Michela Arricale, avvocata del Foro di Avellino e co-Presidente del CRED – Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia. Dottoranda del XVI ciclo Univ. Vanvitelli – Santa Maria Capua Vetere (CE)
Credo sia arrivato il momento di liberarci da un pregiudizio che ci trasciniamo dietro sin dalle prime fasi della rivoluzione digitale: l’idea che l’informatica sia -tutto sommato- un’industria leggera, perché abbiamo confuso la smaterializzazione del prodotto con la smaterializzazione del processo produttivo.
Un software può essere replicato milioni di volte praticamente senza costi materiali. È bastato questo a costruire l’immagine di un’industria liberata dai vincoli della scarsità materiale, e nella quale il capitale fisso fosse minimo: un computer, una connessione, la propria competenza e creatività. Bastava una cameretta per scrivere il software destinato a cambiare il mondo.
Ma la cameretta non è mai stato il vero luogo della produzione. Dietro quel software c’è da sempre un’infrastruttura materiale fatta di semiconduttori, reti, server, data center, cavi, energia e grandi quantità di capitale fisso. La rivoluzione digitale ha solo occultato questa infrastruttura all’utente finale.
Con l’Intelligenza Artificiale, però, la scala della computazione rende evidente ciò che la precedente rappresentazione dell’industria digitale tendeva a nascondere: l’IA è l’output di un vero e proprio processo produttivo industriale, che ha bisogno di fabbriche adeguate e infrastrutture energetiche tali da alimentarle.
Queste fabbriche sono i data center, il processo produttivo è la computazione e il prodotto è ciò che definisco inferenza operativa: la capacità di elaborare dati disponibili per generare informazioni ulteriori suscettibili di essere incorporate in un processo decisionale e/o operativo.
Gli LLM che ormai tutti usiamo ogni giorno sono soltanto il fenomeno più visibile di questo processo. Rappresentano una parte minuscola di ciò che significa in realtà questa nuova rivoluzione industriale, destinata a esercitare una enorme pressione trasformativa sulle nostre infrastrutture, di conseguenza, sulle nostre vite. E comunque appartiene al dominio del software, io invece voglio discutere di quello che rende possibile a questi software di funzionare.
Mentre ancora tendiamo a parlare dell’IA soprattutto come di una tecnologia, di un software o di un servizio, in Italia sono già in corso o annunciati investimenti per decine di miliardi di euro nella costruzione delle infrastrutture fisiche necessarie alla sua produzione. Capire dove finiscono questi investimenti, chi li controlla e quale capacità di calcolo stanno creando significa cominciare a capire quale posto stiamo occupando nella nuova divisione internazionale del lavoro e quale posto potremmo occupare nel mondo che verrà.
A partire da queste riflessioni mi sono posta una domanda: come si sta posizionando l’Italia in questa nuova rivoluzione industriale? Se l’IA è davvero un processo produttivo materiale, allora bisogna guardare a dove si stanno costruendo le infrastrutture che lo rendono possibile, a chi appartengono e a quali condizioni energetiche e territoriali vengono realizzate. In altre parole: quanti data center ci sono in Italia, quanti sono realmente operativi, quanti ne vogliono costruire, quanto consumano, dove sono dislocati, a chi appartengono e che cosa fanno?
Le informazioni pubbliche non mancano. Il database di Data Center Map è certamente una delle fonti più complete disponibili e censisce attualmente centinaia di strutture in Italia. Ma il numero che restituisce non coincide necessariamente con il numero dei poli fisici di calcolo: una stessa infrastruttura può infatti comprendere più edifici, più strutture o più schede riferite allo stesso proprietario e allo stesso insediamento.
Per capire la dimensione materiale del fenomeno, quindi, non basta contare le singole strutture censite. Bisogna capire quanti sono i luoghi fisici nei quali questa capacità di calcolo viene effettivamente concentrata, quanto capitale fisso vi è installato, quanta energia richiedono oggi e quale capacità ulteriore è prevista nei progetti già avviati o annunciati.
