Di fronte al 10 febbraio, l’Italia nelle sui Istituzioni sceglie l’amnesia selettiva. Un’analisi storica sulle responsabilità del fascismo nei Balcani e sulla mancata resa dei conti, mettono in luce l’operazione, portata avanti in modo bipartisan, di riabilitazione della cultura fascista.
Il 10 febbraio, istituito come “Giorno del Ricordo”, rischia di trasformarsi ogni anno di più in una celebrazione della “memoria corta”. Invece di una doverosa pietà per le vittime, assistiamo alla cristallizzazione di una narrazione distorta, funzionale a una riabilitazione postuma della cultura fascista. Quella che viene presentata come una celebrazione istituzionale è, a un’analisi storiografica rigorosa, l’atto finale di un processo di autoassoluzione: lo Stato italiano, e la sua democrazia incompiuta, non hanno mai fatto i conti con i crimini perpetrati durante l’occupazione dei Balcani.
La retorica ufficiale odierna tende a isolare le Foibe dal loro contesto, trasformando le conseguenze in cause e le vittime di un ventennio di oppressione in carnefici immotivati. La storia, tuttavia, racconta un’altra verità: la violenza in quelle terre non nasce nel 1943 o nel 1945, ma molto prima, ed è una violenza che parla italiano.
Le radici dell’odio, il razzismo di Stato
Per comprendere l’escalation di orrore, è necessario risalire alla genesi ideologica del fascismo di confine. Già nel settembre del 1920, ben prima della marcia su Roma, Benito Mussolini delineò con chiarezza agghiacciante il destino delle popolazioni slave in un comizio a Pola. Le sue parole non lasciavano spazio a interpretazioni:
“Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.”
Questo non fu solo uno slogan, ma il preludio a una politica di snazionalizzazione sistematica. Chiusura delle scuole croate e slovene, italianizzazione forzata dei cognomi, divieto di parlare la lingua madre nei luoghi pubblici. Per vent’anni, il fascismo ha trattato le popolazioni autoctone come “allogeni” da estirpare o sottomettere, creando un accumulo di risentimento e dolore pronto a esplodere.
L’occupazione e i crimini di guerra: il generale Roatta
Con l’invasione della Jugoslavia nell’aprile del 1941, il razzismo ideologico si trasformò in sterminio militare. L’occupazione italiana, spesso edulcorata dal mito degli “Italiani brava gente”, fu in realtà caratterizzata da una brutalità inaudita, da massacri e stupri.
Sotto il comando del Generale Mario Roatta, comandante della II Armata in Slovenia e Dalmazia, fu emanata la famigerata Circolare 3C, che ordinava ai soldati italiani di applicare misure draconiane contro la resistenza partigiana e la popolazione civile che la sosteneva. Le direttive erano chiare:
- Internamento di intere popolazioni civili (come nel campo di concentramento di Arbe/Rab, dove morirono migliaia di donne e bambini per fame e stenti).
- Incendio dei villaggi.
- Fucilazioni sommarie per rappresaglia.
Roatta fu esplicito: “Non dente per dente, ma testa per dente”. Si calcola che le truppe fasciste abbiano causato decine di migliaia di morti civili, operando massacri e stupri sistematici. Questa fu la realtà quotidiana imposta dall’Italia fascista nei Balcani: una strategia del terrore volta a piegare la resistenza attraverso l’annientamento fisico e morale.
Il ribaltamento della storia
Quando la resistenza jugoslava, guidata dai partigiani di Tito, riuscì a ribellarsi, la violenza che ne scaturì non fu un atto di “pulizia etnica” gratuito, ma la reazione — certamente brutale — di un popolo che aveva subito per decenni il tentativo di cancellazione della propria identità e della propria esistenza fisica.
La “finta democrazia” post-bellica, incapace di processare i propri criminali di guerra (Roatta e altri morirono nei loro letti, protetti dall’ideologia anticomunista), ha preferito costruire il mito della vittima italiana innocente. Scaricando sui partigiani di Tito ogni nefandezza, l’Italia ha rimosso le proprie colpe, non ci ha mai fatto i conti e si è auto-assolta rivalutando la cultura fascista inaccettabile e lo ha fatto anche grazie alla accondiscendenza di un centrosinistra che ha rivisitato la storia distorcendola .
Il 10 febbraio, così come viene celebrato oggi, non rende giustizia alla complessità storica. Al contrario, assolve moralmente lo stragismo fascista. Trasformare le vittime che si ribellano in carnefici, e gli occupanti in martiri, è un’operazione di mistificazione intellettuale. La vera vergogna non risiede nel ricordare i morti, ma nell’usarli per coprire i crimini dei vivi e di un regime che ha trascinato l’Italia e i Balcani nel baratro.
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