I dati Istat sul mercato del lavoro nel 2025 confermano i già noti gravi squilibri di genere, generazionali e territoriali che penalizzano le donne, i giovani e i territori del sud del Paese.
Infatti dietro il dato positivo dell’aumento medio di 185 mila occupati, della riduzione di 88 mila disoccupati e del calo di 58 mila inattivi si cela una realtà in cui le ombre prevalgono sulle luci, rivelando la condizione di un Paese e di un sistema produttivo tutt’altro che in buona salute.
Infatti le medie, come si sa, non danno conto di differenze dietro cui si possono nascondere ingiustizie e discriminazioni.
Guardando dentro i dati si scopre che l’aumento dell’occupazione è dovuto totalmente ai tantissimi anziani che di fronte alle restrizioni introdotte alla possibilità di andare in pensione sono costretti ad allungare la vita lavorativa togliendo posti di lavoro ai giovani.
I dati parlano chiaro: nell’anno gli occupati over 50 sono aumentati di 409 mila unità mentre i lavoratori e le lavoratrici tra i 35-49 anni sono diminuite/i di 115 mila unità e tra i 15 e 34 anni la diminuzione è stata di 109 mila posizioni.
Per quanto riguarda gli inattivi non va meglio: diminuiscono sì di 174 mila unità tra gli over 50, ma aumentano di 166 mila tra i 15 e i 34 anni. È l’ennesima conferma che il nostro è un sistema produttivo ed economico che respinge i giovani impedendo loro l’ingresso nel mondo del lavoro e condannandoli alla disoccupazione o ad emigrare.
Né va meglio se si considerano le differenze a livello di genere e territoriale; nel quarto trimestre dell’anno il tasso di occupazione si è attestato al 62,4% medio, ma tra gli uomini è al 70,9 mentre tra le donne è al 53,8, ben 17 punti di differenza!
Ma è il sud che continua ad essere più penalizzato,sia per l’insieme dell’occupazione in generale che soprattutto per quanto riguarda le donne. Sono 19 e mezzo i punti in meno che dividono il mezzogiorno dal settentrione per quanto riguarda il tasso di occupazione, 50% contro 69,5; per le donne del sud la situazione è ancora più grave: le occupate sono il 38,6% mentre nel nord sono il 62,7%, una differenza del 24%.
Non se la passano meglio i giovani tra i 15 e i 34 anni per i quali il tasso di occupazione è al 43,2%.
Dati gravissimi, come si vede, che si aggiungono alle condizioni di precarietà e ai salari da fame cui sono condannati milioni di lavoratrici e lavoratori in gran parte giovani e donne occupati, spesso, in settori in cui sfruttamento e assenza di tutele e diritti sono la norma.
Lo ripetiamo sempre: rilanciare le lotte contro la precarietà, per aumenti salariali per tutte e tutti, a partire dall’introduzione di un salario minimo legale di almeno 12 euro all’ora è una scelta indispensabile per contrastare le politiche neoliberiste che hanno prodotto queste ingiustizie e discriminazioni; è anche la strada obbligata per ricostruire l’unità della classe e i rapporti di forze per riconquistare i diritti.