Roberto Romano, economista –
Alberto Deambrogio: Roberto Romano, stiamo assistendo a una fase in cui il controllo delle materie prime e delle rotte energetiche è tornato a essere il vero ‘motore’ del conflitto bellico. Mentre i settori popolari subiscono un’inflazione da costi che erode i salari reali, i giganti dell’energia e della difesa accumulano extra-profitti record. In questo scenario, la guerra funge da acceleratore di una redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Tu che sviluppi prevedi?
Roberto Romano: La guerra è sempre un grande fattore di instabilità economica. Può generare inflazione e rallentamento della crescita. Tuttavia, l’aumento dei prezzi non è inevitabile, se si evitano errori di politica economica e si utilizzano gli strumenti di intervento pubblico ancora disponibili. Infatti, in molti settori strategici – energia, acqua, servizi essenziali – lo Stato mantiene una presenza significativa nelle public utilities. Questo significa che, accanto agli strumenti di regolazione, si può ricorrere anche alla moral suasion: una pressione politica e istituzionale volta a contenere comportamenti speculativi e a impedire che l’incertezza internazionale si traduca automaticamente in aumenti dei prezzi (profitti). Se queste politiche fossero coordinate a livello europeo, la loro efficacia sarebbe molto maggiore. Un nodo decisivo resta il mercato energetico di Amsterdam, il TTF, che nel 2022 fu uno dei principali canali attraverso cui la crisi del gas si trasmise all’economia europea, amplificando i prezzi. La domanda è semplice: l’Europa ha davvero imparato qualcosa da quella crisi?
Rispetto alla ricchezza occorre intervenire dove questa ricchezza si genera. Molta della nuova ricchezza tratta sul mercato beni e servizi che tecnicamente dovrebbero essere pubblici. Vedremo alla fine come ci sono dei modelli di governo della cosa pubblica molto diversi.
A.D.: Dall’ultima grande crisi non sono stati posti argini strutturali alla finanza speculativa; al contrario, abbiamo alimentato una spesa a leva che sembra oggi fuori controllo. Con i tassi d’interesse che hanno invertito la rotta, quanto siamo vicini a un ‘momento Lehman’ sistemico, e quali sono i nuovi veicoli (ombra) della finanza che rischiano di far scoppiare una bolla molto più letale di quella dei subprime, considerando che oggi gli Stati hanno meno spazio fiscale per intervenire?
R.R.: Il mondo del credito privato, a lungo visto come il porto sicuro dai rendimenti dorati per gli investitori istituzionali e rentier, sta affrontando una crisi di liquidità senza precedenti. Quella che fino a poche settimane fa sembrava una turbolenza isolata si sta trasformando in un vero e proprio disastro sistemico. E, a giudicare dalle notizie che arrivano da oltreoceano, la temperatura ha ormai superato il livello di guardia, intrecciandosi con una congiuntura macroeconomica e geopolitica a dir poco esplosiva.
Non si tratta soltanto delle vendite allo scoperto, spesso evocate come causa delle turbolenze finanziarie. Il rischio riguarda piuttosto la possibile formazione di nuove fragilità sistemiche, forse persino più gravi di quelle che portarono alla crisi del 2008. Non siamo ai livelli di sopravvalutazione dei mercati azionari di allora. Il rapporto tra prezzo delle azioni e utili delle imprese non ha raggiunto gli stessi picchi. Ma questo non significa che il pericolo non esista. Una parte dell’instabilità, oggi, è semplicemente nascosta. Il punto critico riguarda il mercato americano del private credit. Negli ultimi anni questo settore è cresciuto rapidamente: grandi fondi di investimento concedono prestiti direttamente alle imprese, sostituendo in parte il ruolo delle banche. Il fenomeno ha raggiunto dimensioni di migliaia di miliardi di dollari. Ma proprio perché opera fuori dal sistema bancario tradizionale, il private credit è meno regolato e meno trasparente. Le tensioni stanno iniziando a emergere. Il settore è sotto pressione a causa di una fuga di capitali. BlackRock ha subito circa 1,2 miliardi di dollari di riscatti dal fondo HPS Corporate Lending Fund ed è stata costretta a limitare i prelievi. Pochi giorni prima Blackstone aveva affrontato una forte ondata di riscatti, riuscendo però a soddisfarli. La pressione coinvolge altri grandi operatori del settore, come Apollo Global Management, Ares Management e Blue Owl Capital, quest’ultima recentemente al centro di forti timori tra gli investitori. Anche i mercati azionari stanno reagendo negativamente. Dall’inizio dell’anno Blackstone ha perso il 27,8%, KKR il 28,7%, Apollo il 26,1%, Ares Management il 31,3% e Blue Owl il 33,6%. Segnali che indicano una crescente perdita di fiducia nel modello di finanziamento fondato sul private credit.
