I giornali di oggi aprono con i consueti titoloni sulla geometria variabile del centrosinistra, indugiando con evidente strumentalità sulle fibrillazioni tra i vertici dei partiti maggiori e le sigle della sinistra radicale.
Si parla di Rifondazione Comunista, si sollevano polveroni, si alimentano polemiche di giornata che lasciano il tempo che trovano. È il solito gioco della politica politicante, utile a riempire le pagine dei retroscena e a dare l’illusione di un dibattito vivo. Ma dietro il rumore di fondo della cronaca spicciola si nasconde una realtà ben più amara, che nessuna dichiarazione di facciata o mediazione dell’ultimo minuto potrà cancellare: la presenza del Prc all’interno di questo cosiddetto “campo largo” rappresenta un’umiliazione politica profonda.
Una macchia che non sparisce solo perché oggi i media decidono di accendere temporaneamente i riflettori su una sigla storica per ragioni puramente tattiche o di colore.
Il nodo della questione non è legato ai veti incrociati o alle formule algebriche per vincere le prossime elezioni, ma alla natura stessa di questa alleanza. Quando un partito che porta nel proprio DNA la difesa radicale dei lavoratori, la critica al modello neoliberista e la lotta contro le diseguaglianze accetta di accomodarsi alla tavola di coalizioni dominate da forze di stampo marcatamente moderato e liberista, compie un passo che ne annulla le potenzialità, come la storia del bipolarismo italiano ha purtroppo sancito.
Il rischio reale, che appare ormai come una certezza matematica, è che il Partito della Rifondazione Comunista non avrà di fatto alcun diritto di parola sulle scelte strategiche. Nei tavoli che contano, dove si decidono le politiche economiche, il welfare, le strategie sul lavoro e i posizionamenti internazionali, la voce della sinistra di classe verrà sistematicamente silenziata o derubricata, zittita in nome di un simulacro di rappresentanza all’acqua imperiale, quella che non fa né bene né male.
Si profila così un ruolo mortificante: quello di un attachè inutile, un accessorio che dovrebbe semmai portare voti (ma quali? Quelli dei delusi delle vane promesse sino all’astensione strategica?), per intercettare, si dice, quel che resta di un popolo che dovrebbe alzare la testa per poi essere confinato in un angolo un minuto dopo la chiusura delle urne.
Questa subalternità culturale e politica è il vero dramma. Come si può pensare di incidere sulle cause di chi sta peggio – dei precari, dei disoccupati, dei lavoratori poveri che non arrivano alla fine del mese – se ci si riduce a fare da ruota di scorta a un progetto politico che ha spesso avallato le stesse dinamiche di precarizzazione e privatizzazione contro cui si dovrebbe combattere?
La retorica del “voto utile” e della necessità di unirsi “contro” l’avversario di turno non può giustificare l’ennesima messa in mora di un progetto politico di alternativa degno di questo nome; se non si dà mai la possibilità di pensarlo, praticarlo, sedimentarlo socialmente resterà sempre una possibilità colpevolmente sprecata.
Chi sta peggio nella società odierna non ha bisogno di una sinistra che si accontenta di una presenza nominale e sterile nei palazzi, priva di qualsiasi reale potere contrattuale. Ha bisogno di una forza che sappia costruire un’alternativa reale, sociale e culturale, fuori dalle logiche di un cartello elettorale costruito solo in funzione del potere.
Le polemiche odierne svaniranno presto, sostituite da nuovi filoni di cronaca. Quello che resterà sarà invece il dato politico di un’adesione che rischia di tradursi nell’ennesima delega in bianco alle forze centriste, sancendo la definitiva irrilevanza di chi, pur richiamandosi a una storia gloriosa di riscatto sociale, accetta oggi il ruolo di comparsa in un teatro non suo.