Il paradigma della comprensione: se la “strategia condivisa” del PD salva l’aula e dimentica la realtà

C’è un errore di fondo, quasi una tara genetica, nel modo in cui l’opposizione di Sua Maestà decide di sfidare la destra di governo. L’appello formale lanciato dalle colonne di Repubblica, in cui la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein si rivolge direttamente alla premier con l’incipit «Cara Meloni, sull’energia pronto a strategie condivise», è l’ennesimo sintomo di un’illusione tecnocratica. L’idea, cioè, che il governo in carica, espressione di una destra identitaria, nazionalista e storicamente incompatibile con i valori dell’uguaglianza sociale, possa essere un interlocutore ragionevole per politiche bipartisan di lungo periodo.

Trattare Meloni &co. come normali partner di un tavolo di concertazione energetica non significa essere pragmatici: significa sdoganare l’idea che la destra non rappresenti una minaccia sistemica ai diritti, ma solo una variante un po’ distratta della gestione amministrativa.

Ma se l’atteggiamento politico rivela una preoccupante brama di legittimazione istituzionale, è nel merito economico e strutturale che la proposta dem mostra tutte le sue storiche crepe. Il piano in cinque punti si presenta con la solita formula magica: sussidi, sblocchi e aiuti a “famiglie e imprese”.

Una macro-categoria, quest’ultima, che fa di tutta l’erba un fascio. Davvero il PD pensa che le micro-aziende strozzate dalle bollette abbiano gli stessi interessi dei colossi energetici? Nel testo si glissa completamente sul nodo cruciale degli extraprofitti. Durante la crisi energetica, mentre milioni di cittadini scivolavano nella povertà energetica, grandi corporazioni speculavano accumulando profitti miliardari.

Il PD non ha il coraggio di dire la parola più semplice: tassazione radicale di quei guadagni immorali per finanziare la transizione. Si preferisce invece invocare la flessibilità del Patto di Stabilità per spalmare risorse pubbliche a pioggia, senza colpire la rendita.Ancora più indicativo è il passaggio geopolitico in cui si evoca lo Stretto di Hormuz per giustificare le fluttuazioni dei prezzi e l’urgenza di una sicurezza nazionale. È la narrazione degli eventi meteorologici della storia: la guerra e le tensioni internazionali come variabili indipendenti, “calamità naturali” da cui difendersi blindando le frontiere energetiche. Manca del tutto una visione che leghi la transizione ecologica a una politica di pace radicale.

Non si può parlare di sicurezza energetica senza pretendere lo stop immediato alle guerre e all’economia del riarmo complessivo, in cui l’Italia è pienamente integrata. Le singole misure – pur condivisibili nella tecnica spicciola del fotovoltaico o dei trasporti – avrebbero bisogno di un respiro ideale radicalmente diverso, capace di segnare una reale alternativa di sistema e un cambio di paradigma energetico, sociale ed economico.

Un cambio che questo PD, semplicemente, non può e non vuole attuare. A dimostrarlo non sono le dichiarazioni d’intenti scritte sui giornali, ma la prassi quotidiana e le scelte concrete dei suoi amministratori locali sul territorio. Nelle regioni e nei comuni dove governa, il PD continua a sostenere le grandi opere inutili e devastanti come la TaV, a promuovere modelli di urbanistica contrattata che regalano pezzi di città alla speculazione edilizia, a portare avanti la svendita dell’acqua pubblica contro lo spirito referendario e a imporre la logica obsoleta e inquinante degli inceneritori. Dietro la patina verde e progressista della “strategia condivisa” non c’è una transizione giusta, ma la gestione dello status quo ecocapitalista, cioè di un vero e proprio, mostruoso, ossimoro.

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