Chi governa ci vuole sudditi. Alzare la testa è possibile intorno alla forza del no alla guerra e al riarmo – Tre domande a Marco Revelli

 Marco Revelli, storico, politologo

Alberto Deambrogio: Marco ho qui di fronte a me un documento della Caritas di Milano che rispetto al ruolo dei giovani sulle piazze nei giorni scorsi dice di voler provare a comunicare, a capire.  Mi sembra una posizione molto più avanzata di quella espressa da tanta politica, anche sul lato dell’opposizione e pure da settori sindacali. Tu cosa ne pensi?

Marco Revelli: Sì, davvero la Caritas dimostra, ma non è la prima volta, di avere una marcia in più quando si tratta di fenomeni sociali e di comportamenti. La sua posizione io la definirei intelligente, che dovrebbe essere il minimo sindacale per chiunque prende la parola nel dibattito pubblico e che invece, come dicevi giustamente, oggi è merce rara. L’intelligenza nella osservazione nella valutazione dei fenomeni collettivi latita. È chiaro che la maggior parte di chi prende la parola oggi nel dibattito politico, ma anche sulle prime pagine dei giornali, nei talk show televisivi e, in misura minore solo perché è molto frastagliato l’universo, sui social commenta con una superficialità disarmante. I commenti riflettono i pregiudizi di chi li formula, esprimono la voglia di lucrare elettoralmente e questo riguarda la destra, o il desiderio di smarcarsi dai fenomeni più inquietanti per quanto riguarda la sinistra. Invece quello che abbiamo di fronte a noi dovrebbe imporci di prenderlo tremendamente sul serio, perché è il prodotto di una situazione di emergenza. Se non ci si rende conto di questo in Italia, nonostante le piazze siano state un numero altissimo e i manifestanti centinaia di migliaia, soprattutto giovani ma anche delle altre classi di età, sembra che il mondo si riduca a piazza del Duomo a Milano. A un set televisivo dove sono si sono generate le immagini, che poi sono diventate virali in tutti i telegiornali a reti unificate: non è così, siamo di fronte a un fenomeno di una dimensione enorme quantomeno a livello europeo. Se noi pensiamo che a Parigi c’è il coprifuoco… Nel cuore dell’Europa, una cosa che in genere riguarda i tempi di guerra. Le stesse insorgenze, le stesse grandi masse mobilitate e gli stessi fenomeni di contestazione dura si sono avuti sugli Champs  Élysées in Francia come Portogallo sino alle piazze albanesi, che si sono infiammate contro il mercantilismo di Edi Rama. In Germania i giovani si ribellano contro la precettazione e la leva obbligatoria. Insomma, c’è un fenomeno trasversale di insorgenza che dimostra come sotto la superficie delle nostre società ribolle un magma incandescente che è un impasto di rabbia. I francesi dicono colère, che è qualcosa di più delle nostre arrabbiature. La collera francese è quella che ha fatto prendere la Bastiglia, che ha fatto esplodere le giornate rivoluzionarie per tutto l’ottocento e così via. C’è un disagio, una paura, un’indignazione, una coscienza che non si può continuare a sopportare ciò che i governanti fanno. Il fatto che questi giochino con le nostre vite, con le vite di milioni dei loro sudditi, di quelli che considerano sudditi e giochino alla guerra. Che giochino ai soldatini, alle armi, che non facciano una piega di fronte alla crisi climatica. Siamo andati a fuoco a luglio e agosto con l’estate più calda di sempre e non hanno fatto un plissé di fronte a tutto questo. Allora immaginare che questa condizione non possa determinare una esplosione, una serie di esplosioni è da stupidi e da ciechi.

A.D.: Il nostro Governo dà risposte di nuovo in termini di solo ordine pubblico, riproponendo lo Stato punitivo, che reprime sulla scia di una tendenza di lungo periodo, che espelle il conflitto, quello costituzionalmente garantito, dall’orizzonte del possibile. Raccogliamo oggi i frutti più avvelenati di questa lunga stagione. Tu che ne pensi?

