Le cifre non mentono, ma la propaganda prova a nasconderle. Dietro il paravento della modesta Legge di Bilancio da circa 26 miliardi di euro, approvata dal Consiglio dei Ministri, di cui gran parte in spese per il riarmo, manca totalmente una risposta adeguata alla grave crisi sociale ed economica attraversata dal Paese. La manovra non risponde minimamente ai bisogni dell’Italia, gridati in modo acutissimo dalle mobilitazioni dei giovani di queste settimane contro la guerra, il carovita, il disagio abitativo, la marginalizzazione dei ceti popolari in periferie sempre più degradate, il decadimento delle strutture scolastiche e la prospettiva di una vita precaria.
I criteri di scelta principali che hanno guidato la stesura del testo rispondono da un lato a obiettivi elettorali in una logica di spartizione delle misure tra i partiti della maggioranza, un baratto politico in cui ogni forza porta a casa la propria bandierina a discapito dell’equità sociale; dall’altro c’è la piena adesione alle spinte belliciste, esplicitata attraverso un ulteriore aumento delle spese militari che sottrae risorse vitali ai servizi pubblici e al welfare. Le cifre concrete sono peraltro tutte da vedere in quanto le coperture finanziarie poggiano sulla profonda aleatorietà della flessibilità letteralmente supplicata a Bruxelles, lasciando l’intera manovra appesa al filo delle concessioni europee.
Lungi dal dare risposte strutturali ai problemi del Paese, la manovra si frantuma in un mosaico di interventi corporativi, pensati per costruire un’interlocuzione mediatica e diretta con specifici bacini di voto. Mentre da un lato si prosegue ciecamente nella logica dei tagli lineari della spending review ministeriale (1,1 miliardi di euro nel 2027), si lascia deliberatamente procedere il degrado del welfare in tutti i suoi settori e il declino industriale profondo del Paese, anche per il rifiuto dell’assunzione diretta in capo al pubblico dei settori più strategici. Tutto questo per non deviare di un millimetro dalla linea dell’austerità, per non tassare i grandi patrimoni, i giganteschi profitti della finanza e di chi specula sulle materie prime energetiche. Al loro posto, ci viene riproposta la farsa di un prelievo da oltre 5 miliardi su banche e assicurazioni che, alla prova dei fatti, si rivela un mero gioco di prestigio contabile: un rinvio delle deduzioni fiscali che si traduce in un prestito che lo Stato dovrà restituire tra qualche anno. Il risultato è una finanziaria strutturalmente povera, ma chirurgicamente generosa con alcune categorie, interamente pagata da chi non può sfuggire al fisco.
Il baratto dei partiti e lo svuotamento dell’IRPEF
Il primo pilastro della manovra è il proseguimento dello svuotamento sistematico dell’IRPEF progressiva. Per soddisfare la Lega, la soglia della Flat Tax per i lavoratori autonomi viene estesa da 85.000 a 100.000 euro, blindando un regime di favore al 15% che frantuma l’articolo 53 della Costituzione sulla progressività del prelievo. Parallelamente, per accontentare le spinte degli eredi di Berlusconi, la revisione dell’IRPEF ordinaria stanzia 1,2 miliardi di euro per ridurre di 10 punti, dal 43 al 33%, l’aliquota irpef di chi guadagna tra 50 e 55.000 euro.
Con queste e diverse altre misure di cui è infarcita la manovra prosegue sistematicamente lo svuotamento dell’Irpef e la distruzione della progressività fiscale a vantaggio di categorie “amiche”. Il carico del finanziamento dei beni di cui godono tutti scivola sempre più drammaticamente sulle spalle del lavoro dipendente ordinario, mentre la base elettorale di riferimento del governo viene esentata dallo sforzo .
Regali alle aziende e lavoratori fidelizzati
Il capitolo dedicato al lavoro e al sistema produttivo svela la seconda grande operazione: produrre benefici diretti per le imprese riducendone i costi fiscali e, al contempo, fidelizzare la forza lavoro alle aziende. Il pacchetto vale complessivamente circa 3,4 miliardi di euro e si articola su interventi si muovono nell’alveo della concessione:
La Super Deduzione dal 120% al 140% sul costo dei nuovi assunti rappresenta un enorme sgravio fiscale diretto sulle imposte societarie (IRES/IRPEF aziendale).
