Il miraggio dell’ordine: Silvia Salis e la resa incondizionata al securitarismo di destra

Nel panorama politico attuale, l’invito di Silvia Salis, esponente del Partito Democratico, a siglare un “patto comune” tra destra e sinistra sul tema della sicurezza, non rappresenta solo una scelta strategica discutibile, ma una vera e propria dichiarazione di resa, certo non la prima, ai canoni politici, sociali e persino propagandistici voluti dal neoliberismo sempre più securitario, che ha fan a destra ma pure nel centro sinistra. Punta di diamante del rinnovamento progressista, Salis è invero la continuazione di strategie ampiamente provate e fallimentari.

È la manifestazione plastica, tra le altre cose, di una sudditanza psicologica, culturale e politica verso l’egemonia della destra, che da decenni declina il concetto di sicurezza esclusivamente in termini di controllo, sorveglianza e repressione.

La proposta di Salis tradisce la missione storica del progressismo (già ma che senso ha ancora quella parola oggi, con questi interpreti?) appiattendosi su un terreno che non le appartiene.

Inseguire la destra su questo campo significa accettarne i presupposti ideologici: l’idea che il pericolo sia sempre “l’altro” – il marginale, lo straniero, il reietto – e che la risposta debba essere unicamente muscolare. Questa postura dimostra l’incapacità di opporre una visione alternativa e autonoma, finendo per trasformare la sinistra in una sbiadita fotocopia del populismo securitario. È così che si vuole contenere l’autoritarismo, la revanche fascista nel nostro Paese?

In questo scenario, risuonano come un necessario monito le riflessioni di Alessandra Algostino.

La costituzionalista ha più volte evidenziato come il concetto di sicurezza non possa essere slegato dal dettato costituzionale, che all’articolo 3 impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”.

La sicurezza, in una democrazia matura, non è l’assenza di reati garantita da un taser, ma la presenza di diritti garantiti dallo Stato.
Il bisogno di sicurezza che attraversa il Paese è, prima di tutto, un bisogno di sicurezza sociale. È la sicurezza di avere un lavoro dignitoso, una casa, un sistema sanitario funzionante e un’istruzione di qualità.

Quando la politica abdica al compito di sanare le disuguaglianze, la paura diventa lo strumento di governo dei conflitti. Salis, proponendo un patto bipartisan, ignora che la sicurezza “sociale” è antitetica alla sicurezza “poliziesca” promossa dalle destre: la prima include e integra, la seconda esclude e criminalizza il disagio.
La Costituzione italiana non è un testo neutro; è un progetto di emancipazione. Come argomentato da Algostino, la vera sicurezza si costruisce attraverso l’attuazione dei diritti fondamentali.

Un patto sulla sicurezza con chi vede nel welfare un costo da tagliare e nella repressione l’unico strumento di coesione significa tradire le fondamenta stesse della democrazia. La sinistra (ma Salis e i suoi molti estimatori sono lontani da questo approdo politico) non dovrebbe cercare punti d’incontro con chi alimenta la paura, ma dovrebbe avere il coraggio di dire che un quartiere è sicuro quando ci sono biblioteche, centri di aggregazione e servizi, non quando è pattugliato militarmente ma privo di anima sociale.

L’errore di Silvia Salis è quello di chi, non avendo più una bussola ideologica, scambia il conformismo per pragmatismo. Accettare l’egemonia della destra significa condannarsi all’irrilevanza sociale, lasciando i cittadini soli davanti a un’insicurezza esistenziale che nessuna telecamera di sorveglianza potrà mai lenire.

È tempo di tornare alla Costituzione per riscoprire che la pace sociale nasce dalla giustizia sociale. È tempo di lavorare all’ alternativa sociale e politica in questo Paese.

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