La miccia è una combinazione letale: tassi d’interesse, innovazione tecnologica che rende obsoleti interi modelli di business, dati sull’occupazione USA peggiori del previsto, l’escalation bellica tra Stati Uniti, Israele e Iran, e, infine, la vecchia e spietata regola della liquidità.
Il conflitto in Medio Oriente va letto anche sul piano geopolitico. Non sembra un messaggio diretto alla Cina. Gli Stati Uniti stanno già negoziando con Pechino il proprio ruolo nel nuovo equilibrio globale. Piuttosto, la guerra appare rivolta alla propria area di alleanze: serve a consolidare il sostegno occidentale mentre Washington ridefinisce la propria posizione nel confronto strategico con la Cina.
In tutti i grandi momenti della storia dove si fa veramente la Storia si presentano opportunità e discontinuità. Abbiamo appena saputo che la Russia, nonostante tutto, è disposta ad aprire a nuove e paritetiche relazioni economiche con l’Europa; la Cina rimane disponibile a un dialogo; rimane aperta la necessità per i paesi di media dimensione di trovare degli equilibri tra sé stessi e giocare con i più importanti player mondiali. Incredibile ma vero si è aperta una nuova stagione. Diciamo questo: se l’Europa non gioca questa partita credo che sarà interamente e a pezzi inglobata nel capitalismo americano, dipendente dalla finanza americana che nel frattempo diventa sempre più instabile anche per i risparmi europei; errare è umano, ma perseverare è diabolico.
A.D.: Tu che continui ostinatamente, da socialista lombardiano, a non rassegnarti a un semplice collasso del sistema, quali spazi vedresti per una politica di alternativa che volesse cimentarsi in modo serio con alcuni elementi di riforma seria soprattutto sul terreno finanziario?
R.R.: Parto da un saggio in corso d’opera relativo alle multinazionali. L’analisi mette inoltre in luce differenze significative nelle forme di proprietà e controllo tra contesti nazionali. Nelle grandi imprese statunitensi il controllo è prevalentemente esercitato da fondi di investimento attraverso strutture finanziarie apparentemente diffuse ma altamente coordinate, mentre in altri paesi prevalgono assetti più diversificati, che combinano controllo pubblico, proprietà familiare e configurazioni ibride. L’articolo sostiene infine che la disuguaglianza strutturale del capitalismo multinazionale non si manifesti tanto all’interno delle imprese leader, quanto nel divario che separa questo ristretto nucleo dal resto del sistema produttivo.
La velocità di emersione e consolidamento del nuovo paradigma tecno-economico, e annesso potere delle nuove società, è indiscutibilmente un inedito che compromette le istituzioni dell’economia politica, compromettendo le fondamenta della democrazia.
C’è poi un’altra e non banale questione. I nuovi monopoli e centri di potere “trattano” beni e servizi molto particolari, in qualche misura riferibili a beni pubblici, tanto più che alcuni di questi monopoli si configurano quasi come monopoli naturali. Le implicazioni politiche e istituzionali di questi processi, in particolare in relazione al ruolo dello Stato e alla qualità della democrazia, esulano in parte dall’analisi empirica qui presentata, ma rappresentano un terreno di ricerca cruciale per sviluppi futuri. In definitiva, le istituzioni dell’economia politica necessitano di un assetto coerente con questa trasformazione, sebbene queste grandi trasformazioni necessitino di grandi idee e interpreti che, al momento, non sono all’orizzonte.