggio, il destino è segnato: l’irrilevanza o la trasformazione in un ingranaggio dell’establishment che alimenta la destra. In entrambi i casi, finirà per colare a picco insieme alla classe dirigente di un Occidente in crisi.

Dovrebbe, invece, offrire una via d’uscita da sinistra alla crisi: un no alla guerra senza se e senza ma, uscita dalla NATO, nazionalizzazioni strategiche, controllo pubblico del credito, investimenti massicci nel welfare, riduzione dell’orario di lavoro, salario minimo e rottura con i vincoli europei di austerità.

Puntare su un modello di sviluppo che rimetta al centro il lavoro stabile e di qualità, la formazione e l’innovazione, la riconversione sociale ed ambientale dell’economia tramite una pianificazione democratica.

Solo una risposta strutturale alla crisi del capitalismo può intercettare la domanda di protezione che nasce dal momento Polanyi e sottrarla alla destra. In questo momento si può ricomporre un minimo di unità di classe: svelando il nesso diretto tra distruzione dei diritti sociali e spese militari è possibile costruire un’egemonia alternativa a quella neoliberista.

L’antifascismo è necessario, ma non può ridursi a una posizione morale e retorica. Se si traduce nell’alleanza con i liberali per poi governare con le loro politiche di guerra e austerità, diventa uno strumento per legittimare il neoliberismo e disarmare la sinistra. E infine l’antifascismo stesso. La lotta contro l’estrema destra per come la definisce Prashad richiede una lotta contro il neoliberismo, contro la finanziarizzazione, contro la precarizzazione.

Richiede una “grande trasformazione” dal basso, che rimetta l’economia e la geopolitica al servizio della società e non il contrario.

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