La trappola della “tolleranza zero”: quando il “campo largo” parla il linguaggio della destra

Tratto da Osservatorio Repressione

Mentre Vannacci detta l’agenda politica, maggioranza e opposizioni rincorrono la retorica della sicurezza. Ma più repressione non significa più sicurezza: significa meno welfare, meno diritti e più Stato penale.

La destra ha già vinto. Non necessariamente nelle urne, ma sul terreno più importante: quello delle idee.

Quando anche chi dovrebbe rappresentare un’alternativa comincia a parlare di “tolleranza zero”, “emergenza sicurezza”, “presidio del territorio”, “più polizia” e “più controllo”, significa che il lessico della destra è diventato il linguaggio comune della politica italiana.

È ciò che sta accadendo in queste settimane.

L’ascesa di Roberto Vannacci e della sua formazione politica, costruita attorno alla retorica di “legge e ordine”, sta producendo un effetto prevedibile: non una discussione seria sulle cause dell’insicurezza, ma una rincorsa generale verso posizioni sempre più autoritarie. La maggioranza rilancia nuovi decreti sicurezza, Matteo Salvini promette altri strumenti per le forze dell’ordine, Piantedosi moltiplica comitati per l’ordine pubblico e annunci repressivi. Ma la vera novità è un’altra: anche una parte consistente del cosiddetto campo largo ha deciso di giocare la stessa partita.

Da Italia Viva ai settori riformisti del Partito Democratico, passando per amministratori locali e consiglieri regionali, il messaggio è ormai identico: servono più controlli, più presenza delle forze dell’ordine, più fermezza, più sicurezza.

È una scelta politicamente miope, perché non sposta voti dalla destra al centrosinistra. Al contrario, rafforza l’idea che la destra abbia sempre avuto ragione e che il terreno decisivo della competizione politica sia quello della repressione. Se il problema è la sicurezza e la soluzione è l’inasprimento del controllo, gli elettori finiranno inevitabilmente per scegliere l’originale anziché la copia.

Ma c’è qualcosa di ancora più grave. Questa rincorsa cancella completamente una verità che decenni di studi sociologici e criminologici hanno ormai dimostrato: l’insicurezza sociale e la percezione dell’insicurezza non si combattono con più polizia, ma con più diritti.

L’errore nasce da lontano. Negli anni Novanta, una parte della cultura politica progressista introdusse nel dibattito pubblico il concetto di “sicurezza urbana”, convinta di poter sottrarre questo terreno alla destra. Si pensava di integrare prevenzione sociale e prevenzione dei reati, di coniugare welfare e qualità della vita. Ma quel lessico finì rapidamente per essere colonizzato dalle politiche di law and order. La sicurezza smise progressivamente di significare protezione sociale e divenne sinonimo di controllo, sorveglianza e repressione.

È stato un passaggio decisivo. Fino ad allora la sicurezza coincideva soprattutto con la possibilità di vivere senza la paura della disoccupazione, della malattia, della povertà, dell’esclusione. La sicurezza era il welfare, il lavoro stabile, la scuola pubblica, la sanità universale, la casa.

Oggi, invece, la sicurezza viene ridotta quasi esclusivamente alla presenza di uomini in divisa, telecamere, zone rosse, nuovi reati e pene più severe. È un capovolgimento culturale prima ancora che politico.

Perché tutte le ricerche continuano a dimostrare che le persone si sentono più sicure quando dispongono di redditi dignitosi, servizi pubblici efficienti, reti sociali solide, prospettive di futuro. La sicurezza sociale produce sicurezza reale. Non accade il contrario.

Eppure il dibattito pubblico continua a ignorare questo dato elementare. Si parla ossessivamente di baby gang, degrado urbano, clandestinità e criminalità di strada, mentre scompaiono dal discorso pubblico i bassi salari, il lavoro precario, la crisi abitativa, il definanziamento della sanità, la scuola impoverita, la desertificazione dei servizi territoriali.

È una rimozione tutt’altro che casuale. Perché affrontare queste questioni significherebbe mettere in discussione le politiche economiche degli ultimi trent’anni. Parlare di sicurezza, invece, costa molto meno. Basta promettere più polizia, più telecamere e pene più severe.

Ma è una risposta tanto semplice quanto inefficace. L’Italia, al netto della propaganda quotidiana, continua a essere uno dei Paesi europei con i livelli di criminalità comune più bassi. I dati disponibili non descrivono alcuna emergenza assimilabile a quella raccontata ogni giorno nei talk show e nelle campagne elettorali. Eppure la percezione dell’insicurezza cresce costantemente.

Perché ciò che alimenta la paura non è soltanto il rischio di subire un reato. È soprattutto la precarietà dell’esistenza. È sapere che basta perdere il lavoro per precipitare nella povertà, che curarsi diventa sempre più difficile, che trovare una casa è quasi impossibile, che il futuro appare sempre più incerto. Questa è l’insicurezza che attraversa il Paese. E nessun decreto sicurezza potrà eliminarla.

Al contrario, le politiche adottate negli ultimi anni stanno accelerando la trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ai tagli sul welfare corrisponde il rafforzamento degli apparati coercitivi. Meno sanità pubblica, più taser. Meno case popolari, più zone rosse. Meno educatori di strada, più pattuglie. Meno servizi sociali, più nuovi reati.

È il paradigma della democrazia punitiva. I conflitti prodotti dalle disuguaglianze non vengono risolti: vengono amministrati attraverso il diritto penale.

La povertà diventa degrado urbano, l’emarginazione diventa problema di ordine pubblico, le migrazioni diventano emergenza permanente, il dissenso diventa minaccia alla sicurezza.

È esattamente dentro questa trasformazione che si colloca oggi la retorica della “tolleranza zero”.

Una formula apparentemente neutra che, nella realtà, significa una sola cosa: rinunciare alla politica per affidarsi alla repressione.

Ed è qui che il centrosinistra commette il proprio errore più grave. Invece di smontare questa narrazione, la rincorre. Invece di ricordare che la sicurezza nasce dalla giustizia sociale, finisce per accettare il terreno scelto dalla destra. Ma la storia degli ultimi trent’anni dovrebbe aver insegnato qualcosa.

Ogni volta che le forze progressiste hanno provato a inseguire la destra sul terreno della sicurezza, la destra è diventata ancora più forte.

Perché la sicurezza non è un contenitore neutro da riempire di contenuti diversi. È un dispositivo politico che organizza consenso attraverso la paura, costruisce nemici, legittima l’espansione dei poteri di polizia e rende sempre più accettabile la compressione dei diritti.

La vera alternativa non consiste nel promettere una “tolleranza zero” più umana. Consiste nel cambiare completamente la domanda. Non quanta repressione serve. Ma quanta giustizia sociale manca.

Perché una società con più lavoro, più welfare, più casa, più scuola e più sanità sarà sempre più sicura di una società con più pattuglie, più telecamere e più carcere. E finché la politica continuerà a confondere sicurezza con repressione, non farà altro che alimentare la paura che dice di voler combattere.

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