Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria nell’Università di Friburgo in Svizzera.
Alberto Deambrogio: La spinta del Sud Globale, con in testa la Cina, è da tempo al lavoro su un possibile sistema monetario alternativo al sistema del dollaro. Professor Rossi, ci vuole tratteggiare le caratteristiche qualitative del lavoro svolto e le principali difficoltà/opportunità che, secondo lei, quest’ultimo ha ancora il compito di affrontare?
Sergio Rossi: La Cina e gli altri paesi membri della comunità BRICS, ossia Brasile, Russia, India e Sudafrica, cui recentemente si sono aggiunti anche Egitto, Etiopia, Emirati Arabi, Indonesia e Iran, stanno collaborando per sviluppare un sistema di pagamenti internazionali alternativo a quello basato sul dollaro statunitense, che grazie agli accordi di Bretton Woods del 1944 ha consentito agli Stati Uniti di avere una posizione egemone sul piano monetario e finanziario mondiale. I BRICS e altri paesi vogliono “dedollarizzare” il traffico dei pagamenti tra di essi, perché il regime di Bretton Woods ha creato delle asimmetrie nelle scelte di politica monetaria da parte delle banche centrali: le decisioni della banca centrale statunitense, per quanto riguarda i tassi d’interesse e gli altri strumenti della politica monetaria, influenzano sia i saggi di cambio delle altre monete nazionali, sia la distribuzione del reddito e della ricchezza sul piano mondiale. Un numero crescente di paesi del Sud Globale è disposto ad accettare l’utilizzo di ciascuna delle loro monete nazionali nel traffico dei pagamenti internazionali, per sottrarsi alla dipendenza dal dollaro. Si tratta di una multi-polarizzazione dell’economia globale sul piano monetario, che tuttavia preserva il disordine monetario internazionale in quanto non esiste una vera moneta internazionale da utilizzare per i pagamenti tra le banche centrali, giacché nessuna moneta nazionale potrà mai avere un potere liberatorio a livello internazionale. Questa frammentazione multipolare è un fattore principale degli attuali conflitti di natura geopolitica.
A.D.: L’amministrazione Trump ha scelto sia una politica dei dazi, che quella sempre più evidente dell’uso della forza per tentare di fare i conti con problemi strutturali della propria economia a iniziare dal debito. Come potrà evolvere la situazione in particolare nei confronti dell’Europa, che sempre più pare organicamente incapace di reazioni e ruolo sullo scenario internazionale?
S.R.: Le prospettive a breve-medio termine sono preoccupanti, perché gli Stati Uniti continueranno a esercitare delle forti pressioni sull’economia globale, in particolare nei confronti dell’Europa, al fine di contenere l’espansione della “dedollarizzazione” sul piano globale, sfruttando anche la bolla delle criptovalute e delle stablecoins per preservare l’egemonia del dollaro statunitense nell’economia e nella finanza globale – anche a costo di aumentare la fragilità finanziaria della loro economia nazionale. In Europa, l’introduzione di una moneta unica per un numero elevato di paesi che sono molto diversi sul piano economico in termini strutturali ha indebolito la forza d’urto e la capacità di reazione di questi paesi, avendo perso la sovranità monetaria che ne avrebbe permesso una certa resilienza di fronte alle crisi di portata globale. È ormai evidente che sia la zona euro sia l’Unione europea nel suo insieme non hanno alcun ruolo sullo scacchiere internazionale, occupato e gestito da tre attori molto più forti, ossia Stati Uniti, Cina e Russia – con l’India che sta guadagnando terreno e che potrà far pendere la bilancia da una parte o dall’altra dell’economia globale. La zona euro, se vorrà avere un ruolo rilevante sul piano mondiale, dovrà mettere in atto un piano di riforma monetaria strutturale, usando l’euro come moneta comune e ritornando all’utilizzo delle monete nazionali per tutti i pagamenti all’interno di ciascun paese membro. Solo così sarà possibile sostenere e rilanciare l’economia di Eurolandia, in modo da farla diventare un attore importante a livello globale.
A.D.: Data l’attuale economia di guerra e i ritardi nella transizione ecologica, quali specifici nuovi scenari energetici potrebbero emergere, anche in risposta a politiche che penalizzano il Green Deal europeo, e quali misure concrete potrebbero adottare i singoli Stati per sottrarsi alle speculazioni finanziarie sulle materie prime energetiche?
S.R.: La situazione attuale e le prospettive di breve-medio termine indicano in modo chiaro e incontrovertibile che lo scenario energetico più probabile consisterà in una carenza di materie prime per la produzione di energia e per la mobilità delle merci e delle persone. Questo scenario comporterà un ulteriore aumento dei prezzi che farà male all’insieme dell’economia e che creerà una maggiore instabilità finanziaria, con il rischio di una nuova crisi di portata sistemica. I singoli Stati dovrebbero introdurre una tassa sulla compra-vendita di materie prime energetiche sui mercati finanziari e utilizzarne i proventi per sostenere una transizione ecologica vera e propria – senza tergiversazioni né scelte incoerenti sul piano politico. Le loro banche centrali hanno il dovere di contribuire a questa transizione ecologica, mettendo in atto delle scelte di politica monetaria che incentivino le attività economiche e finanziarie favorevoli all’ambiente, disincentivando quelle che inquinano l’ambiente e danneggiano tutta la società. Anziché trincerarsi con la narrazione che la politica monetaria deve essere “neutra” nei mercati finanziari per non influenzare i prezzi dei titoli su tali mercati, le autorità monetarie nazionali devono contribuire alla transizione ecologica mediante i loro strumenti di politica monetaria, da utilizzare per il bene comune anziché per soddisfare degli interessi privati molto influenti tanto sul piano politico quanto su quello economico e finanziario. A tal scopo, in ciascun paese, la banca centrale e il Tesoro pubblico dovrebbero coordinare i loro interventi per assicurarsi che vadano nella stessa direzione anziché essere conflittuali, rendendo anche possibile far capo alla banca centrale per finanziare i disavanzi pubblici necessari per realizzare questa transizione ecologica.