Le strade d’Italia sono tornate a riempirsi del rumore sordo dei trattori, ma questa volta la rabbia che sale dai campi non è una fiammata passeggera. È il grido disperato di un mondo rurale giunto ormai al punto di non ritorno, schiacciato tra costi di produzione insostenibili e politiche istituzionali incapaci di proteggere chi produce il cibo che portiamo in tavola.
Da Nord a Sud, e con particolare intensità nelle regioni meridionali, gli agricoltori e gli allevatori sono scesi nuovamente nelle piazze e sulle grandi arterie stradali, spesso unendo le proprie forze a quelle degli autotrasportatori, anch’essi colpiti dallo stesso dramma economico.
Frutta e ortaggi gettati sull’asfalto sono l’immagine simbolo di una protesta che denuncia una crisi strutturale profonda, dove il lavoro della terra non riesce più a garantire nemmeno la copertura delle spese minime per la semina e il raccolto.
Il carburante della discordia è senza dubbio il caro gasolio, che in queste settimane ha raggiunto cifre proibitive, rendendo impossibile la normale gestione quotidiana delle aziende agricole.
Preparare i campi per la semina autunnale è diventato un lusso che pochissimi possono permettersi, con costi vivi giornalieri che mettono in ginocchio le piccole e medie realtà storiche del nostro territorio. A fronte di rincari spaventosi, le misure tampone adottate finora dai governi regionali e nazionali si sono rivelate del tutto risibili, semplici palliativi incapaci di intaccare un meccanismo speculativo feroce.
Ma ridurre questa mobilitazione a una semplice rivendicazione sui prezzi del carburante o dei concimi sarebbe un errore imperdonabile. Il caro gasolio è soltanto la punta dell’iceberg, l’innesco che ha fatto esplodere una bomba sociale le cui origini sono ben più radicate e complesse.
Ciò che si contesta apertamente nelle piazze è un intero modello economico globalizzato che penalizza la sovranità alimentare e riduce il cibo a una mera merce di scambio. Mentre le aziende agricole italiane chiudono a centinaia sotto il peso dei debiti e di una burocrazia asfissiante, i mercati vengono invasi da prodotti importati da paesi extra-europei a prezzi stracciati. Si tratta di merci che entrano nei nostri confini beneficiando di accordi di libero scambio scellerati, coltivate senza rispettare i severi standard fitosanitari imposti ai nostri produttori e sfruttando un costo del lavoro bassissimo.
Dalla crisi del grano duro all’invasione di olio d’oliva tunisino o extracomunitario grezzo, fino alle minacce derivanti dall’accordo Mercosur, il risultato è sempre lo stesso: i prezzi all’origine per i nostri coltivatori crollano ben al di sotto dei costi di produzione, mentre al consumo i prezzi restano altissimi a tutto vantaggio della grande distribuzione organizzata e delle multinazionali dell’agroalimentare.
A tutto questo si aggiunge l’impatto devastante dei cambiamenti climatici, con una siccità prolungata e ondate di calore che nell’ultimo anno hanno bruciato i raccolti, azzerato i pascoli e ridotto drasticamente le rese di colture fondamentali come il mais, il riso e il foraggio. Gli allevamenti, in particolare quelli tradizionali e legati al territorio, si trovano in una morsa mortale, stretti tra la mancanza di materie prime, il dimezzamento dei sussidi per il benessere animale e la gestione spesso punitiva e fallimentare delle emergenze sanitarie da parte delle istituzioni regionali, che anziché tutelare il patrimonio produttivo finiscono per favorire l’agroindustria intensiva.
La richiesta che si leva con forza dalle mobilitazioni odierne è un cambio totale di paradigma. Non servono più promesse elettorali sul “Made in Italy” o interventi assistenziali una tantum. Serve la dichiarazione immediata dello stato di crisi per i settori più colpiti e, soprattutto, una riforma radicale delle politiche agricole comunitarie e nazionali. È necessario rimettere al centro i diritti dei contadini, garantire prezzi minimi che coprano dignitosamente i costi di produzione e bloccare le speculazioni finanziarie sul cibo. Se le istituzioni continueranno a ignorare questa piazza, a morire non saranno solo le aziende agricole, ma la stessa sicurezza alimentare del Paese, lasciando i territori rurali all’abbandono e alla desertificazione.