Riccardo Cavallo, Filosofo del diritto – Università di Catania
Le esplosioni di rabbia giovanile che attraversano periodicamente le periferie e i centri urbani di numerose città europee rivelano un disagio profondo che costituisce uno dei sintomi più evidenti delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo e non può essere ricondotto alle consuete categorie del teppismo, della devianza individuale o della semplice crisi dei valori. Naturalmente, non tutti questi fenomeni hanno la stessa origine né il medesimo significato politico. Vi sono proteste contro il razzismo e la violenza poliziesca, mobilitazioni studentesche, conflitti legati all’emarginazione sociale e anche episodi di violenza privi di un’esplicita rivendicazione politica. Tuttavia, al di là delle loro differenze, si può individuare un terreno comune: la crescente difficoltà del sistema economico e sociale europeo a garantire alle nuove generazioni un’esistenza dignitosa e concrete possibilità di emancipazione. Per decenni, il capitalismo europeo ha fondato in larga parte la sua legittimazione sulla promessa della mobilità sociale. Studiare, lavorare, impegnarsi avrebbero consentito di accedere nel tempo a una condizione migliore. Oggi quella promessa appare sempre meno credibile. La precarietà lavorativa, il costo crescente delle abitazioni, il progressivo smantellamento dei servizi pubblici, la privatizzazione di spazi e beni collettivi e l’incertezza economica hanno prodotto una generazione che rischia di vivere peggio di quella che l’ha preceduta.
In un’ottica marxista, il problema centrale consiste nel rapporto tra le condizioni materiali della vita e le forme assunte dal disagio sociale. Marx ci ha insegnato che non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere sociale, ma, al contrario, è il loro essere sociale che determina la loro coscienza. La rabbia dei giovani non nasce dunque nel vuoto, né può essere spiegata soltanto con motivazioni psicologiche, culturali o generazionali. Essa matura all’interno di rapporti sociali caratterizzati dalla disuguaglianza, dallo sfruttamento e dalla mercificazione dell’esistenza. La contraddizione è particolarmente visibile nelle grandi metropoli. Qui si concentra una ricchezza straordinaria, mentre interi quartieri vengono esclusi dai benefici dello sviluppo. Il lusso e la povertà convivono a poca distanza, offrendo quotidianamente una rappresentazione concreta della divisione di classe. I giovani delle periferie sono continuamente sollecitati a consumare, a identificare il successo con il possesso delle merci, ma spesso non dispongono delle risorse materiali necessarie per adeguarsi ai modelli dominanti. Si produce così un paradosso tipico del capitalismo maturo: il sistema alimenta bisogni e aspettative che non è in grado di soddisfare universalmente. La frustrazione che ne deriva può tradursi in estraneità, risentimento e, in determinate circostanze, in violenza. Occorre tuttavia evitare un’interpretazione meccanicistica del rapporto tra povertà e rivolta, interrogandosi piuttosto sulle condizioni che, in determinati contesti, impediscono al disagio sociale di sfociare in forme di mobilitazione collettiva e democratica, favorendone invece manifestazioni frammentarie, improvvise e talvolta autodistruttive.
Entra qui in gioco un secondo elemento essenziale: la crisi delle organizzazioni storiche del movimento operaio e della rappresentanza politica delle classi subalterne. L’indebolimento dei sindacati, la mutazione dei partiti della sinistra e la scomparsa di luoghi di formazione e partecipazione collettiva hanno contribuito a lasciare ampi settori giovanili privi dei mezzi con cui trasformare il disagio individuale in coscienza politica. La rabbia, quando non trova uno sbocco politico collettivo, rischia di esaurirsi nella distruzione immediata. L’incendio di un’automobile, l’assalto a un negozio o lo scontro con la polizia possono diventare gesti di rottura simbolica con un ordine percepito come ostile, ma non costituiscono di per sé un’alternativa a quell’ordine. Anzi, quando colpiscono lavoratori, residenti e beni collettivi, finiscono per danneggiare proprio le comunità al cui interno la protesta prende forma. Ne consegue che una lettura marxista non comporta affatto la giustificazione indiscriminata della violenza. Al contrario, impone di distinguere tra la comprensione delle sue cause sociali e il giudizio sulla sua efficacia politica. Non ogni ribellione è rivoluzionaria, non ogni gesto contro l’autorità mette realmente in discussione i rapporti capitalistici di produzione.
