Raffaele Sciortino, ricercatore indipendente, autore del libro Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze (Asterios editore)
Alberto Deambrogio: Nel 2026 il dualismo tra USA e Cina sembra confermarsi attraverso un salto di qualità. L’America di Trump ha scelto la forza, oltre i dazi, per mettere mano alla questione del proprio declino. Come leggi questa fase convulsa e, soprattutto, come pensi possa evolvere soprattutto sul lato cinese il confronto strategico?
Raffaele Sciortino: Credo che si tratti di fare uno sforzo e andare un po’ oltre la personalità, diciamo così, spettacolare di Trump. Il salto di qualità in termini generali rispetto all’amministrazione precedente e a tutto un corso della politica statunitense, diciamo degli ultimi trenta – quarant’anni, è evidente con un cambio di strategia mirata a una reindustrializzazione interna insieme all’abbandono dell’impostazione globalista. Questo per fattori endogeni, cioè la crisi sociale interna frutto degli ultimi trenta e più anni di globalizzazione, che a sua volta ha dato origine a una spinta interna che sta alla base del consenso sociale ed elettorale di cui Trump ha potuto usufruire almeno sin qui. Sul versante geopolitico tale cambio di strategia, che peraltro ha comportato e comporta un vero e proprio cambiamento di regime a Washington ancora in corso e dagli esiti tutto sommato ancora incerti, basti pensare all’ultimo scontro abbastanza inaudito con il presidente della Federal Reserve attaccato direttamente da Trump, comporta una diplomazia economica coercitiva, sino all’uso spudorato e smodato delle sanzioni. A quelle già applicate dalle amministrazioni precedenti ha unito l’uso dei dazi, delle tariffe come leva tattica per ottenere gli obiettivi di cui si diceva; una leva da usare non solo contro gli avversari, ma anche come si è visto contro gli alleati. Abbiamo innanzitutto una strategia che si sostanzia in una guerra economica, il cui ultimo obiettivo è chiaramente la Cina e la riconfigurazione delle catene globali del valore. In questo quadro, sul piano strettamente militare, la strategia di Trump prevede da un lato interventi sul tipo di quello che abbiamo visto a Caracas, cioè interventi, operazioni militari mirate che non comportano, o almeno non comportano ancora, ‘stivali sul terreno’ e sono limitate, sempre per ora, al continente americano. A questo va unito un rilancio in grande del riarmo, che è funzionale alla reindustrializzazione di cui si diceva prima, la quale, a sua volta, è utile per rilanciare la potenza geopolitica statunitense, evitando, almeno nella formulazione strategica originaria, uno scontro diretto con la Cina e con la Russia. Uno scontro che i vertici militari e politici di Washington non ritengono di essere ancora in grado di sostenere. Da questo punto di vista il piano originario di Trump era e in parte ancora è di trovare una exit strategy dalla guerra per procura in Ucraina, che evidentemente ha fallito il suo obiettivo: comminare una sconfitta strategica a Mosca. Si tratterebbe quindi di uscirne e appaltarla, come sta avvenendo, ai Paesi europei. Così come si trattava di uscire o tamponare meglio la situazione ormai drammatica, in grado di ledere gli stessi interessi statunitensi nel Medio Oriente, a Gaza. Per dirla in una battuta formulata esattamente un anno fa: la strategia di Trump era quella di fare un passo indietro sul piano politico militare, per prepararsi a farne due avanti sul piano economico innanzitutto, per ripresentarsi poi come potenza dalle aspirazioni globali. Già all’inizio era escluso qualunque tipo di isolazionismo, ma anche oggi si parla molto di sfere di influenza. Non è questo nei piani di Trump. Bisognerà vedere se i piani strategici del trumpismo, saranno realizzabili o meno soprattutto nel punto fondamentale di una reindustrializzazione degli Stati Uniti, senza andare a perdere la leva fondamentale del dollaro come moneta quasi mondiale. Questo è un discorso complesso e al momento possiamo dire che seppure sia realizzabile lo è solo, come stiamo vedendo, con degli sconvolgimenti economici e geopolitici globali. A questo salto di qualità in termini generali si unisce quello cui stiamo assistendo proprio nelle ultime settimane. Una sostanziale accelerazione, che non è semplicemente il passaggio all’atto di obiettivi previsti, come ad esempio per il Venezuela o la Groenlandia, ma