Se la memoria diventa lista di proscrizione: l’assalto della Politica alla Scuola

L’ultima iniziativa di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera in quota Fratelli d’Italia, non è solo un atto di arroganza istituzionale, ma il sintomo di una patologia profonda che sta infettando il discorso pubblico italiano: la pretesa della politica di farsi tribunale della storia e censore del pensiero.

La notizia di una “lista di proscrizione” -perché di questo si tratta, al di là dell’eufemismo parlamentare- contro quaranta istituti romani “colpevoli” di non aver celebrato il Giorno del Ricordo con l’enfasi pretesa dalla destra, segna un punto di non ritorno.

Siamo di fronte a un’interrogazione che suona come una minaccia. Rampelli non chiede dati statistici, ma punta il dito contro nomi precisi, dai licei d’élite come il Tasso e il Righi fino agli istituti di periferia. L’obiettivo è chiaro: intimidire il corpo docente e sottoporre l’autonomia scolastica a un vaglio ideologico permanente. Non si tratta di rendere omaggio alle vittime delle foibe – un atto doveroso e sancito per legge – ma di imporre una narrazione univoca, un “pacchetto memoria” preconfezionato che non ammette sfumature, contestualizzazioni o, peggio, il silenzio della riflessione.

Questo episodio si inserisce in una strategia di lungo periodo in cui la politica ha deciso di scavalcare sistematicamente la ricerca storica. Da anni assistiamo a una mutazione genetica della memoria pubblica: gli storici, con i loro strumenti di analisi, le fonti e la complessità dei contesti, vengono messi all’angolo o additati come “negazionisti” se osano ricordare le responsabilità del fascismo sul confine orientale.

Al loro posto, la politica detta l’agenda, stabilisce cosa si debba ricordare e, soprattutto, come.
È la stessa logica che ha animato il recente concorso voluto dal Ministro Valditara. Come ha lucidamente osservato lo storico Eric Gobetti, quel concorso non offriva agli studenti strumenti di indagine, ma una serie di indicazioni totalmente distorte.

Si è trattato di un’operazione di ingegneria del consenso che mirava a creare un immaginario vittimistico, espungendo metodicamente le responsabilità storiche del nazifascismo. Il razzismo sistematico, le violenze delle occupazioni fasciste nei Balcani e la snazionalizzazione forzata delle popolazioni slave vengono derubricati a dettagli irrilevanti, se non del tutto cancellati, per far posto a una memoria che serva da collante identitario per la destra al potere.

Quando la politica decide che la memoria deve essere un monolite, la scuola smette di essere il luogo del pensiero critico per diventare un terminale della propaganda. Se non bastano le circolari ministeriali, arrivano le interrogazioni di Rampelli; se non basta l’invito, scatta la delazione politica. È un clima cupo, che ricorda stagioni che speravamo archiviate. Se oggi si accettano le liste di proscrizione per chi non si allinea a una celebrazione, domani quale sarà il prossimo confine?

La storia non è un’arma contundente da usare contro l’avversario politico, ma un processo di comprensione. Difendere quei quaranta licei significa oggi difendere la libertà di insegnamento e la dignità stessa della nostra democrazia.

*in copertina articolo di Andrea Capocci, Il Manifesto del 18 marzo 2026

Leggi anche:
Foibe, concorso Valditara: un revisionismo che certo non aiuta la convivenza pacifica tra i popoli dell’Unione Europea – Tre domande a Eric Gobetti –
Giorno del Ricordo come occultamento dei crimini di guerra e del fascismo –
Il “Giorno del Ricordo” come strumento di autoassoluzione nazionale e rilancio della cultura fascista –
Giorno del ricordo: oltre al lavoro storico, serve un grande lavoro sull’immaginario – Tre domande a Nicoletta Bourbaki* –
Revisionismo continuo: il concorso Valditara mette le foibe al centro di una strategia vittimista falsa e inaccettabile –