I quindici industriali italiani del settore siderurgico riuniti attorno a Federacciai hanno ufficialmente deciso di non avanzare alcuna offerta vincolante per l’ex Ilva. La motivazione formale emersa dalla loro analisi parla di rischi legali, ambientali e costi miliardari di riconversione giudicati insostenibili. Nei fatti, questa ritirata svela una verità storica della nostra imprenditoria: un capitalismo assistito, pronto a fare grandi proclami sull’importanza strategica dell’acciaio nazionale sui media , ma che scappa a gambe levate non appena c’è da assumersi il rischio d’impresa.
L’interesse nazionale, per i campioni del mercato nostrano, si ferma sempre un millimetro prima del proprio portafoglio, lasciando sempre allo Stato i costi delle macerie che i privati hanno prodotto.
L’opzione Jindal e lo spettro della deindustrializzazione
Con il parallelo disimpegno del fondo statunitense Flacks Group, in vista della scadenza del bando dell’8 novembre sul campo rimane un unico interlocutore: il colosso indiano Jindal Steel International. Le cui linee guida non prospettano però un salvataggio, bensì lo smantellamento di un pezzo importante di sovranità industriale.
Il piano Jindal cancella infatti il ciclo integrale dell’acciaio a Taranto, rinunciando alla produzione in loco del preridotto (DRI) che i governi avevano sbandierato come fulcro della decarbonizzazione. Per aggirare i costi del gas e i limiti infrastrutturali italiani, Jindal infatti intende produrre il preridotto e le bramme (circa 4 milioni di tonnellate all’anno) nel proprio mega-impianto in Oman, sfruttando le rinnovabili e i costi operativi della penisola arabica. Lo stabilimento pugliese verrebbe declassato a una gigantesca officina di finitura, ridotto a un forno elettrico da appena 2 milioni di tonnellate per lavorare semilavorati importati dall’estero.
Questo ridimensionamento strutturale trascinerebbe con sé una vera e propria bomba sociale, traducendosi in un taglio drastico del personale e lasciando senza futuro decine di migliaia di famiglie tra dipendenti diretti e aziende dell’indotto, già strozzate dai crediti non riscossi. La posta in gioco coinvolge direttamente ben 10.700 dipendenti diretti del gruppo, a cui si sommano i 2.500 lavoratori delle aziende dell’indotto e degli appalti.
Trent’anni di fallimenti privatistici e paralisi politica
Questo epilogo è il risultato diretto della colpevole paralisi decisionale dei governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni. Dal 1995, l’anno della privatizzazione a favore della famiglia Riva — che ha generato miliardi di profitti drenati all’estero a spese della salute pubblica —, fino al 2018 con ArcelorMittal — entrata in Italia con l’obiettivo di spegnere un concorrente —, lo Stato si è ostinato a rifiutare la strada della nazionalizzazione e della gestione pubblica diretta.
Anche l’ultimo anno di gestione politica ha seguito lo stesso copione ideologico. Il ministero ha sprecato mesi preziosi in continui rinvii e passaggi a vuoto, aggrappandosi al dogma della privatizzazione a tutti i costi tramite bandi internazionali, mentre ai lavoratori veniva offerta solo una cassa integrazione dal sapore puramente elettorale, utile a silenziare temporaneamente le piazze ma priva di prospettive industriali.
Ma la sentenza della Corte di cassazione, finalizzato a tutelare la salute dei cittadini ha messo la parola fine al balletto delle dilazioni bloccando le aree a caldo e mettendo tutti di fronte al rischio concreto della siderurgia tradizionale. Oltre ai gravi effetti sul polo di Taranto questo porterebbe con sé la paralisi dei poli industriali del Nord, come Novi Ligure — dove il destino di circa 550 lavoratori è appeso a un filo con ben 150 persone già relegate in cassa integrazione — e Cornigliano, per mancanza di materiali.
Il bivio finale: svendita estera o nazionalizzazione
Il disastro sarebbe definitivo e senza ritorno se si consegnassero le chiavi della siderurgia a un gruppo straniero che userà l’Italia come terminale commerciale per i propri impianti in Oman. Ma sembra sia proprio questo che i sovranisti al governo vogliono fare alla faccia dei proclami sulla patria e sulla nazione.
Davanti a questo scenario emerge con chiarezza l’assoluta necessità dell’intervento pubblico diretto; solo una regia pubblica può e deve farsi carico di una sfida epocale, l’unica in grado di coniugare insieme la salvaguardia e il rilancio di questo settore strategico, legando indissolubilmente il rilancio della produzione industriale, il risanamento ambientale, la tutela della salute dei cittadini e la difesa integrale dei livelli di occupazione.
La convergenza delle lotte come unica via d’uscita
Ma è chiaro che da questo governo non ci si può attendere il cambiamento di rotta che sarebbe necessario e urgente. L’unica strada è quella della lotta; solo la continuità e il deciso rafforzamento della lotta dei lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto, da unire strettamente a tutte le altre mobilitazioni contro il governo che oggi attraversano le strade e le piazze del Paese, potrebbe costringere l’esecutivo a rompere gli indugi, ad abbandonare i dogmi del privato e a imboccare finalmente la strada giusta.