probabilmente può essere letta come una risposta alla assertività controllata che la Cina ha dimostrato nel saper resistere, opporsi alla guerra dei dazi, a quella sui chip, senza cedere sull’essenziale. È notevole il fatto che, seppur siano diminuite le esportazioni cinesi negli Stati Uniti, l’anno scorso la Cina ha battuto il record dell’export in termini assoluti, raggiungendo cioè un trilione e 200 miliardi di dollari di surplus commerciale. L’ assertività controllata che ha comunque bloccato il gioco al rialzo di Trump sui dazi nei confronti di Pechino la si è vista attraverso la leva del delle terre rare, ma in termini più generali anche con una risposta piuttosto secca con le manovre militari, con il blocco quasi totale dell’isola di Taiwan e con toni molto accesi nei confronti del Giappone e del suo governo. A questo, che secondo me è il fattore principale dell’accelerazione, si possono aggiungere anche le crescenti difficoltà interne nel gestire un miglioramento dell’economia statunitense per la propria base sociale ed elettorale; soprattutto dal punto di vista della vischiosità della dell’inflazione, che non recede più di tanto e, per tornare al piano internazionale, una Russia che si è rivelata aperta a contrattare la fine della guerra in Ucraina ma non disponibile a rinunciare a quelli che sono i suoi obiettivi essenziali. Al contempo la medesima Russia non è disponibile ad abbandonare quella che è stata finora la sua sponda geostrategica che è la Cina. Risultato di tutto ciò, con le operazioni in Venezuela, i bombardamenti Nigeria e con il tentativo di regime change In Iran al momento fallito, è quello che abbiamo sotto gli occhi: un inizio di contenimento, addirittura di accerchiamento energetico della Cina, che non acquistava tanto petrolio dal Venezuela ma pur sempre un tipo di petrolio importante, il petrolio pesante per alcune lavorazioni, soprattutto bitume e asfalto, che non è facile reperire altrove. Se fosse caduto o se dovesse cadere in futuro il governo di Teheran, allineato con la Cina, che ha rapporti con essa e che praticamente sopravvive grazie alla vendita di materie prime energetiche al gigante asiatico, chiaramente per la Cina sarebbe un durissimo colpo. Probabilmente l’Iran ha resistito non solo per la tenuta sul fronte interno dello Stato, ma anche perché, in qualche modo, è stato fatto capire a Washington che rappresentava un po’ una linea rossa sia per Pechino che per Mosca, una linea rossa al momento non attraversabile. A questo contenimento energetico della Cina, che ormai è iniziato, si unisce la ribadita strategia statunitense nell’ indopacifico, che è una strategia del denial, cioè del negare all’avversario l’accesso alle acque profonde, collegata al controllo sui colli di bottiglia attraverso i quali passa gran parte delle merci, ma anche delle merci che partono dalla Cina verso il mondo e delle materie prime energetiche che arrivano alla Cina per il suo sviluppo industriale. Qui, di nuovo, si vede quanto sia confusivo parlare di sfere di influenza, soprattutto se queste vengono concepite su blocchi continentali. Questo, credo, sia il punto centrale della National Security Strategy, pubblicata da poco. Come sta rispondendo la Cina? Direi di mettere in luce tre punti. Molto sinteticamente: in primo luogo ha sviluppato la piena percezione di questa strategia statunitense e delle sue implicazioni, in secondo luogo sta mostrando una pazienza strategica, ma, come dicevo prima, alzando il livello della sua assertività in modo da non cedere sull’essenziale dei suoi obiettivi. In terzo luogo continua a perseguire, questo è molto chiaro nel piano quinquennale appena appena varato, la sua strategia industriale proiettata all’esterno, atta a creare delle reti industriali, delle catene del valore dove la sua posizione, le sue produzioni devono diventare cruciali, devono diventare il perno, anche elevando il contenuto tecnologico. Tutto ciò va a sostanziare le cosiddette nuove vie della seta 2.0. Tutto questo ovviamente al netto di eventuali precipitazioni economiche, globali e/o militari, che avrebbero ripercussioni sullo stesso fronte interno cinese. Si può dire che chiaramente quello che si è delineato è un trend di guerra, per ora economica, con la conferma del riallineamento se non addirittura di una tacita alleanza tra Cina e Russia nei confronti degli Stati Uniti.