M.R.: Raccogliamo sicuramente frutti avvelenati, sempre più avvelenati. Raccogliamo quello che in alto, da parte delle classi dominanti, dirigenti, è stato seminato a piene mani. Dobbiamo però aggiungere che nella coazione a ripetere da parte del nostro Governo va segnalato uno sprezzo del ridicolo prima ancora dell’indignazione civile.  Sette decreti sicurezza, che si sono ripetuti con cadenza semestrale e ognuno dei quali conferma il fallimento del precedente per il fatto stesso che ha dovuto essere emesso, fino all’ultimo che prevede l’ampliamento delle carceri per permettere di metterci dentro i bambini e i ragazzini. Siamo arrivati a questo all’arresto degli undicenni. Un po’ tutte le classi dirigenti occidentali, di segno politico diverso, riescono a concepire di gestire la loro crisi con politiche repressive. Questo lo si vede in Francia con Macron, lo si vede in Germania e naturalmente negli Stati Uniti. Quanto più la crisi del modello capitalistico attuale, insostenibile, avanza tanto più chi comanda si aggrappa alla repressione; a tal punto che io ho il sospetto che tutta questa politica di riarmo punti a preparare una guerra che una parte di loro giudica inevitabile. D’altro canto sono gli stessi personaggi che reprimono i propri sudditi e intendono affrontare crisi sociali senza gli strumenti della mediazione, del welfare e della spesa sociale, ma con la forza. Per l’Italia la cosa è accentuata dal DNA della principale forza di governo: Fratelli d’Italia e la sua leader Meloni. È nel loro DNA l’autoritarismo e lo Stato autoritario al punto che colgono tutti i fenomeni di lotta, di rivolta e di protesta come occasioni per ulteriori strette repressive. In sostanza danno quello che hanno, danno la farina del loro sacco che è fatta sempre del fascismo, diciamocelo sinceramente. Si innesca un circolo vizioso per cui le proteste, che dovrebbero in una condizione razionale e ragionevole dare dei segnali ai governanti sulla necessità di cambiare strada e direzione, rischiano di alimentare ulteriormente la vocazione repressiva e in una sorta di loop, in cui alla fine di ogni giro ci si trova con legislazioni più feroci. Dopodiché sappiamo benissimo che sono inefficaci da un punto di vista del controllo sociale, a meno che non superino una certa soglia. Meloni vuole già moltiplicare le carceri minorili e però per finire allo stato d’assedio come strumento sistematico di gestione delle contraddizioni sociali ce ne manca ancora. La direzione in cui si muove però è quella.

A.D.: L’ ebollizione di cui dicevi e che sta attraversando tutta Europa parte anche da motivazioni diverse fra di loro. Dappertutto pare esserci un motore fornito dai giovani, lavoratori o della cosiddetta generazione Z. Quali sono secondo te gli elementi di possibile unificazione e rafforzamento del movimento, in particolare da noi? Che ruolo può avere in tutto questo il contrasto chiaro alla guerra e al riarmo

M.R.: L’elemento unificante, molto spesso richiamato dagli insorgenti, è sicuramente il tema della guerra, del pericolo della guerra, dell’orrore rappresentato dalla guerra e dalle politiche di riarmo. Non stupisce che i più sensibili a questo discorso siano i giovani, perché sono le vittime sacrificali di queste politiche, sono le prime vittime e coloro che costituiranno la carne da cannone, una materia prima sacrificabile da parte dei governanti e dei poteri che decidono la grande politica. Sono loro e ne sono perfettamente consapevoli e danno forma a quello che respirano nell’aria, a un senso di pericolo che avvertono. Indubbiamente il grande fantasma che si aggira, il grande spettro che si aggira per l’Europa è il rifiuto della guerra. È questo che unifica i giovani tedeschi, che si ribellano alla leva, i francesi, compresi i gilets jaunes, che dalle politiche di riarmo e dalle politiche di sanzioni pagano dei prezzi alti per il carburante l’energia e il costo della vita. Quindi il comune denominatore del disagio è l’orizzonte bellico e bellicoso nel quale ci si muove. In un contesto abbastanza diverso da quello che ha preceduto le precedenti due guerre mondiali, perché allora c’era una capacità delle élites belliciste di coinvolgere masse popolari molto ampie. Le piazze  sceglievano il cannone contro il burro, erano plaudenti a Berlino e a Norimberga; vinceva insomma la logica del marchons, marchons! Le grida di battaglia mobilitavano. Adesso non è così. Il bellicismo, il nichilismo tipico del bellicismo è praticato dalle classi dominanti e i cittadini sono in modo ostinato e contrario di fronte a queste politiche. Nonostante anni e anni di battage, di retorica, di pubblicità, di costruzione del nemico, di retorica della guerra ibrida, che ha portato addirittura a dichiarare che le piazze erano il prodotto della guerra ibrida, con Putin responsabile per aver portato gli undicenni e i dodicenni in piazza a Milano, insomma nonostante tutto questo battage lo zoccolo duro delle società resiste alla fascinazione bellicosa a cui vorrebbero sottoporlo. È un dato molto importante, che secondo me dovrebbe essere il primo punto di un progetto di opposizione e di sostituzione del Governo e non solo di quello italiano, della governance europea. Perché è di lì che parte, è quella la testa da cui parte il veleno che poi intossica il corpo sull’asse Von Der Leyen – Kallas e tutta la banda di eurocrati dell’armiamoci e partite. Secondo me un programma di riappropriazione della nobiltà della politica non può che partire da una posizione radicalmente anti guerra e anti-riarmo. Il resto viene, perché se non risolvi quel nodo non parli neanche di scuola, welfare, pensioni, infrastrutture, sostegno alle famiglie, eccetera. Non ce n’è per nessuno se i bilanci sono quelli disegnati dall’economia di guerra, quindi o smantelli quel perno o non vai da nessuna parte. Io credo che, appunto, se una via per l’alternativa si può immaginare e costruire non può che essere basata su quei netti rifiuti.

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