Casa Italia, un piano insufficiente: il confronto impietoso con l’Europa

La crisi abitativa in Italia ha raggiunto livelli d’allarme che non si possono più ignorare. Il diritto all’abitare, pilastro fondamentale di una società equa, sembra essersi trasformato in una chimera per migliaia di famiglie, giovani coppie e studenti fuori sede.

Di fronte a questa emergenza, le risposte istituzionali racchiuse nel nuovo “Piano Casa Italia” appaiono purtroppo drammaticamente parziali e distanti dalle reali necessità del Paese. Una debolezza strutturale che emerge con disarmante chiarezza non appena si prova a paragonare la strategia nazionale con le politiche lungimiranti adottate dai principali partner europei.I numeri ufficiali del programma italiano delineano uno scenario a dir poco timido: l’obiettivo dichiarato è la costruzione di 60.000 alloggi popolari e sociali, dilazionati però in un arco temporale di ben dieci anni.

Significa appena 6.000 nuove abitazioni all’anno per l’intera penisola. A livello finanziario, i fondi stanziati ammontano a 970 milioni di euro, ma il dato più critico riguarda la reale destinazione di queste risorse.

Di questa somma complessiva, infatti, ben 650 milioni di euro sono stati sottratti al fondo clima inizialmente destinato alle famiglie vulnerabili dell’edilizia residenziale pubblica, con la motivazione di voler sostenere i costi legati al caro energia.

Si tratta di un gioco a somma zero che toglie tutele ambientali e strutturali a chi ne avrebbe più bisogno. Il resto dei generosi stanziamenti, pari a circa 10 miliardi di euro complessivi nel sistema, rischia di essere indirizzato verso la rendita immobiliare e la finanza immobiliare internazionale, con lo scopo di realizzare un’offerta abitativa convenzionata o integrata che strizza l’occhio al profitto privato piuttosto che al reale supporto sociale.

Il quadro diventa impietoso se si volge lo sguardo oltre i nostri confini, dove l’edilizia pubblica viene trattata come un investimento strategico e non come un costo da limare. Secondo i dati diffusi dall’organizzazione di settore Housing Europe, le altre grandi nazioni europee ragioni su obiettivi annuali massicci e non su piani decennali.

La Francia, ad esempio, viaggia a una velocità siderale rispetto all’Italia, mettendo in cantiere ben 198.000 alloggi sociali ogni singolo anno. La Germania segue una linea altrettanto robusta, garantendo la nascita di 140.000 alloggi sociali all’anno per rispondere alla forte pressione demografica delle sue metropoli.

Persino la Spagna, che ha vissuto in passato crisi immobiliari durissime, ha deciso di invertire radicalmente la rotta mobilitando ben 7 miliardi di euro con un obiettivo chiaro: triplicare l’investimento pubblico complessivo e rafforzare in modo strutturale l’edilizia sociale per renderla economicamente accessibile a tutti i cittadini.Il confronto non lascia spazio a dubbi o interpretazioni ambigue. Mentre l’Europa investe risorse reali per proteggere i propri cittadini e calmierare il mercato, la strategia italiana si traduce in meno diritti e meno risorse per le fasce deboli, lasciando ampio spazio alla rendita finanziaria.

È necessario un cambio di rotta immediato: la casa deve tornare a essere un diritto universale garantito dallo Stato, e non un affare speculativo per pochi eletti.

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