Un altro aspetto cruciale riguarda la risposta delle istituzioni. Di fronte alle ondate di conflittualità giovanile, i governi europei tendono a privilegiare le politiche di ordine pubblico, l’inasprimento delle pene e il rafforzamento degli apparati repressivi, riducendo così la questione sociale a un problema di sicurezza. Una siffatta dinamica può essere interpretata come una delle modalità attraverso cui lo Stato contribuisce alla riproduzione dei rapporti sociali esistenti. Quando diminuisce la capacità di costruire consenso mediante il benessere, l’integrazione e la protezione sociale, si intensifica il ricorso agli strumenti coercitivi. Il pericolo è che alle contraddizioni economiche si risponda innanzitutto con il controllo delle popolazioni marginalizzate, senza intervenire sulle cause che alimentano il conflitto. Non è un caso che, in molti paesi europei, alla compressione della spesa sociale corrisponda l’aumento di quella militare, come aveva già compreso Rosa Luxemburg, che individuava nel militarismo un terreno privilegiato dell’accumulazione del capitale.
Gli avvenimenti dell’ottobre 2026 sembrano confermare tale analisi. In Francia, le proteste studentesche contro il ridimensionamento del sistema scolastico si sono via via intrecciate con le rivendicazioni legate al carovita e alle disuguaglianze, fino ai violenti scontri del 17 ottobre. In Belgio, la contestazione dei tagli all’istruzione è stata segnata da barricate e cariche della polizia a Bruxelles; in Italia, le mobilitazioni in difesa della scuola pubblica e contro la spesa militare si sono affiancate a quelle sul caro affitti e sull’aumento dei prezzi, mentre a Milano si sono verificati anche disordini e saccheggi. In Spagna e Portogallo, invece, il malcontento sociale si è concentrato in particolare sull’emergenza abitativa; in Germania, già mesi fa, gli studenti erano scesi in piazza contro l’austerità e la possibile reintroduzione della leva obbligatoria. Tali accadimenti mostrano che non siamo al cospetto di un’unica rivolta europea, ma di una pluralità di conflitti che, pur mantenendo caratteristiche nazionali differenti, rimandano a contraddizioni strutturali comuni. Sarebbe quindi sbagliato confondere le mobilitazioni pacifiche di massa con le azioni violente di gruppi minoritari, e altrettanto improprio utilizzare le seconde per delegittimare l’insieme delle rivendicazioni sociali.
Esiste, inoltre, una dimensione culturale e simbolica del problema. La società capitalistica contemporanea tende a presentare il successo e il fallimento come risultati puramente individuali. Chi non riesce ad affermarsi viene indotto a considerare il proprio insuccesso come la conseguenza di scelte personali, anziché come l’effetto di rapporti sociali storicamente determinati. Le aspettative suscitate dall’ideologia meritocratica, quando si scontrano con ostacoli economici sempre più ardui da superare, possono generare sentimenti di impotenza e umiliazione. Del resto, anche le differenze etnico-culturali possono diventare strumenti di divisione. I giovani delle periferie, soprattutto quando appartengono a famiglie di origine immigrata, sono esposti a una doppia marginalizzazione: l’esclusione economica e la discriminazione derivante dal colore della pelle o dalla provenienza. Il rischio è che la questione di classe venga oscurata da interpretazioni esclusivamente identitarie o securitarie, favorendo contrapposizioni tra settori popolari accomunati da situazioni materiali largamente simili.
Il nodo decisivo, allora, è quello della trasformazione della protesta in progetto politico. Per il marxismo, la semplice esplosione della collera non basta a produrre un cambiamento dei rapporti sociali. È necessario che il conflitto trovi forme di organizzazione, obiettivi condivisi e una prospettiva capace di collegare le rivendicazioni immediate alla critica complessiva del sistema. La difesa della scuola pubblica, il diritto all’abitazione, il lavoro stabile, l’accesso alla cultura, la redistribuzione della ricchezza, il rifiuto della corsa al riarmo e il controllo democratico delle scelte economiche non sono questioni separate, ma costituiscono altrettanti aspetti di una possibile alternativa alla subordinazione dei bisogni collettivi alla logica del profitto.
In conclusione, le diverse forme della protesta giovanile in Europa possono essere lette come il segnale di una crisi che non riguarda soltanto le nuove generazioni, ma il modello di sviluppo delle società capitalistiche. Esse rendono visibile la distanza crescente tra le promesse di libertà e benessere e le condizioni concrete di esistenza di una parte della popolazione. Il vero interrogativo non è soltanto perché alcuni giovani si ribellino, ma perché una società così ricca e tecnologicamente avanzata non riesca a offrire a tutti un avvenire dignitoso. La risposta non può consistere esclusivamente nella repressione, né nell’accettazione acritica della violenza. Deve essere cercata nella ricostruzione di un progetto collettivo di emancipazione, capace di trasformare la rabbia dispersa in coscienza sociale e azione democratica organizzata. Perché, in definitiva, una società che sottrae ai giovani la speranza nel futuro non dovrebbe sorprendersi se una parte di essi finisce per contestare radicalmente il presente.