A.D.: L’allargamento dei BRICS sta confermando la natura eterogenea del raggruppamento e allo stesso tempo la sua capacità di sviluppare poco a poco nuove infrastrutture alternative, nonché proposte complessive basate su concetti di parità ed eguaglianza. Come vedi questi movimenti? Secondo te quali spazi possono creare per frenare l’escalation bellica?
R.S.: Sui Brics penso si possa dire che risulta confermata la natura di questo raggruppamento, che non è quella di una alleanza antioccidentale, specificatamente anti statunitense, così come questi paesi non rappresentano un blocco economico omogeneo. Direi che rientra nel quadro di una erosione della pax americana nel mondo, che quindi allenta la capacità statunitense di controllare un po’ tutti i raggi della ruota globale come un perno. Rientra dentro una dinamica, oramai iniziata da tempo, di capacità di alcuni degli attori, soprattutto del Sud del mondo, di assumere una postura di cosiddetto multi-allineamento, che non è dichiaratamente anti occidentale e anti statunitense, ma al tempo stesso sfrutta la sponda cinese dal punto di vista economico e la sponda russa dal punto di vista geopolitico, per impostare un discorso di maggiore autonomizzazione e di ascesa economica. Questo multi-allineamento, questo comportamento, lo si vede molto se si osservano i comportamenti e la politica estera dell’India per esempio, dell’Arabia Saudita, del Pakistan, così come di altri attori. Gli strumenti di questa acquisizione o tentata acquisizione di margini di autonomia rispetto al controllo statunitense sono ovviamente nel quadro dell’incremento dei rapporti commerciali con la Cina, la messa in atto del clearing valutario, cioè dell’utilizzo per queste relazioni commerciali con la Cina sempre più di della valuta cinese, dello yuan, aggirando il dollaro con tutte le conseguenze del caso. A ciò si unisce, come dicevo, un tentativo di percorso di industrializzazione, che risulterebbe dipendente da quello cinese, ma che comunque l’occidente ormai non garantisce, non favorisce o addirittura non permette più nella sua politica sempre più predatoria. E poi una capacità di utilizzo della leva energetica, che è quella che Trump da ultimo sta attaccando. In effetti ciò che è successo in Venezuela è chiaramente un colpo simbolico e politico, oltre che economico, anche al gruppo dei Brics, direttamente finalizzato al contenimento energetico della Cina. Questo insieme di fattori e il trend di progressiva aggressività degli Stati Uniti fa sì che, al di là delle singole volontà, questi attori dei Brics, soprattutto i più importanti, rischiano di trovarsi, o si trovano già, sempre più in prima linea rispetto a Washington con tutte le conseguenze del caso. Che cosa ne può uscire? Una linea di resistenza che è sempre anche in relazione non solo ai fattori geopolitici esterni globali, ma anche alla capacità di tenuta sul fronte interno e quindi ai rapporti sociali di classe. Un discorso che andrebbe, ovviamente, articolato. Una capacità di resistenza quindi, o, nel caso peggiore, un essere costretti ad abbassare la guardia e dunque una defezione nei fatti da questo fronte di multi-allineamento.
A.D.: L’Unione Europea si sta proponendo sempre più come un coagulo dal forte tratto negativo sia verso il suo interno, sia nella proiezione internazionale. Austerità, riarmo, tendenza alla guerra permanente per seguire i dettami neocon d’oltreatlantico, forte torsione autoritaria e antidemocratica. Che spazi ci sono ancora per rompere questo tipo di gabbia sempre più asfissiante? Una “rottura da sinistra” dopo l’esperienza greca di qualche anno fa, finita come sappiamo, è ancora qualcosa di realistico o no?