È da qui che nasce il mio censimento: con l’aiuto dell’IA ho raggruppato le singole strutture per CAMPUS, definendolo come un Polo Fisico Di Calcolo: uno o più edifici sullo stesso terreno, che condividono le infrastrutture essenziali (sottostazione elettrica, torri di raffreddamento, fibra ottica) e fanno capo allo stesso operatore.
Nel farlo, mi sono accorta che l’elenco di partenza non distingueva lo status dei progetti: metteva insieme, senza differenza, campus già operativi e campus ancora ai primi passi della fase progettuale. Il risultato è un calcolo del consumo energetico sovrastimato di decine di volte, perché somma una domanda potenziale a una domanda reale.
Ho quindi separato i dati in due colonne – carico operativo attuale e carico progettuale – e da qui emerge il primo dato rilevante: a fronte di un IT load progettuale complessivo che sfiora i 3.351 MW, quello effettivamente operativo oggi è di appena 51 MW. Quasi 66 volte inferiore.
È una differenza che misura da sola l’ampiezza del processo in corso – e di quanto potrebbe crescere la domanda energetica se anche solo una parte di questi progetti vedrà la luce.
I dati li ho raccolti incrociando le fonti pubbliche disponibili: Terna, Exxcon, le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale, le dichiarazioni degli operatori stessi. Sul fronte energetico la trasparenza è, tutto sommato, buona: la quasi totalità degli operatori dichiara il proprio PUE – il Power Usage Effectiveness, l’indicatore che misura quanta energia viene assorbita dal data center rispetto a quella effettivamente utilizzata per il calcolo (un PUE di 1,25, per fare un esempio ricorrente nel censimento, significa che per ogni MW destinato ai server se ne consumano 0,25 in più per raffreddamento, distribuzione elettrica e altri sistemi ausiliari). È un dato che gli operatori pubblicano quasi sempre nei loro materiali di comunicazione, spesso come elemento di vanto competitivo, e che permette di ricostruire con un buon grado di affidabilità il fabbisogno elettrico reale dell’infrastruttura.
Situazione completamente diversa quando si guarda al consumo d’acqua.
Su 86 campus censiti, uno solo ha un dato verificato: Amazon AWS Rho/Pero, che dichiara 50.000 metri cubi annui. Per tutti gli altri si tratta di stime: 34 calcolate con una metodologia basata su tecnologia di raffreddamento e IT load, altre 7 rimaste incomplete perché manca proprio il dato di potenza necessario a fare il calcolo. E per 41 campus- quasi la metà di quelli individuati nel censimento – non è disponibile alcun elemento, né dichiarato né stimabile.
Insomma, il consumo idrico resta semplicemente un’incognita.
Un caso a parte è quello di Microsoft, che per i suoi tre campus italiani (Bornasco, Settala, San Bovio) dichiara “zero water consumption” attraverso un raffreddamento a circuito chiuso, air cooling e adiabatico. Se fosse un dato assoluto, sarebbe una notizia rilevante. Ma la dichiarazione si riferisce esplicitamente alla sola acqua potabile: non è escluso un consumo di acqua non potabile – ad esempio per umidificazione o torri evaporative – che non rientra nella metrica ufficiale. E in ogni caso, mancando il dato di IT load per questi tre siti, il consumo resta indeterminato, non verificabile: “zero” è ciò che viene dichiarato dall’operatore ma senza nessun riscontro possibile
Un confronto istruttivo arriva dal mondo della ricerca pubblica: i supercomputer del CINECA – Leonardo, Marconi, Megaride – non commerciali, dedicati alla ricerca scientifica, utilizzano un raffreddamento a liquido diretto con un WUE (Water Usage Effectiveness, il rapporto tra litri d’acqua consumati e kWh di energia elaborata) di 0,1 litri per kWh. Contro lo 0,4-0,6 tipico dei campus hyperscale commerciali censiti in questo lavoro. Le tecnologie per ridurre drasticamente il consumo d’acqua, quindi, esistono e sono già operative in Italia.
