Tratto da Altrəconomia
L’architettura finanziaria della Legge di Bilancio 2027 si rivela per ciò che è realmente: un complicato gioco di prestigio contabile destinato a celare la profonda debolezza strutturale dei conti pubblici italiani.
Dietro le formule rassicuranti e le promesse di stabilità declamate dall’esecutivo, la manovra da circa 30 miliardi di euro regge le proprie fondamenta su una scommessa azzardata, formalizzata attraverso la richiesta alla Commissione europea di attivare la clausola di salvaguardia per un extra-deficit dello 0,6% del Prodotto interno lordo (Pil). Si tratta di un’operazione che vale oltre 14 miliardi di euro all’anno, quasi 29 miliardi nel biennio, ottenuti alzando l’asticella dell’indebitamento netto al 3,4%. Ma il prezzo politico ed economico pagato per sbloccare questa presunta “flessibilità europea” si traduce in un vincolo stringente e paradossale: l’obbligo di spendere una fetta colossale di queste risorse, circa 7,2 miliardi di euro all’anno, nel settore del riarmo e della Difesa.
Per ottenere l’autorizzazione a indebitarsi per l’energia e salvaguardare la facciata dei conti di base, l’Italia accetta infatti di trasformare l’incremento delle spese militari nel lasciapassare contabile indispensabile per far quadrare i bilanci. La narrazione governativa tenta di far passare questa mossa come un atto di spregiudicata furbizia finanziaria, sostenendo che lo spostamento degli impegni bellici e di quelli energetici nel capitolo dell’extra-deficit autorizzato permetta di “liberare” 15 miliardi di risorse ordinarie per confermare il taglio del cuneo fiscale, la rimodulazione dell’Irpef e i sostegni alle famiglie. In realtà, ci troviamo di fronte a un vicolo cieco.
La spesa pubblica viene così piegata a una gerarchia di priorità distorta, in cui il finanziamento delle armi e degli equipaggiamenti bellici non risponde più soltanto a un’analisi delle “necessità strategiche” del Paese ma diventa una mera “condizione contabile” per far tornare i numeri di bilancio senza dover applicare ulteriori tagli impopolari alla sanità o alle pensioni. Si costruisce così una manovra economica in cui la prosecuzione delle tutele sociali minime per il ceto medio e i lavoratori a basso reddito è letteralmente subordinata alla capacità di indebitarsi per acquistare sistemi d’arma.
Inoltre, l’illusione che questo debito sia “neutro” o “scusato” da Bruxelles rivela una preoccupante superficialità e ignora il nodo cruciale del costo del denaro. La Commissione europea può anche decidere di scomputare temporaneamente queste cifre ma quei 14 miliardi all’anno di nuove emissioni di Btp rimangono debito vivo e reale, che andrà a gravare su una spesa per interessi già destinata a risalire verso il 4,6% del Pil.
In un contesto di tassi di interesse elevati, finanziare a debito 14 miliardi extra significa generare una zavorra aggiuntiva di centinaia di milioni di euro all’anno di soli interessi passivi, uscite improduttive che non finanzieranno un solo ospedale o una sola scuola, ma serviranno esclusivamente a remunerare i mercati per il maggior rischio Paese percepito. Ogni titolo di Stato emesso per coprire l’extra-deficit produce rendimenti che alimentano una spirale viziosa in cui la spesa per servire il debito finirà per divorare proprio quegli spazi fiscali che si pretendeva di proteggere.
Si crea così una pericolosa dipendenza da fattori esterni e autorizzazioni comunitarie che potrebbero venire meno o essere condizionate nel tempo, esponendo il Paese a violenti contraccolpi sui mercati e a rientri forzati nei parametri. L’intera operazione dimostra come la programmazione finanziaria sia ormai ridotta a una navigazione a vista, dove si accetta la logica del riarmo a tappe forzate non per una scelta geopolitica consapevole e condivisa con i cittadini, ma come escamotage per nascondere la mancanza di coperture strutturali autonome. Una manovra che scambia l’indebitamento bellico per sostenibilità sociale non risolve i problemi del Paese, ma si limita a rinviarli, lasciando in eredità ai prossimi anni un conto salatissimo da pagare e una spesa pubblica ancora più rigida, ricca solo di interessi e vulnerabile alle tempeste finanziarie.