R.S.: Ci sono buone probabilità a questo punto che la gabbia asfissiante di cui parli si rompa da sé in un certo senso, o meglio si rompa a seguito della linea politica paradossale che i principali Stati dell’Unione Europea stanno seguendo. Il paradosso lo si è visto sul terreno ucraino dove gli Stati o almeno alcuni Stati europei soprattutto del centro nord Europa sono diventati più realisti del re, sono diventati cioè più antirussi di quello che erano gli americani sotto l’amministrazione Biden e si stanno praticamente appaltando la guerra per procura in Ucraina. Questa subordinazione a Washington, coltivata da un lato nel timore che Washington lasci scoperta dal punto di vista militare l’Europa, è una leva che Trump ha sapientemente usato in tutto quest’anno per far innalzare le spese per il riarmo ai singoli Paesi europei dentro, almeno per ora, la cornice Nato. Spese che devono andare soprattutto in acquisizioni di sistemi d’arma statunitensi. Dall’altro lato la soggezione si mantiene con la tacita speranza di un fallimento elettorale di Trump alle prossime elezioni di midterm di questo autunno. Dentro questo quadro di subordinazione però il paradosso sta nel fatto che tutto questo non basta a Trump e lui, quindi, chiede sempre di più. Allora stiamo qui arriviamo alla situazione ultra-paradossale di questi giorni sulla vicenda che riguarda il destino della Groenlandia. Questo comporta oltretutto una confusione cognitiva e politica delle élites, delle classi dirigenti europee. Una linea già abbastanza evidente, anche se non è ancora venuta in avanscena, di divaricazione intraeuropeo tra i vari Stati della UE, che hanno ovviamente interessi differenti e che non possono essere uniti semplicemente dall’obiettivo e dalla prospettiva antirussa. Quindi diciamo che la UE non solo è sempre più stretta e sempre più vaso di coccio tra Stati Uniti, Russia (di meno) e in prospettiva Cina, ma non ha gli strumenti per reagire a questa situazione, in particolare alle pretese crescenti di Washington, dopo che ha rotto con la Russia e quindi si è data la zappa sui piedi rispetto alle fonti energetiche ed è sulla buona strada per rompere dal punto di vista dei rapporti commerciali anche con la Cina. Dobbiamo aspettarci un punto di caduta, quando e come questo è tutto da vedere. Probabilmente su ciò inciderà il modo in cui finirà la guerra in Ucraina, cioè il grado di deterioramento dello Stato ucraino e di disfatta delle forze ucraine, con le ripercussioni negative sulle élites europee che hanno sostenuto lo sforzo ucraino e poi, appunto, dato più recente, dipenderà dal deterioramento dei rapporti con Washington. La crisi delle élites politiche è la conditio sine qua non, necessaria anche se non sufficiente, in particolare per quanto riguarda l’asse dell’unione europea, cioè i due stati fondamentali che sono la Francia e la Germania. Diciamo: è condizione necessaria ancorché non sufficiente perché si riapra il discorso e si rimettano in discussione gli assetti politici interni e inter europei e si abbia una ridislocazione degli assetti di classe. Ora, su questo il discorso sarebbe lungo e complesso. Personalmente non credo che la sinistra possa tornare a giocare una partita in termini di rottura di questa gabbia e di capitalizzazione di questa rottura. Credo che, per quanto riguarda l’Europa, si andrà verso una situazione confusissima, di caos, anche di possibile guerra di tutti contro tutti, oppure un passaggio che vedrà una ripresa delle tematiche neo-populiste, che si sono già viste a metà anni 10 dopo la crisi dei debiti sovrani. Tematiche, rivendicazioni di stampo neo-populista, però ridislocate rispetto a dieci anni fa, nel senso più prossimo a quelle che sono le esigenze immediate delle classi lavoratrici, cioè a una richiesta di rilancio di politica industriale a fronte di una crisi di cui vediamo solo gli inizi e che il deterioramento dei rapporti con Washington non potrà che acuire. Da un lato, quindi, una rivendicazione di politica industriale e, dall’altro, una delle rivendicazioni potrà essere in merito al nodo, al dilemma pace o guerra. Non sarà sicuramente un quadro lineare e chiaro nei posizionamenti di classe e politici. Sarà molto molto confuso, ambivalente, ma comunque potrebbe avere per così dire il merito di essersi ridislocato in avanti verso quelli che sono i nodi fondamentali di una potenziale ripresa di un discorso di classe, cioè il controllo e la modalità di sviluppo, il controllo dell’economia e, altro nodo fondamentale, pace contro guerra. Di più, al momento, non mi sentirei di dire.