La domanda da porsi è come mai non siano lo standard anche nel settore commerciale – e se possiamo continuare ad affidarci alla buona volontà dei singoli operatori privati, invece che a un obbligo di trasparenza e a standard tecnologici vincolanti.
***
Un altro elemento che emerge dal censimento è la concentrazione geografica, oltre la metà di tutti i data center censiti in Italia si trovano in un fazzoletto di territorio: 34 campus su 86 – il 39,5% del totale – si trovano nella sola provincia di Milano; allargando lo sguardo alle province limitrofe (Pavia, Bergamo, Monza-Brianza, Novara, Como, Lodi, Varese), la quota sale al 54,7%.
Il Mezzogiorno conta appena cinque campus in tutto – a Napoli, Salerno, Palermo e Latina – e per la maggior parte di questi mancano perfino i dati minimi: nessun IT load dichiarato, nessuna potenza installata verificabile. Per il campus di Palermo, addirittura, non sappiamo con certezza chi lo gestisca né a che stadio di sviluppo sia: nel censimento risulta letteralmente “da verificare” alla voce operatore, stato e tipologia. Non solo il Sud ha pochissima infrastruttura di calcolo, ma di quel poco che ha non sappiamo quasi nulla.
Ma come mai Milano?
Perché sin dall’inizio Milano è stato il centro nevralgico delle telecomunicazioni italiane per ragioni economiche preesistenti – la maggiore concentrazione di imprese, banche, sedi di operatori telefonici e società ICT del Paese. E proprio a Milano si insedia nel 2000 il MIX (Milan Internet Exchange), il principale punto di interscambio internet italiano, che si è quindi insediato dove il traffico dati era già più denso.
Una volta che il MIX è diventato il punto di riferimento nazionale per lo scambio di traffico IP, si è innescato un meccanismo di agglomerazione: ogni nuovo operatore che vuole bassa latenza verso il resto della rete italiana ha convenienza a collegarsi vicino al MIX. Ogni nuovo data center che si installa vicino al MIX rende quel nodo ancora più centrale e ancora più conveniente per il prossimo operatore, e così via in un circolo che si autalimenta all’infinito
Ed in forza dello stesso meccanismo, nell’hinterland milanese si sono concentrate sottostazioni Terna ad alta tensione – Baggio, Arluno, Siziano, Lambrate – spesso potenziate o costruite apposta per servire i campus che già c’erano o che si annunciavano. Un vero e proprio circolo vizioso: più campus ci sono, più la rete elettrica locale si irrobustisce, più conviene costruirne altri nello stesso punto, perché l’infrastruttura è già lì o in dirittura d’arrivo.
Una concentrazione di questo tipo produce una vulnerabilità sistemica che può essere assimilata a un “single point of failure”: se un evento grave mettesse fuori uso questo nodo, le conseguenze si propagherebbero all’intero ecosistema informatico nazionale.
***
Eppure, la geografia dei cavi sottomarini intercontinentali suggerirebbe ben altro: i veri “landing point” strategici italiani sono altrove, e sono quasi tutti nel Mezzogiorno. La Sicilia è il principale hub del Mediterraneo per la connettività intercontinentale: oltre venti cavi sottomarini vi atterrano, tra Palermo, Catania, Mazara del Vallo, Pozzallo e Trapani. Mazara del Vallo è uno degli snodi più importanti del Paese, crocevia di rotte verso il Nord Africa, il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. A Palermo approdano cavi di nuova generazione come il Blue-Raman, che collega l’Europa all’Asia passando per il Mediterraneo orientale. Bari è terminale del cavo AAE AsiaAfricaEurope-1. E da febbraio 2026 anche Genova si è aggiunta come punto di approdo, con il nuovo sistema Unitirreno.