Il “Premio Under 30” da 2.500 euro, tassato ad un’aliquota sostitutiva irrisoria dell’1%;
Tassazioni agevolate sui premi di produttività (tasse all’1%), fringe benefit ( 0 tasse), welfare aziendale (esenzione totale), lavoro notturno e nei giorni festivi nel settore turistico e nella sanità (flat tax al 15%).
Questi ultimi dispositivi non entrano strutturalmente nel salario. Sono erogazioni variabili, reversibili e non consolidate, il cui obiettivo politico è spingere il lavoratore a identificarsi totalmente negli obiettivi dell’impresa per ottenere il “bonus”.
Si rifiuta l’unica misura davvero urgente che affronterebbe alla radice la piaga dei bassi salari: l’introduzione di un salario minimo legale, che sarebbe mille volte più risolutivo e rientrerebbe nell’alveo dei diritti universali e non delle “gentili concessioni” di fine anno del datore di lavoro o dello Stato.
Sanità: la farsa del voucher e il definanziamento pubblico
L’esempio più emblematico di questa politica delle mance e della privatizzazione strisciante si consuma sulla salute. Il Governo sbandiera un incremento del Fondo Sanitario Nazionale di 3,4 miliardi di euro, portandolo a 146,3 miliardi. Una cifra che, al netto dell’inflazione e dei costi gestionali crescenti, certifica nei fatti il continuo definanziamento in rapporto al PIL della sanità pubblica, scesa agli ultimi posti del G7.
Questa elemosina non scalfisce minimamente le piaghe che stanno distruggendo il Servizio Sanitario Nazionale, a partire dal dramma delle liste d’attesa interminabili e della carenza cronica di personale, che spingono ormai oltre 5,6 milioni di italiani a rinunciare del tutto alle cure. Per rimettere in piedi la sanità, fermare l’esodo di medici e infermieri verso il privato e garantire il diritto costituzionale alla salute, gli esperti stimano che sarebbero necessari almeno 10 miliardi di euro all’anno di investimenti strutturali e continuativi. Al contrario, le scelte attuali lasciano scoperto un gap colossale, evidenziato anche dai dati della Fondazione GIMBE che calcolano in circa 18,8 miliardi di euro i “tagli invisibili” inferti al comparto negli ultimi anni rispetto al mantenimento della quota PIL precedente. Una voragine finanziaria che sposta l’asse della cura sempre più verso la spesa diretta delle famiglie, costrette a sborsare oltre 42 miliardi di euro di tasca propria per potersi curare.
Per coprire questo arretramento strutturale, i media amplificano la misura bandiera destinata alla terza età: il “Voucher Anziani” da 300 euro per gli over-75 con redditi bassi. Una concessione immediata e visibile che nasconde una realtà amara: quelle risorse non cureranno il collasso degli ospedali pubblici o l’abbattimento delle liste d’attesa, ma finiranno per alimentare direttamente le casse della sanità privata, verso cui i cittadini sono sempre più costretti a indirizzarsi per ottenere prestazioni elementari.
Bene, quindi, lo sciopero generale indetto per domani, 30 ottobre da USB, e altri sindacati di base, a conclusione di un crescendo di mobilitazioni che nelle ultime due settimane hanno attraversato il Paese. Di grandissimo rilievo la vera e propria insorgenza di giovani e giovanissimi scesi nelle strade contro il governo, la guerra, l’economia di guerra, il carovita e i bassi salari e contro la distruzione del Welfare; hanno dato una spinta formidabile al rilancio delle lotte. Occorre continuare su questa strada allargando la mobilitazione a tutti i settori colpiti dalle politiche neoliberiste. Gli scioperi promossi da diverse sigle sindacali sono un segnale positivo mentre il 20 novembre ci sarà lo sciopero generale indetto dalla Cgil; sono mobilitazioni che sicuramente faranno da stimolo e riferimento per la scesa in campo di altri movimenti. Ma le varie organizzazioni sindacali dovrebbero fare tesoro della grande ondata di partecipazione del 4 ottobre dello scorso anno e ricostruire quell’unità d’azione in grado di dare nuova linfa alla volontà di lotta che prorompe da tutte le parti del Paese.
Occorre l’impegno di tutte e tutti per la riuscita di queste due giornate di lotta e per arrivare a un grande, unico e unitario sciopero generale.