Ma questo rimangono: punti di approdo e transito dei flussi di dati, che saranno valorizzati altrove a 1500KM di distanza
Lasciando fare al mercato, come si è fatto finora e si ha evidentemente in programma di continuare a fare, gli operatori si ammasseranno sempre lì, dove le condizioni sono già favorevoli. Se lo Stato fosse in grado di esercitare pienamente le proprie competenze in materia di programmazione economica e industriale, potrebbe scegliere diversamente: costruire esso stesso, o imporre agli operatori, le infrastrutture necessarie a valorizzare quei nodi strategici che il Sud già possiede – Palermo, in primis- e che subisce l’approdo fisico dei cavi ma non l’infrastruttura necessaria a trasformarla in ricchezza condivisa.
E qui devo fare una precisazione sull’assetto proprietario di questa roba: solo 8 campus sono pubblici/gestiti dallo stato/governativi, tutti gli altri sono privati. E di questi privati, la maggior parte appartengono a gruppi internazionali, specialmente quelli più grandi e IA oriented.
Tutta questa infrastruttura industriale – che consuma la nostra energia, il nostro territorio, la nostra acqua – produrrà una ricchezza enorme. Ma quella ricchezza andrà quasi per intero a un pugno di soggetti privati che rispondono ai propri azionisti e non al territorio che occupano né alla collettività che lo abita.
Questa è la questione di fondo che attraversa tutto il censimento: siamo nel mezzo di una rivoluzione industriale già in atto, che ridisegnerà territorio, infrastrutture e rapporti di forza per i prossimi decenni. Su questa rivoluzione si può decidere di intervenire per redistribuirne i vantaggi alla collettività – oppure si può scegliere di continuare a lasciarla completamente deregolamentata, alla mercé del profitto privato.
Sarebbe la differenza tra subire la geografia del capitale e governarla democraticamente. Ma siamo in Italia, nel 2026, e niente di tutto questo è nell’agenda: il mercato continuerà a fare ciò che ha sempre fatto, estrarre valore da un territorio senza restituirgli nulla in cambio, se non distruzione, che sia una multinazionale della Silicon Valley o un gruppo con sede a Milano.
***
Come vedrete il censimento ha dei limiti, tante informazioni sono da verificare o addirittura assenti. Ed è per questo che l’ho immaginato come punto di partenza di un lavoro collettivo. Sentitevi liberi di scaricarlo, modificarlo, discuterlo e condividerlo. Se avete informazioni, segnalazione di errori, stati di avanzamento, qualsiasi notizia rilevante, segnalatela, anche in forma anonima, all’indirizzo: censimentodatacenter@proton.me Allo stesso indirizzo scrivetemi per commenti o qualsiasi tipo di interlocuzione sul tema. Se siete un gruppo, un’associazione, un collettivo, un partito che si occupa di questi temi, mettiamo insieme le forze per studiare ed organizzarci su questi temi insieme.
***
Questo deve essere un lavoro collettivo. E le tematiche da affrontare non si limiteranno al peso ecologico dei Data Center. La mappa che abbiamo costruito è una prima base materiale da cui partire per una riflessione più ampia su ciò che la trasformazione legata all’IA sta producendo, perché i rapporti economici e di potere che si vanno costruendo vanno ben al di là dell’infrastruttura stessa: il data colonialism, le nuove catene globali del valore, i nuovi modi della produzione e dell’organizzazione del lavoro, i diversi modelli di governance che stanno emergendo, i protagonisti di questa trasformazione e chi, invece, rischia di subirne solo le conseguenze. Ogni due settimane proverò a districare qualche nodo qui, su Alternativ@, con la speranza che il dibattito prenda piede e si allarghi.
CENSIMENTO DATACENTER ITALIA e Scheda di lettura e licenza (disponibili per download)